Elena Dak
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Lo stupore, e la meraviglia, sono stati determinanti nel cambiare il corso della mia vita. Siamo in Africa, in Niger, nel deserto del Ténéré, nel cuore del Sahara, nel nulla apparente. Immaginate di essere a piedi scalzi, su sabbia color vaniglia sotto un cielo sconfinato. Lo stupore scaturì dall'aver visto in pieno giorno la scena che Théodore Monod, grande studioso sahariano del '900, vide di notte: "Lunghe file silenziose di cammelli scivolano nella notte al chiaro di luna. Spettacolo piuttosto solenne, quasi grandioso. Questi convogli evocano non so quale bestia colossale, una specie di scolopendra titanica animata da un ritmo lento ma deciso, infaticabile, implacabile, irresistibile. Credetemi, fu proprio così. Una carovana composta da centinaia di dromedari, e alcune decine di uomini, nel silenzio. Quasi si trattasse di un apparizione sacra. Anche voi, di fronte ad una visione simile, avreste giusto il tempo di trasalire di stupore, di ammutolire, che davanti a voi resterebbero solo centinaia di tracce sulla sabbia. Ecco: fu la fascinazione, scaturita da quella visione, a cambiare tutti i miei progetti. E cominciai a desiderare, da quel momento, di poter essere accolta da una carovana, una carovana del sale. E mi resi conto che l'unico modo per osservare il vivere dei Nomadi prevedeva di mettersi in cammino facendosi nomade per un po', e dirigendosi verso i loro stessi orizzonti. Così cominciai a studiare antropologia. E l'antropologia è una scienza inquieta. Il suo compito non è quello di rassicurare, ma di interrogarsi sull'uomo e le culture altre. Clifford Geertz, l'antropologo che segnò la disciplina tra gli anni '80 e '90, disse, ironicamente, che gli antropologi sono: venditori ambulanti di anomalie; spacciatori di stranezze; mercanti di stupore. E dunque, alla ricerca di anomalie, stranezze e stupore, ma non solo, da allora io cammino con i nomadi. Letteralmente vivo, insieme a loro, frammenti del mio tempo. L'antropologia chiama "mobili" quei popoli che, comunemente, sono detti Nomadi. E i Nomadi sono tutti pastori, che fanno del movimento un imperativo del vivere,. Che allevino pecore, capre, mucche, dromedari, cavalli, sono costretti ad andare alla ricerca di erba, acqua e sale per i loro animali. Stare fermi, per questi popoli, non è compatibile con la sopravvivenza. I Nomadi, infatti, nel mondo occupano nicchie ecologiche difficili, spazi il cui manto vegetale è rarefatto, scarso, pieno di sabbia, di sassi, di polvere, di spine, su cui i Nomadi riescono a sopravvivere semplicemente senza ribellarsi, ma assecondando la severità dei luoghi. Viaggiando dall'Africa alle steppe dell'Asia centrale, ebbi spesso la fortuna di imbattermi nelle genti Nomadi. E mi resi conto che i nomadi, sottratti alla retorica e alla visione romantica che li voleva liberi, anarchici e fluttuanti nello spazio senza regole, non si muovono affatto a caso. In quel loro percorrere a piedi la superficie del mondo, non vi è nulla di casuale, di improvvisato. Vi è tutto di incerto, questo sì, perché i rischi sono costanti: le piogge mai sicure; le fatiche quotidiane; gli imprevisti frequenti; gli attriti col mondo sedentario all'ordine del giorno. Nel passato, questi popoli sono stati percepiti, dagli uomini delle società sedentarie come selvaggi, barbari, a basso grado di civiltà. In realtà, le vite dei Nomadi non sono meno complesse di quelle dei sedentari. E il carattere, talvolta aspro, delle persone è proporzionato alla durezza del vivere. Che è fatto di spostamento, sì, ma anche di attesa, di percezione e di ascolto. Un talento per l'ascolto necessariamente sviluppato in un ambiente ostile. I Nomadi, infatti, sono all'erta. Sanno leggere la natura, odorare la pioggia nel vento, cogliere fruscii tra le pietre e le spine che per le nostre orecchie non sarebbero nemmeno eventi percepibili. Inoltre, la mobilità impone loro leggerezza, corporea e materiale. Essere Nomadi vuol dire possedere poco, il minimo indispensabile da caricare ogni volta sugli animali. E sono esili, i Nomadi. Si direbbe che camminino senza pesare, come se il loro corpo, e le movenze, fossero un modo di adattarsi all'ambiente, al terreno, alla terra. Ecco: la terra, per i Nomadi, non è mai stata terra da coltivare. Come disse Eschilo, le loro sono terre che non sanno aratri, e sono sempre e solo state terre su cui camminare, imprimendo le loro orme che, per quanto effimere, sono state in grado di scrivere una storia fatta di passi e di oralità, spesso poetica. Ora vorrei portarvi con me presso le tre popolazioni nomadi con le quali ho vissuto. Torniamo alla visione della carovana del sale di cui vi ho parlato all'inizio. Era il 2005. Scoprii, durante un viaggio di lavoro, in Niger, una notte, intorno al fuoco, che uno degli autisti Touareg insieme a me era figlio di un capo carovana. Per sua intercessione, dopo nove mesi di allenamenti rigorosi, io fui accolta nella carovana del padre composta da 300 dromedari e 30 uomini Tuareg. Mi aspettavano 1200 km a piedi nel cuore del Sahara tra panorami di feroce bellezza di cui la carovana stessa era partecipe. I Nomadi, infatti, non costruiscono un paesaggio. Semmai lo attraversano. I Tuareg, camminando, si facevano essi stessi paesaggio. Si facevano duna, filo di duna, sabbia, vento. Paesaggio mobile, che si dissolveva pochi istanti dopo il loro passaggio. E cominciai a realizzare quanto contasse, in quel cammino per ore senza sosta, la relazione con lo spazio infinito. Il vuoto del deserto diventava parte di noi, del nostro incedere, si infilava tra le gambe, sotto il velo, tra le dita. E, per la verità, non mi è ancora chiaro se fossimo noi ad entrare nello spazio smisurato del deserto, o se fosse lui ad avanzare verso di noi. Quel che è certo è che, nella carovana, la solitudine non si è affacciata mai, nemmeno nella notte. Essere in tanti ed essere insieme dava a ciascuno la forza di sopportare tutta quella fatica in mezzo a quella bellezza così essenziale. Là, tra le sabbie, infatti, il superfluo non ha spazio. E non ce l'ha nemmeno dentro l'animo, che si denuda e si accorda all'essenzialità del contesto. Dei Nomadi Tuareg potei sperimentare la tenerezza con la quale, a distanza, spiando le mie mosse da sotto i turbanti, si prendevano cura di me, offrendomi un senso di accudimento talmente inatteso da essere da me percepito quasi come una "trafittura di tenerezza", come disse Ceronetti, grande poeta del '900. E imparai il silenzio, quello della notte e quello del giorno. La capacità di reggerlo per ore e ore senza che nessun turbamento giungesse a scalfirmi. Ma passiamo il confine del Niger. Era il 2014 quando decisi di seguire la transumanza di alcune famiglie di pastori Woodaabe, nel cuore del Ciad. Essi nomadizzano nella foresta spinosa, allevando gli zebù Bororo, mucche dalle alte corna a lira. Tra il levar del sole e l'imbrunire, abbiamo seguito otto transumanze. Ho avuto un cavallo, per i momenti di stanchezza durante i cammini più prolungati, ho avuto un toro per i bagagli, e un asino per l'acqua. L'erba bastava due o tre giorni, poi si ripartiva, alla ricerca di nuovi pascoli e pozze d'acqua. In questo caso, sono stati i bambini a scortarmi nell'avventura della conoscenza della loro cultura. E sono stati i bambini, quanto i grandi, a condurmi lungo la via della bellezza materiale e fisica, ideale fondante del loro codice di comportamento. Bellezza espressa nelle danze dei Woodaabe, nel trucco, nei gioielli, nelle espressioni allucinate dei danzatori. Con i Woodaabe ho condiviso le piogge sacre dell'estate. E le notti più buie che io abbia mai visto, nelle quali uomini e donne avevano la stessa disinvoltura che in piena luce. Di quel buio percepivo la paura, quella bellissima paura dell'oscurità, e di quanto essa può nascondere o svelare. In quelle settimane, ho sperimentato la capacità di trasformare un'acacia, e uno spazio d'erba, in una casa, in pochi istanti. Mi sono seduta sulle loro stesse stuoie percorse da scorpioni, ho bevuto il loro tè verde, ho partecipato alla fatica, toccando con mano la resistenza pervicace contro governi che vorrebbero i Nomadi via dal vento e dalle savane per trascinarli nelle case, sulle terre, e farne degli artigiani o dei contadini. Quando, nel 2017, approdai in Gujarat, nell'India nord-occidentale, un'altra visione mi turbò. Ero ferma in un'area di servizio quando vidi qualcosa tremolare in lontananza. Via via, quel brulichio si dipanò in un gruppo in migrazione composto da una fila di una decina di donne vestite come principesse medievali. Ciascuna davanti ad un dromedario, stracarico di masserizie, agnelli e bambini. Erano i Nomadi Rabari che camminavano lungo la corsia di emergenza dell'autostrada, mentre camion giganteschi sfioravano le esili figure. Era come vedere una vena, appartenente ad un'altra epoca, scorrere dentro la contemporaneità. In quel momento, io ho giurato a me stessa che sarei tornata a cercarli. Perché c'era un tale stridore, tra l'avanzare di quelle donne e l'affollata e assordante autostrada indiana, che non potevo ignorarlo. E infatti, poco tempo dopo, mi ritrovai a seguire pecore che invadevano carreggiate, a passare la notte a bordo autostrada accampata insieme alle greggi addossate a mura di recinzione di fabbriche di fertilizzanti, a camminare coi cammelli sotto le piogge del monsone, a cercare tepore al fuoco nel buio che precede l'alba, e a condividere lo spaesamento di pastori nomadi senza più terra dove andare. Dunque, vi domanderete perché io faccia tutto questo. Sarà la polvere che le zampe dei tanti animali sollevano, fine e perenne, soprattutto in Africa? La polvere che è pigra all'alba; ma al tramonto, dopo ore di calura, si solleva e impregna ogni cosa, ammorbidendone le forme? Sarà la magnifica lentezza delle carovane, quando le incroci tra le sabbie? Il silenzio assoluto di quella sacra epifania? Saranno i pozzi, a cui tutti i nomadi convergono prima o poi, l'ebbrezza di toccare l'acqua tanto rara e agognata? Sarà la trasgressione alle regole del silenzio, che l'acqua consente? Sarà l'andatura, la postura eretta e disinvolta di uomini abituati a camminare tanto e a fingere di non sentire la fatica che ad ogni duna o pietraia vorrebbe assalirli? Sarà quella capacità di vedere quel che gli occhi dei sedentari non vedono, perché solo chi è abituato al vuoto "vede oltre"? Sarà che i Nomadi cercano le parole garbate per addolcire la vita, che sa essere così impietosa che anche solo un verbo o un aggettivo più morbido la fanno sentire meno rovente o pungente? È che quando sei Nomade, vivi la maggior parte del tempo in movimento. E ricordare, progettare, piangere, desiderare, immaginare, gioire - anche solo pensare! - da fermi, o in movimento, non è la stessa cosa. Perché il movimento trasforma, impregna, informa di sé. Quindi occuparsi di nomadi, oggi, induce al recupero del senso della metriòtes greca. Vale a dire al senso della misura, all'equilibrio, all'armonia, all'eleganza del pensare e dell'agire. Valori che, ovviamente, non sempre i Nomadi praticano; ma che idealmente ispirano le loro vite. E se il nomadismo è sempre stato un vivere sull'orlo del possibile, oggi è un sopravvivere sull'orlo dell'impossibile, stritolato dalle dinamiche possenti del mondo sedentario, frenato da terre sempre più coltivate, governi insofferenti e strade che tranciano sentieri di passaggio. Pertanto, la volontà di avvicinare e seguire i Nomadi, per me da esigenza si è fatta urgenza. Perché le loro vite, e questo d'altra parte vale per molte culture, si stanno trasformando ad una velocità tale che a breve quel modo di vivere diventerà altro. E io sento il dovere di raccontare realtà minime, fragili, e remote che all'insaputa dei più, nelle pieghe più nascoste del mondo, ancora camminano e resistono. Ecco, per raccontare le loro vite mi occorre viverle, facendo dei miei piedi, e dei miei occhi, strumenti di conoscenza. Grazie. (Applausi)