Giorgia Lupi
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Ecco rappresentata la mia ultima settimana. Cosa ho fatto, con chi ero, le sensazioni che ho provato in ogni ora in cui ero sveglia... Se le sensazioni sono nate dal ricordo di mio padre che è venuto a mancare da poco, o se sono riuscita a evitare preoccupazioni e ansia. Se pensate che io sia un po' ossessiva, forse avete ragione. Ma di certo, da questa visualizzazione, potete imparare molto più di me che da quest'altra, fatta di immagini che forse vi sono più familiari e che magari avete nel vostro telefono proprio adesso. Grafici a barre per i passi che avete fatto, grafici a torta per la qualità del vostro sonno, il percorso delle corse mattutine.

Durante il giorno, lavoro con dati. Dirigo un'azienda di data visualization design, progettiamo e sviluppiamo sistemi per rendere accessibili i dati attraverso rappresentazioni visive. Ciò che il mio lavoro mi ha insegnato durante gli anni è che per capire davvero i dati e il loro vero potenziale, a volte dobbiamo davvero dimenticarcene e vedere invece attraverso di essi. I dati sono sempre uno strumento che usiamo per rappresentare la realtà. Sono sempre usati come sostituto di qualcos'altro, non sono mai oggetti reali.

Lasciate che torni indietro per un attimo a quando me ne sono resa conto. Nel 1994 avevo tredici anni. Ero un'adolescente italiana. Ero troppo giovane per interessarmi di politica, ma sapevo che un uomo d'affari, Silvio Berlusconi, si era candidato presidente per la destra moderata. Noi abitavamo in una città liberale, e mio padre era un politico del Partito Democratico. Ricordo che nessuno pensava che Berlusconi potesse essere eletto, che non ci fosse alcuna possibilità. Ma accadde. Ricordo vividamente quello stato d'animo. Fu una totale sorpresa, poiché mio padre mi assicurò che nessuno dei suoi conoscenti aveva votato per lui.

Fu la prima volta in cui i dati che avevo mi avevano dato una immagine distorta della realtà. Il mio campione dati era davvero troppo limitato e distorto, era questo il motivo, pensai, vivevo in una bolla, e non avevo possibilità di vedere al di fuori di essa.

Adesso facciamo un balzo avanti, all'8 novembre 2016, negli Stati Uniti. I sondaggi via web, i modelli statistici, tutti gli opinionisti erano concordi sul possibile esito delle elezioni. Ci è sembrato di avere informazioni sufficienti, e più possibilità di vedere al di fuori della cerchia ristretta in cui viviamo, ma di certo non è andata così. Le sensazioni erano molto familiari. Le conoscevo già. Penso sia giusto dire che i dati ci hanno fuorviato, e in modo clamoroso. Noi abbiamo creduto nei dati, ma ciò che è accaduto, perfino ai giornali più rispettati, è che l'ossessione di ridurre tutto a due semplici numeri percentuali per creare un titolo ad effetto ci ha indotto a guardare le due cifre e solo quelle. Nello sforzo di semplificare il messaggio e disegnare una bella e immancabile mappa rossa e blu, abbiamo perso del tutto l'obiettivo. Ci siamo dimenticati che c'erano storie e vicende umane dietro i numeri.

In un contesto diverso, ma per una questione molto simile, questa donna presentò al mio team una sfida particolare. Venne da noi con un sacco di dati, ma in ultima analisi voleva raccontarci una delle più umane fra le storie. Lei è Samantha Cristoforetti. La prima donna astronauta italiana, e ci contattò prima di partire per una spedizione di sei mesi alla Stazione Spaziale Internazionale. Ci disse: "Sto per partire per lo spazio, e voglio usare in modo significativo i dati che raccoglierò per raggiungere la gente." Una missione per la Stazione Spaziale Internazionale comporta terabyte di dati su qualsiasi aspetto possiate immaginare: le orbite attorno alla Terra, la velocità e posizione della SSI e i dati di ciascuno delle migliaia di sensori collegati in diretta. Avevamo tutti i dati concreti possibili proprio come gli opinionisti prima delle elezioni ma a cosa servono tutte queste cifre? Alla gente non interessano i dati fini a se stessi, perché da soli non dicono niente. Sono sempre mezzi, tesi ad uno scopo. La storia che dovevamo raccontare era che c'è un essere umano in ogni minuscola cabina che vola nello spazio sopra di voi, e che si può vedere a occhio nudo in una notte limpida. Così abbiamo deciso di usare i dati per creare una connessione fra Samantha e tutta la gente che la guardava da giù. Abbiamo progettato e sviluppato "Amici nello Spazio", una semplice applicazione web che permette di dire "ciao" a Samantha dal punto in cui siete, e salutare tutte le persone collegate nello stesso momento da tutto il mondo. Tutti questi "ciao" lasciavano segni visibili sulla mappa mentre Samantha stava volando e mentre ricambiava ogni giorno i nostri saluti usando Twitter dalla SSI.

Questo permise alla gente di vedere quei dati da una prospettiva differente. D'improvviso il baricentro si è spostato sulla nostra natura umana e la curiosità più che sulla tecnologia. Così, i dati hanno potenziato l'esperienza, ma le vicende umane sono state la nostra guida. Il responso assai positivo delle migliaia di utenti mi impartì una lezione molto importante: lavorare con i dati significa progettare sistemi che trasformino l'astratto e l'indefinito in qualcosa che possa essere visto, percepito, e direttamente collegato alle nostre vite e ai nostri comportamenti. Qualcosa che è difficile ottenere se lasciamo che l'ossessione per i numeri e la tecnologia che li usa ci guidino nel processo. Ma possiamo fare di meglio per connettere i dati alle storie che rappresentano. Possiamo eliminare completamente la tecnologia.

Alcuni anni fa, ho incontrato un'altra donna, Stefanie Posavec una designer che lavora a Londra con cui condivido la passione per i dati. Non ci conoscevamo, ma decidemmo di condurre un esperimento radicale, iniziare una comunicazione usando solo dati, senza altro linguaggio. Scegliemmo di non usare alcuna tecnologia per condividere i nostri dati. Il nostro unico mezzo di comunicazione sarebbe stato il vecchio ufficio postale. Per "Cari Dati", ogni settimana per un anno, usammo i nostri dati personali per conoscerci a vicenda, dati su argomenti semplici condivisi settimanalmente, dai nostri sentimenti alle interazioni con i nostri partner, dai complimenti ricevuti ai suoni dei nostri vicinati. Informazioni personali che scrivevamo a mano su un foglio di carta formato cartolina che avremmo spedito ogni settimana da Londra a New York, dove vivo io, e da New York a Londra, dove vive lei. Il fronte della cartolina riporta i dati personali, nel retro della cartolina c'è l'indirizzo dell'altra persona, ovviamente, e la legenda per l'interpretazione dei nostri dati. Nella prima settimana del nostro progetto, scegliemmo un argomento freddo e impersonale. Quante volte in una settimana controllavamo l'ora? Qui vedete il fronte della mia cartolina e vedete che ogni piccolo simbolo rappresenta tutte le volte in cui ho controllato l'ora, posizionate in ordine cronologico per giorni e ore diversi, niente di complicato. Ma poi vedete nella legenda come ho aggiunto dettagli aneddotici relativi a quei momenti. Di fatto, i simboli differenti indicano perché stavo controllando l'ora, cosa stavo facendo, ero annoiata? Avevo fame? Ero in ritardo? L'ho controllata di proposito oppure per caso? Ed eccoci al punto: rappresentare i dettagli delle mie giornate e della mia personalità attraverso la mia raccolta di dati. Usando i dati come una lente o un filtro per scoprire e rivelare, per esempio, la mia infinita ansietà per i ritardi, per quanto io sia sempre puntuale.

Stefanie ed io abbiamo trascorso un anno raccogliendo dati manualmente per costringerci a focalizzarci sulle sfumature che i pc non colgono, o almeno non ancora, usando dati per esplorare le nostre menti e le parole che usiamo, e non solo le nostre attività. Come nella terza settimana, quando registrammo i "grazie" dati e ricevuti, e quando mi resi conto che ringrazio di più le persone che non conosco. A quanto pare sono una ringraziatrice compulsiva di camerieri e cameriere, ma non ringrazio abbastanza le persone che mi sono più vicine.

Durante un anno, il procedimento di annotare e contare queste azioni divenne un rituale. Cambiò la nostra persona. Diventammo molto più sintonizzate con noi stesse, più consapevoli dei nostri comportamenti e dei nostri contesti. Nel corso di un anno, Stefanie ed io ci legammo profondamente attraverso i nostri diari condivisi, ma riuscimmo a fare questo solo mettendo noi stesse in quei numeri, aggiungendo ad essi i contesti delle nostre vite personali. Era l'unico modo per renderli davvero significativi e rappresentativi di noi stesse.

Non vi sto chiedendo di scrivere i vostri dati personali, o trovare un amico di penna oltreoceano. Vi sto suggerendo di considerare i vostri dati tutti i tipi di dati come l'inizio di una conversazione e non la fine. I dati da soli non ci daranno mai la soluzione. Questo è il motivo per cui i dati ci hanno ingannato perché non abbiamo aggiunto la giusta parte di contesto per rappresentare la realtà. Una realtà sfaccettata e complessa. Continuavamo ad osservare questi due numeri, ossessionati da essi fingendo che i nostri mondi potessero ridursi a una coppia di cifre e una corsa di cavalli, mentre le storie vere, quelle davvero importanti, si trovavano altrove.

Ciò che abbiamo perso osservando queste storie solo attraverso modelli e algoritmi è ciò che che chiamo "umanesimo dei dati". Durante il Rinascimento gli intellettuali europei misero al centro del mondo la natura umana anziché Dio. Credo che debba avvenire qualcosa di simile con l'universo dei dati. Ora i dati sono apparentemente trattati come un Dio, custode di una verità infallibile sul nostro presente e futuro.

Le esperienze che oggi ho condiviso con voi mi hanno insegnato che per rendere i dati rappresentativi della natura umana ed essere certi che non possano più fuorviarci, dobbiamo progettare sistemi che includano empatia, imperfezione e qualità umane nel modo in cui li raccogliamo, processiamo analizziamo e mostriamo. Vedo un luogo, infine, in cui invece di usare dati solo per diventare più efficienti, useremo i dati per diventare più umani.

Grazie.

(Applausi)