Tiffany Watt Smith
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Vorrei iniziare con un piccolo esperimento. Fra poco vi chiederò di chiudere gli occhi e di vedere se riuscite a capire quali emozioni state provando in questo momento. Non direte niente a nessuno. L'idea è quella di capire se è facile o forse difficile identificare esattamente cosa state provando. Pensavo di darvi 10 secondi per farlo.

Va bene?

Bene, iniziamo.

Tempo scaduto. Come è andata? Forse vi siete sentiti un po' sotto pressione, forse sospettosi nei confronti della persona accanto a voi. Hanno veramente chiuso gli occhi? Magari avete sentito una specie di strana preoccupazione per l'email che avete inviato questa mattina o vi sentite agitati per qualcosa che avete pianificato per questa sera. Forse avete sentito quell'euforia che si prova quando si è tutti insieme in un grande gruppo come questo. I gallesi lo chiamano "hwyl" dalla parola usata per le vele delle navi. O può darsi che sentiate tutte quante queste cose. Ci sono delle emozioni che accomunano tutti, come la paura che si sente quando un'auto sbanda. Ma molto spesso, le nostre emozioni si accalcano tutte insieme al punto che è abbastanza difficile riuscire a distinguerle. Alcune passano così velocemente che sono perfino difficili da notare, come la nostalgia che vi farà allungare la mano per prendere un marchio conosciuto nel supermercato.

Ce ne sono altre dalle quali scappiamo, perché abbiamo paura che vengano fuori, come la gelosia che porta a frugare nelle tasche della persona amata. Ovviamente ci sono delle emozioni che sono così insolite, che sono difficili da definire. Magari mentre siete seduti lì e sentite il brivido di un desidero per via di un'emozione che un sociologo francese chiama "ilinx": il delirio accompagnato da lievi azioni di confusione. Per esempio, se adesso vi alzate e svuotate il contenuto della borsa tutto sul pavimento. Forse avete avvertito una di queste bizzarre e intraducibili emozioni per le quali non c'è una chiara traduzione equivalente. Magari avete provato quella che gli olandesi chiamano "gezelligheid": sentirsi caldi dentro quando si è con gli amici anche se fuori è freddo e umido. Se siete veramente fortunati, potreste sentire questo: la "basorexia": un bisogno improvviso di baciare qualcuno.

(Risate)

Viviamo in un'epoca in cui conoscere le emozioni è molto importante, in cui le emozioni vengono usate per spiegare molte cose, sfruttate dai nostri politici, manipolate dagli algoritmi. L'intelligenza emotiva, che è l'abilità di riconoscere e dare un nome alle emozioni proprie e altrui, è considerato così importante che viene insegnato nelle scuole e nelle aziende e promosso dai servizi sanitari. Ma nonostante tutto ciò, qualche volta mi chiedo se il modo in cui concepiamo le emozioni si stia impoverendo. Spesso non abbiamo ben chiaro cosa sia realmente un'emozione.

Avrete probabilmente sentito la teoria secondo la quale le nostre vite emotive si possono ridurre ad una manciata di emozioni basilari. Quest'idea risale a circa 2.000 anni fa, ma nella nostra epoca, alcuni psicologi evoluzionisti hanno suggerito che queste sei emozioni - felicità, tristezza, paura, disgusto, rabbia e sorpresa - siano espresse da tutti in tutto il mondo nello stesso identico modo e quindi rappresentano gli elementi costitutivi delle nostre vite emotive. Se osservate un'emozione come questa, sembra un semplice riflesso. È scatenata da una situazione esterna. È innata. Sta lì per proteggerci dal pericolo. Se si vede un orso i battiti cardiaci aumentano, le pupille si dilatano, ci si spaventa, si inizia a correre molto velocemente.

Il problema di questa visione è che non coglie esattamente il significato di emozione. Di sicuro la fisiologia è estremamente importante, ma non è l'unico motivo per cui percepiamo le cose in questo modo in qualunque momento. E se vi dicessi che nel dodicesimo secolo, alcuni trovatori non consideravano lo sbadiglio come un effetto della stanchezza o della noia come facciamo noi oggi, ma credevano che fosse un segno dell'amore più profondo? O che in quello stesso periodo gli uomini coraggiosi, i cavalieri, comunemente svenivano per lo sgomento? E se vi dicessi che alcuni dei primi cristiani che vivevano nel deserto credevano che i demoni volanti che apparivano soprattutto all'ora di pranzo potevano infettarli con un'emozione che definivano "accidie", una specie di letargia che a volte era così intensa che poteva ucciderli? O che la monotonia, come la conosciamo e amiamo oggi, inizialmente veniva provata solo dai Vittoriani, in seguito a nuove idee sul tempo libero e il miglioramento di sé? E se ripensassimo di nuovo a queste strane e intraducibili parole utilizzate per le emozioni e ci chiedessimo se alcune culture percepiscono un'emozione più intensamente visto che si sono presi la pena di darle un nome o di parlarne, come la parola russa "toska," che descrive una sensazione di esasperante insoddisfazione che si dice arrivi dalle grandi pianure.

Gli sviluppi più recenti nelle scienze cognitive mostrano che le emozioni non sono semplici riflessi, ma sistemi elastici estremamente complessi che dipendono sia dalla nostra natura biologica sia dalle culture nelle quali viviamo. Sono fenomeni cognitivi. Vengono formate non solo dal nostro corpo ma anche dai nostri pensieri, dalle nostre concezioni e dal nostro linguaggio. La neuroscienziata Lisa Feldman Barrett si è interessata molto a questa relazione dinamica tra parole ed emozioni. Sostiene che quando impariamo una nuova parola per descrivere un'emozione, sicuramente seguiranno nuove sensazioni. In quanto storica, ho sempre sospettato che come cambia il linguaggio, così fanno le emozioni. Quando guardiamo al passato, è facile vedere che le emozioni sono cambiate, a volte in maniera radicale, in seguito a nuove aspettative culturali e credenze religiose, idee innovative su genere, etnia ed età, anche in seguito a nuove ideologie politiche ed economiche. C'è una storicità per le emozioni che abbiamo iniziato a capire solo ora. Sono pienamente d'accordo che sia positivo imparare nuove parole per le emozioni, ma penso che si debba andare oltre. Penso che per essere realmente emotivamente intelligenti, sia necessario capire da dove arrivano queste parole e quale idea di come dovremmo vivere e comportarci portano con loro.

Lasciate che vi racconti una storia. Tutto ebbe inizio in una soffitta alla fine del diciassettesimo secolo, nella città universitaria svizzera di Basilea. Qui c'è uno studente diligente che vive a 60 chilometri da casa. Inizia a saltare le lezioni, e i suoi amici vanno a fargli visita e lo trovano abbattuto e febbricitante, con le palpitazioni, e con strane piaghe su tutto il corpo. Chiamano i medici che pensano sia così grave che per lui si recitano delle preghiere nella chiesa locale. Solo quando preparano il rientro a casa del giovane perché possa morire lì, realizzano ciò che stava succedendo. Perché quando lo caricano sulla barella, il suo respiro diventa meno affannato. E quando arriva all'entrata della sua città natale, si è quasi completamente ripreso. È in questo momento che capiscono che soffriva di una forma molto forte di nostalgia di casa. Era così potente che avrebbe potuto ucciderlo.

Nel 1688, un giovane medico, Johannes Hofer, venne a conoscenza di questo e altri casi e ribattezzò la patologia con il nome di "nostalgia". La diagnosi prese velocemente piede negli ambienti medici di tutta Europa. Gli inglesi credevano di essere immuni per via di tutti i viaggi che facevano nell'Impero o altrove. Ma presto ci furono dei casi anche in Gran Bretagna. L'ultima persona a morire di nostalgia fu un soldato americano che combattè in Francia nella Prima Guerra Mondiale. Come era possibile morire di nostalgia meno di cento anni fa?

Oggi, non solo la parola ha un significato diverso - un rimpianto per un tempo perduto più che per la perdita di un luogo - ma la nostalgia stessa è vista come qualcosa di meno serio, declassata da qualcosa per cui si poteva morire a qualcosa di cui hai paura che il tuo bambino possa soffrire in una notte fuori casa. Questo cambiamento sembra sia avvenuto all'inizio del ventesimo secolo. Perché? È stata l'invenzione del telefono o l'espansione delle ferrovie? Forse è stato l'avvento dell'era moderna, con le sue celebrazioni di irrequietezza, viaggi e progresso che ha fatto sì che la malinconia per il familiare sembrasse poco ambiziosa? Tutti ereditiamo l'enorme trasformazione dei valori, ed è un motivo per cui oggi potremmo non percepire la nostalgia così intensamente come in passato. È importante capire che questi grandi cambiamenti storici influenzano le nostre emozioni in parte perché influenzano il modo in cui ci sentiamo.

Oggi, celebriamo la felicità. Si presume che la felicità ci renda lavoratori, genitori e partner migliori. Si pensa che ci faccia vivere più a lungo. Nel sedicesimo secolo, si credeva che la tristezza facesse molte di queste cose. È possibile leggere libri di auto-aiuto di quel periodo che incoraggiavano i lettori ad essere tristi fornendo una lista di motivi per essere dispiaciuti.

(Risate)

Gli autori pensavano che si potesse coltivare la tristezza come un'abilità, per poter diventare più resilienti quando inevitabilmente succede qualcosa di brutto. Penso che oggi potremmo trarre insegnamento da questo. Essere tristi oggi vuol dire sentirsi insofferenti e anche un po' imbarazzati. Essere tristi nel sedicesimo secolo voleva dire sentirsi un po' più soddisfatti.

Ovviamente le nostre emozioni non possono solo mutare nel tempo, cambiano anche da un luogo all'altro. I Baining della Papua Nuova Guinea parlano di "awumbuk," una sensazione di apatia che cala quando un ospite alla fine va via.

(Risate)

Noi probabilmente ci sentiremmo sollevati, ma nella cultura dei Baining, si pensa che gli ospiti che partono lascino una sorta di pesantezza per poter viaggiare più facilmente. Questa pesantezza infetta l'aria e causa l'awumbuk. Perciò lasciano una ciotola di acqua fuori per tutta la notte per assorbire quest'aria. La mattina presto del giorno dopo si svegliano, fanno una cerimonia e buttano via l'acqua. Questo è un buon esempio di come le pratiche spirituali e le realtà geografiche si combinino nella creazione di una distinta emozione e nella sua successiva scomparsa.

Una delle mie emozioni preferite è definita da una parola giapponese, "amae." Amae è una parola molto comune in Giappone, ma è in realtà abbastanza difficile da tradurre. Descrive il piacere che si prova quando si è capaci di affidare per un po' la responsabilità della propria vita a qualcun altro.

(Risate)

Gli antropologi suggeriscono che un motivo per cui questa parola è stata utilizzata e celebrata in Giappone è che questo paese ha una cultura tradizionalmente collettivista, mentre il senso di dipendenza ha un senso più negativo tra gli anglofoni che hanno imparato a dare valore all'autosufficienza e all'individualismo. Potrebbe essere riduttivo, ma è affascinante. Se le nostre emozioni ci parlassero non solo di ciò che sentiamo, ma anche di quello a cui diamo più valore?

Tutti coloro che ci dicono di fare attenzione al nostro benessere parlano dell'importanza di dare un nome alle emozioni. Ma questi nomi non sono delle etichette neutrali. Sono legati ai valori e alle aspettative culturali, e comunicano idee riguardo a chi pensiamo di essere. Imparare una nuova parola per descrivere un'emozione ci aiuterà a sintonizzarci con gli aspetti più particolari delle nostra vita interiore. Inoltre, penso che queste parole meritino attenzione, perché ci ricordano quando potente sia la connessione tra ciò che pensiamo e come lo sentiamo. La vera intelligenza emotiva richiede la conoscenza delle forze sociali, politiche e culturali che hanno delineato la nostra concezione delle emozioni e la consapevolezza di come la felicità o l'odio o l'amore o la rabbia continuino a cambiare. Perché se vogliamo valutare le nostre emozioni e insegnarle nelle scuole e ascoltare quando i nostri politici ci dicono quanto siano importanti, sarebbe una buona idea capire da dove derivano i presupposti che abbiamo su di esse e se ci stanno ancora parlando sinceramente adesso.

Voglio concludere con un'emozione che provo spesso quando lavoro come storica. È una parola francese, "dépaysement". Evoca il disorientamento che si prova quando si è in un posto sconosciuto. Uno dei momenti che preferisco del mio lavoro è quando qualcosa che ho dato totalmente per scontato, qualcosa della mia vita con cui ho molta familiarità, diventa di nuovo improvvisamente strano. Il dépaysement è sconvolgente, ma eccitante allo stesso tempo. E spero che ne abbiate avuto un piccolo esempio oggi.

Grazie.

(Applausi)