Simona Ghizzoni
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Volevo fare la cantante, e invece sono qui a provare a raccontarvi come ho fatto a diventare una fotografa, anzi di come è successo. Credo che tutto sia iniziato con i miei disturbi alimentari: io mi sono ammalata all'età di 14 - 15 anni, non lo ricordo ancora con precisione ma ci sono davvero tanti pezzi di quel periodo che ricordo ancora in maniera molto confusa. Ero un adolescente, e come ogni adolescente mi guardavo e non mi piacevo. Ma non era soltanto un non piacermi a livello fisico. Era qualcosa di diverso: come se, all'improvviso, io non mi riconoscessi nell'immagine che vedevo di me. Credo che l'adolescenza da un lato sia il momento in cui iniziamo a vederci un po' come una prima versione di essere umano definitivo, e quello che vedevo non mi corrispondeva. Credo, però, che proprio questa non corrispondenza, questa sorta di scollamento tra me e l'immagine che vedevo di me abbia avuto una parte fondamentale nel farmi poi avvicinare alle arti visive. La fotografia è arrivata qualche anno dopo, sugli scaffali della biblioteca comunale di Reggio Emilia, la città in cui sono nata. E la prima persona che ho iniziato a fotografare sono stata io. E fondamentalmente poi, vi dirò, insomma, non ho praticamente mai smesso. Fast forward: mi iscrivo al DAMS, mi laureo, frequento una scuola di fotografia, mi diplomo, non proprio in quest'ordine, e decido di essere pronta per provare a fare il mio primo vero progetto fotografico. E quindi decido di lavorare su qualcosa che conoscevo molto bene: i disturbi alimentari. Io, da adolescente, volevo dimagrire: però prendete questo termine "dimagrire" come una metafora. In realtà volevo diventare la persona che sentivo di dover diventare - e fin qua... Solo che volevo diventarlo immediatamente: il tempo che doveva passare tra quella me così imperfetta, che ero allora, e quella me perfetta che naturalmente sarei stata nel futuro era un tempo che doveva passare il più velocemente possibile. Era un tempo inutile, un tempo angosciante, un tempo vuoto, al contrario del tempo della fotografia: la fotografia per me riempie il tempo. Quando si ha una macchina fotografica al collo, ogni momento è, potenzialmente, un momento denso di significato, importante ed irripetibile. Forte di questo strumento materiale, la macchina fotografica, ma anche mentale insomma, sono partita per Todi. Era il 2006, residenza Palazzo Francisci, che è uno dei principali centri in Italia per la terapia dei disturbi dell'alimentazione. E ancora mi ricordo che viene organizzata questa riunione plenaria, con tutti gli operatori, e le dottoresse, le pazienti. Mi ricordo queste 20 paia di occhi che mi guardavano terrorizzati, perché ero un'estranea, e per di più un'estranea con la macchina fotografica. D'altra parte, io ero terrorizzata quanto loro. Infatti, dopo aver parlato, esserci presentate, per una settimana - dieci giorni, non ebbi il coraggio di fare nemmeno una foto. In compenso, passai il tempo con le ragazze, guardavo la televisione, giocavo a carte, ho imparato a fare delle orrende sciarpe a maglia. Finché un giorno arrivò questa ragazza, e mi disse: "Vabbè, ma insomma, queste foto quando inizi a farle?" E quindi cominciai questo progetto, che ha il titolo "The Odd Days", i giorni dispari, da un brano di Ludovico Einaudi che ascoltavo, all'epoca, ossessivamente. E all'epoca non sapevo né che questo lavoro sarebbe durato più di tre anni, né che la fotografia sarebbe diventata la mia professione; e nemmeno che, in sostanza, questo lavoro sarebbe stato più di un semplice mestiere, ma sarebbe stato anche, per me, una forma di comprensione di me stessa. Di terapia, a volte lo chiamo. Non so se anche a voi capita, ma a me è capitato che ci siano stati degli incontri nella mia vita lavorativa che hanno segnato dei punti importanti del mio percorso. Uno di questi incontri è stato quello con Simona. Simona l'ho incontrata nel 2008 a Palazzo Francisci, dov'era stata ricoverata. Era un'estate torrida, il centro era pieno, pieno di pazienti. E Simona, all'inizio, mi colpì per la sua fisicità. Era alta, è ancora alta, molto bella: questi capelli neri folti, questi occhi enormi. E magrissima, magra da morire. La ricordo, stava sempre seduta in disparte, e anche le altre pazienti era come faticassero ad avvicinarsi a lei. C'era qualcosa, in questo alone di estrema sofferenza che si portava addosso, che attirava e respingeva le attenzioni, il parlarle, allo stesso tempo. Io stessa ci misi svariati giorni, prima di decidermi ad avvicinarla e a chiederle se volesse farsi fare una fotografia. E lei mi rispose con quella fermezza, quella dolcezza che negli anni, poi, ho imparato a conoscere. Disse: "Sì, ma non oggi. Domani. E vorrei che ti immaginassi qualcosa di bello". Wow, ok. Passai il resto della giornata a cercare di pensare cosa potessi fare di bello in quella situazione. La mattina dopo mi svegliai, mi fermai da un fioraio e comprai dei gigli, perché in una sorta di augurio mi auguravo che dalle sue braccia, lunghe e nodose, a un certo punto potessero sbocciare dei fiori. E questo è stato l'inizio di un'amicizia che a breve sarà al suo decimo anniversario. Nel frattempo, non ho smesso di fotografare me stessa. Era come se questo guardare fuori da me mi costringesse violentemente, in qualche modo, a guardare di nuovo dentro di me. Tante cose che credevo di sapere di me ho dovuto rivederle, e cambiarle, proprio grazie a questo lavoro. Dopo questi tre, quattro anni di lavoro sui disturbi alimentari sentivo che la spinta che mi aveva portato a lavorare su questo tema andava esaurendosi, ed entrai in una fase di tremenda confusione. Nel frattempo, la fotografia era diventata il mio lavoro, la mia professione. Mi chiesero se volessi andare nella Striscia di Gaza. E così, presa dall'entusiasmo e dalla confusione, dissi di sì senza pensarci. E nell'arco, letteralmente, di pochissimi giorni mi ritrovai in una zona di guerra. Ero di nuovo terrorizzata, non sapevo che cosa aspettarmi, e forse non ero abbastanza preparata ad andarci. Però partivo da un pensiero: io sono stata la prima donna della mia famiglia a non avere vissuto la guerra. Le mie nonne hanno vissuto la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, mia madre è nata sul finire della Seconda Guerra Mondiale, io ne avevo solo sentito parlare. Eppure, era un po' come se questa storia scorresse anche nel DNA della mia famiglia, e nel mio stesso. Così decisi di lavorare non sulla prima linea, di non documentare la prima linea, ma di stare a casa con le donne, e vedere quale normalità, e se ci fosse, una normalità. Ma a quale normalità si poteva aspirare in una situazione di un conflitto così efferato, e così di lungo termine com'è il conflitto israeliano-palestinese. Pensavo: "Se cercavo una familiarità, se cercavo una corrispondenza con la mia vita e con la mia esperienza, avrei potuto trovarla ovunque, bastava cercarla". E così, ad esempio, con Obi Wafa. Wafa aveva perso tutto durante l'operazione "Piombo Fuso", operazione militare israeliana del 2009. Aveva perso la casa, aveva perso un figlio, Ibrahim, di nove anni, rimasto ucciso. E a un anno di distanza, la prima volta che la incontrai ancora viveva con gli altri cinque figli e il marito in una tenda, nel luogo in cui era sorta la sua casa. Wafa pensavo che fosse una delle donne più distanti da me, come background culturale, come scelte di vita, religione. Parlavamo lingue diverse, figli, tutto quello che vi potete immaginare. E invece, con Wafa io mi trovavo benissimo. Andai a trovarla molte molte volte, nel corso di questi anni, come tornavo a Gaza; l'ammiravo! Era una persona, è una persona estremamente forte. Se c'è una cosa che ho imparato da questi viaggi, da questo viaggio, è stato un po' l'abbandonare una serie di stereotipi che avevo sugli altri, e anche su di me. Il più delle volte mi è successo che dove pensavo di trovare delle differenze insormontabili, in realtà io abbia trovato delle grandi somiglianze. Fast Forward: 2015. Stessa cosa in Kenya. A un certo punto, incontro Natasha. Natasha è una ragazzina keniota di 13 anni, all'epoca. Che cosa potevo mai avere io in comune con questa ragazzina? L'ho incontrata in una scuola, a Ilbissil, a poche ore di macchina da Nairobi, dove si era rifugiata dopo essere scappata dalla mutilazione genitale, dalla sua famiglia, che voleva praticarle la mutilazione genitale per poi, come spesso accade in questi paesi, farla sposare, solitamente ad un uomo anche molto più vecchio di lei. Natasha quindi era scappata, era finita a vivere per le strade di Nairobi. E poi era stata presa da una famiglia, che l'aveva presa a servizio. Ma in realtà era più una schiava che una vera e propria collaboratrice domestica: veniva maltrattata, molestata ecc. Fino a che, appunto, non venne salvata e portata all'interno di questa scuola che ha una sezione apposta per le ragazzine che scappano di casa. E Natasha era molto interessata a me: aveva imparato un po' di inglese, per strada, e quindi aveva deciso di prendersi il compito di essere la mia guida all'interno della scuola. E mi seguiva dappertutto, mi mostrava tutto, e voleva sapere tutto quello che io facevo, come essere una fotografa, come fare a viaggiare e così via. Quindi, una volta tornata in Italia, decisi di pagarle la retta scolastica. Insomma, si può dire che io mi porti il lavoro a casa. Ma è una fortuna, è un privilegio enorme. Quando avevo 18 anni, volevo fare la cantante, così mi iscrissi a un corso con Sainkho Namtchylak, che è una cantante siberiana, della Repubblica di Tuva, veramente, che amo moltissimo. E al secondo, terzo giorno di seminario andai da lei e le dissi: ho la stoffa per diventare una cantante? Posso farcela? Io avevo 20 anni. Lei mi guardò e mi disse qualcosa che suonava un po' come: "Ah, voi occidentali. Sempre a pensare soltanto al risultato, e mai al percorso". E ci rimasi malissimo, chiaramente: infatti ancora oggi mi ricordo perfettamente di quella giornata. Non so se avevo capito esattamente cosa mi volesse dire, ma mai me lo sono dimenticato. Forse, pian piano, ho iniziato a capirlo proprio grazie al mio lavoro. Il mio lavoro mi costringe a guardare. Mi costringe a guardare gli altri, e mi costringe a guardare me. Non mi permette di rimanerere, come vi dicevo, dentro gli stereotipi che avevo e che ho, volente o nolente, sull'altro e su di me. E forse, tutte queste donne che ho conosciuto, Wafa, Natascha, Simona e moltissime altre, sono dei pezzi di quella me che da adolescente volevo diventare. E forse, la storia del mio lavoro è un piccolissimo pezzo, anche, della storia della mia lenta, lentissima guarigione. Grazie. (Applausi)