Thandie Newton
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Accettare l'alterità. Quando ho sentito parlare di questo argomento la prima volta, ho pensato, accettare l'alterità è come accettare me stessa. E il viaggio per giungere alla comprensione e all'accettazione per me è stato molto interessante, e mi ha dato un'idea dell'intera nozione del sé, che penso valga la pena condividere con voi oggi.

Ognuno di noi ha un sé, ma non credo che nasciamo così. Sapete come tutti i neonati credano di essere parte di un tutto; non sono separati. Quel fondamentale senso di unità ci abbandona molto rapidamente. È come se questa tappa iniziale finisca — unità: infanzia, non formata, primitiva. Non è più valida o reale. Quello che è reale è la separazione. E ad un certo punto nella primissima infanzia, l'idea del sé comincia a formarsi. Alla piccola porzione di unità viene dato un nome, e gli si racconta qualunque cosa su se stessa. E questi dettagli, opinioni e idee diventano fatti, che vanno a costruire noi stessi, la nostra identità. E quel sé diventa il mezzo per navigare nel mondo sociale. Ma quel sé è una proiezione basata sulle proiezioni di altre persone. È veramente quello che siamo? O chi vogliamo essere, o dovremmo essere?

Tutta questa interazione con il sé e l'identità per me è stata difficile mentre crescevo. L'Io che ho cercato di portare fuori nel mondo è stato respinto più e più volte. La mia paura di non avere un sé che andasse bene, e la confusione che è sorta dal vedermi respinta, hanno creato ansia, imbarazzo e disperazione, che mi hanno contraddistinta per molto tempo. Col senno di poi, la distruzione del mio sé era così ripetitiva, che ho cominciato a vedere uno schema ripetitivo. Il sé è cambiato, è stato influenzato, completamente distrutto, ma se n'è evoluto un altro — qualche volta più forte, qualche volta più odioso, qualche volta che non voleva nemmeno esserci. Il sé non era costante. E quante volte ancora sarebbe morto il mio sé prima di rendermi conto che fin dall'inizio non era mai stato vivo?

Sono cresciuta sulla costa inglese negli anni '70. Mio padre è bianco di Cornwall, e mia madre è nera dello Zimbabwe. L'idea stessa di noi come famiglia era una sfida per molte persone. Ma la natura sa essere perfida, e i bambini mulatti nascono. Ma a partire dai cinque anni, capii che non andavo bene. Ero la bambina nera atea nella scuola cattolica di soli bianchi gestita da suore. Ero un'anomalia. Il mio sé era alla disperata ricerca di un'identità e tentava di inserirsi. Perché al sé piace integrarsi, vedersi replicato, e appartenere a qualcosa. Che ne confermi la sua esistenza e la sua importanza. Ed è importante. Ha una funzione estremamente importante. Senza questo, non possiamo entrare in connessione con gli altri. Non riusciamo a delineare un piano e a salire i gradini della popolarità, del successo. Ma il colore della mia pelle non andava bene. I miei capelli non andavano bene. La mia storia non andava bene. Il mio sé ha cominciato ad essere caratterizzato dall'alterità, ciò significava che, in quel mondo sociale, non esistevo realmente. Ed ero qualcun'altro prima di essere qualunque altra cosa — anche prima dell'essere una bambina. Era un nessuno che si faceva notare.

Un altro mondo si stava aprendo in quel periodo: l'interpretazione e la danza. Quell'assillante terrore della mia persona non esisteva mentre danzavo. Mi perdevo completamente. Ed ero una ballerina veramente brava. Mettevo tutta la mia emotività espressiva nella danza. Potevo muovermi come non potevo fare nella vita reale, in me stessa.

E a 16 anni, mi è capitata un'altra opportunità, mi sono guadagnata il mio primo ruolo in un film. E' difficile trovare le parole per descrivere la pace che sentivo mentre recitavo. Il mio sé disfunzionale poteva veramente connettersi con un'altro sé, non il mio. E mi sentivo così bene. Era la prima volta che sentivo di esistere in un sé completamente funzionante — che controllavo, che guidavo, a cui avevo dato vita. Ma le riprese sarebbero finite, e sarei tornata al mio contraddittorio e scomodo sé.

A 19 anni, ero un'attrice cinematografica matura, ma ancora alla ricerca di una definizione. Ho fatto richiesta per studiare antropologia all'università. La Dott.ssa Phyllis Lee mi ha fatto il colloquio, e mi ha chiesto, "Come definirebbe la razza?" Pensavo di avere la risposta alla domanda. E ho detto, "Colore della pelle." "Quindi biologia, genetica?" mi ha detto. "Perché, Thandie, non è proprio esatto. Perché di fatto ci sono più differenze genetiche tra un Keniano nero e un nero dell'Uganda rispetto a quante ce ne siano tra un Keniano nero e, diciamo, un Norvegese bianco. Perchè siamo tutti originari dell'Africa. Quindi in Africa, c'è stato più tempo per creare diversità genetica." In altre parole, la razza non si basa su prove biologiche o scientifiche. Da un lato, il risultato. Giusto? Dall'altro lato, la mia definizione di sé aveva perso punti in credibilità. Ma ciò che era credibile, ciò che costituiva una prova biologica e scientifica, è che veniamo tutti dall'Africa — di fatto, da una donna chiamata Eva Mitocondriale che è vissuta 160 000 anni fa. E la razza è un concetto illegittimo che abbiamo creato noi basandoci su paura e ignoranza.

Stranamente, queste rivelazioni non hanno curato la mia poca autostima, quella sensazione di alterità. Il mio desiderio di sparire era ancora molto forte. Mi sono laureata a Cambridge; ho fatto una carriera meravigliosa; ma il mio sé era un disastro, sono precipitata nella bulimia e sul divano dello psicologo. Mi sembra ovvio. Credevo ancora che il mio sé rappresentasse tutto quello che ero. Davo ancora valore all'autostima prima della stima degli altri. E cosa avrebbe potuto suggerirmi piuttosto? Abbiamo creato un intero sistema di valori e una realtà fisica per sostenere la stima di sè. Guardate l'industria dell'immagine e i posti di lavoro che crea, i fatturati che genera. Avremmo ragione nel presumere che l'Io sia qualcosa di vivente. Ma non lo è; è una proiezione, che le nostre menti intelligenti creano per distogliere noi stessi dalla realtà della morte.

Ma c'è qualcosa che può dare al sé la definitiva e infinita connessione — e quella cosa è l'unità, la nostra essenza. La lotta del sé per l'autenticità e la definizione non finirà mai fino a che sarà connesso al suo creatore — a voi e a me. E può succedere con una presa di coscienza — la consapevolezza della realtà dell'unicità e della proiezione della propria persona. Per cominciare, possiamo pensare a tutte le volte in cui perdiamo noi stessi. Mi succede quando ballo, quando recito. Sono radicata alla mia essenza, e il mio sé è sospeso. In quei momenti, sono connessa ad ogni cosa — al terreno, all'aria, ai suoni, all'energia del pubblico. Tutti i miei sensi sono all'erta e vivi più o meno come può sentirsi un neonato — quel senso di unicità.

E quando interpreto un ruolo, vivo in un'altro sé, e per un po' gli do vita. Perché quando il sé è sospeso lo è anche la divisione e il giudizio. E ho interpretato qualsiasi tipo di ruolo dal fantasma vendicatore ai tempi della schiavitù al Segretario di Stato nel 2004. E non importa cos'altro possano essere questi Io, sono tutti legati a me. E onestamente credo che la chiave del mio successo come attrice e i miei progressi come persona siano dovuti proprio alla mancanza di un sé che mi ha fatta sentire così ansiosa e insicura. Mi sono sempre chiesta come mai io riusciussi a sentire così profondamente il dolore altrui, come mai io riuscissi a riconoscere un qualcuno in un nessuno. È perché non avevo un sé a cui affidarmi. Credevo di mancare di sostanza, e il fatto di poter sentire gli altri voleva dire che non avevo niente di mio da sentire. Ciò che era fonte di vergogna s'era di fatto rivelata fonte di illuminazione.

E quando mi sono resa conto e ho veramente capito che il mio sé è una proiezione e che ha una funzione, è successa una cosa divertente. Ho smesso di concedergli autorità. Riconosco il suo merito. Lo porto in terapia. Il suo comportamento disfunzionale mi è diventato familiare. Ma non mi vergogno del mio sé. In realtà, rispetto il mio sé e la sua funzione. E con il tempo e la pratica, ho cercato di vivere sempre di più della mia essenza. E se si riesce a farlo, possono accadere cose incredibili.

Ero in Congo lo scorso febbraio, a ballare e festeggiare con donne che sono sopravvissute alla distruzione del loro Io in maniera davvero impensabile — distrutte perchè individui brutali e psicopatici in tutta quella terra meravigliosa stanno alimentando la nostra dipendenza dagli iPod, Pad e altri gingilli, che ci disconnettono ancora di più dal loro dolore, dalle loro sofferenze, dalla loro morte. Perché, ehi, se stiamo vivendo tutti in noi stessi credendo che sia la vita, allora stiamo svalorizzando e desensibilizzando la vita. E in quello stato disconnesso, già, possiamo costruire fabbriche senza finestre, distruggere la vita negli oceani e utilizzare lo stupro come arma di guerra. Allora ecco un appunto aI sé: Le fessure cominciano a farsi vedere nel nostro mondo ben costruito, e gli oceani continueranno a rifluire attraverso le fessure, e il petrolio e il sangue, a fiumi.

La cosa fondamentale è che non abbiamo capito come vivere in unità con la terra e ogni altra cosa vivente. Abbiamo solo follemente cercato di capire come vivere tra di noi — miliardi di noi. Solo che non stiamo vivendo tra di noi; i nostri folli Io vivono tra di loro e continuano un'epidemica disconnessione.

Viviamo insieme e facciamo un respiro alla volta. Se riusciamo a passare sotto questo sé pesante, accendere una torcia di consapevolezza, e trovare la nostra essenza, la nostra connessione con l'infinito e ogni altra cosa vivente. Lo sappiamo dal giorno in cui siamo nati. Non dobbiamo avere paura dell'abbondante nulla. È più realtà di quelle che ci siamo creati noi. Immaginate che tipo di esistenza possiamo vivere onorando l'inevitabile morte del sé, apprezzando il privilegio della vita e meravigliandoci di fronte a quello che viene dopo. Si comincia dalla semplice consapevolezza.

Grazie per l'attenzione.

(Applausi)