Alan Mattiassi
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Si può scoprire di più su una persona in un'ora di gioco che in un anno di conversazione. Quelli che tra noi sono giocatori sanno quanto sia facile, quanto ci sia capitato spesso il fatto di rivalutare una persona da una partita, da una singola giocata, anche se magari abbiamo a che fare con quella persona, al di fuori del gioco, da anni. Questo adagio, questo pezzo di sapere, viene dato per antico, viene attribuito a Platone. In realtà, le prime tracce che abbiamo sono di uno scritto del 1670, in cui si invitano i giovani laureati a fare attenzione a come una persona reagisce alla vincita o reagisce alla perdita. Allora, cosa possiamo capire da come una persona reagisce alla vincita o alla perdita? Ma mi spingo ancora oltre: cosa possiamo capire da come una persona si approccia a prendere quella strada che lo porterà, inesorabilmente e inevitabilmente, a uno di questi due esiti? Io sono stato, per una dozzina d'anni, un giocatore di un gioco di carte piuttosto famoso, si chiama "Magic: l'Adunanza". Ho giocato parecchi tornei con centinaia, con migliaia di persone. Ho potuto osservare molti giocatori, essendone uno. Ci sono due cose che mi piacciono particolarmente di questo gioco: la sua grande profondità strategica, e la possibilità, per i giocatori, di agire al di fuori delle meccaniche di gioco. Ora, come funziona un torneo di Magic? Funziona su una serie di match in cui due giocatori si scontrano e vince quello che per primo vince due partite su tre. Vince il match la persona che vince due partite su tre. Ora immaginate la persona che vince la prima di queste partite. In dodici anni ho visto persone bullarsi della vittoria, fare gli spacconi; ho visto altre persone congratularsi con l'avversario; ho visto persone andare in ansia da prestazione. Prima ancora di pescare le carte per la seconda partita, questi comportamenti hanno un effetto: qualcuno si intimorisce, qualcuno si rilassa, qualcuno si rilassa troppo, qualcuno sopravvaluta, qualcuno sottovaluta l'avversario, qualcuno parte già con l'idea che non ce la farà. Allora, scegliere come comportarsi ha un impatto immediato sulla partita, un effetto immediato su quello che sarà l'esito della partita. Ora, la scelta di questo comportamento o l'attitudine verso uno di questi comportamenti, ci dice molto di quella persona. Ci dice se è una persona che tende ad intimidire, a non farsi scrupoli per intimidire, ci dice se è una persona che tende a mettere a suo agio l'avversario alla ricerca di uno scontro equo. Ci dice se è una persona che cerca, magari, di sfruttare la zona di comfort dell'avversario per fagli abbassare le difese. Tutto questo non è altro che come quella persona si interfaccia con l'altro nel momento in cui ha qualcosa da guadagnare, che è una situazione che accade continuamente, nella vita di tutti i giorni, al di fuori del gioco. Allora, come si pone rispetto all'avversario? Come se lo rappresenta mentalmente? Come decide - anche moralmente, ed eticamente - di comportarsi? Tutto questo apre una finestra incredibilmente profonda su chi è davvero quella persona. Badate bene che non ho ancora parlato di regole, meccaniche di gioco, dinamiche di gioco. Non ho parlato di nulla di tutto questo. Siamo ancora al di fuori del gioco, e già abbiamo incontrato quello che è il primo ingrediente fondamentale dei giochi, che è l'Interazione. Ora, io sono uno studioso della mente: quindi entriamo pure nei dettagli, entriamo in quello che è il gioco. Il mio interesse è capire cosa succede nella testa delle persone che giocano. uno dei giochi che conosciamo meglio, che abbiamo studiato di più, come umanità, è il cosiddetto "Ultimatum Game". L'Ultimatum Game è un gioco ridotto all'osso per studiare il comportamento delle persone. Funziona più o meno in questo modo. Vi approccia una persona e vi dice: "Mi hanno dato 100 euro. li posso tenere solamente se li posso dividere con un'altra persona e questa persona accetta la mia offerta al primo tentativo, senza mercanteggiare, altrimenti questi 100 euro li brucio", E procede a farvi un'offerta. Allora, vi invito a pensare qual è l'offerta minima che accettereste. Chi di voi accetterebbe un'offerta di 20 euro? 20 a voi, 80 all'offerente. Chi di voi accetterebbe un'offerta di 40? 40 euro a voi, 60 all'altro. Chi non si accontenterebbe di meno della metà? Chi vorrebbe una parte più alta della metà? E ora, chi di voi si accontenterebbe di un euro? Bene, ok. La soluzione razionale, a questo gioco, è accettare qualsiasi cifra. Pensatela in questa maniera: siete stati coinvolti in qualcosa che non vi aspettavate, vi viene offerta una somma di denaro e voi ve ne andate con una somma di denaro in più, rispetto a quella che pensavate di avere, che sia un euro, che siano dieci, 20, 40, quello che vi è stato offerto. Non potendo mercanteggiare, avete solo la possibilità di accettare o rifiutare. Perché rifiutare, allora, un euro? Rifiutereste un caffè gratis? Probabilmente no! Per cui, che senso ha che rifiutiamo un caffè gratis, un euro? Decenni di studi ci fanno vedere che metà delle persone rifiutano anche somme pari a 25 euro, e il motivo pare essere che riteniamo che l'offerta sia ingiusta. In altre parole, stiamo dando un valore al nostro potere di fare ottenere del denaro all'altra persona, ok? Questo che è un gioco molto, molto semplice da risolvere in teoria, ci pone davanti a una questione interessante: le persone pensano di agire in un certo modo, e si comportano diversamente. C'è qualcosa di fondamentalmente diverso nel giocare rispetto al ragionare in astratto. Le decisioni divengono atti; un pensiero, un'idea, un piano mentale diventa un'azione e sappiamo ormai che le persone non agiscono come prevedono di agire, che pensano di adottare dei comportamenti e poi non li adottano. Questo lo possiamo vedere facilmente nei giochi di probabilità. I giochi di probabilità non sono altro che giochi in cui ci ritroviamo davanti a situazioni come: decidere se provare a ottenere, ad esempio, dieci punti con il 60 percento di probabilità, o 100 punti con l'un percento di probabilità. Quindi una somma bassa con una buona probabilità, o una somma alta con un'infima probabilità di ottenerlo. Magari sappiamo che ci conviene provare per la piccola somma sicura, piuttosto che per la grande vincita; ma volete mettere il botto che facciamo se vinciamo quei 100 punti?! Ecco allora che siamo davanti al secondo ingrediente fondamentale dei giochi: la strategia. La strategia è quell'insieme di scelte che possiamo fare all'interno di un gioco. C'è un'intera branca dell'economia comportamentale che guarda caso si chiama "Game Theory", cioè Teoria dei Giochi, che si occupa proprio delle decisioni dei giocatori, della struttura decisionale all'interno di un gioco. Io, da psicologo, sono affascinato e interessato alla nostra rappresentazione mentale delle opzioni che abbiamo. Quali sono i fattori che ci rendono più appetibile la grande vincita, il miraggio della grande vincita assolutamente improbabile, rispetto a qualcosa di molto più pragmatico, molto più possibile da ottenere, come una somma più piccola, che potrebbe permetterci magari di vincere con sicurezza, o con una discreta sicurezza, la partita? Le persone hanno un piano e poi deviano su una strada che sembra più interessante, che sembra più seducente - magari più rischiosa, no? Bene. Allora intervengono, in questi casi, quelli che vengono definiti "bias cognitivi", cioè dei problemi della rappresentazione mentale;, ma non solo, intervengono anche fattori emotivi. Emozioni: nell'Ultimatum game abbiamo il senso di ingiustizia. Nel gioco di probabilità abbiamo l'attrattività seducente di quella grande vincita. Ora, l'evoluzione ci ha dotato di strumenti che non sono sempre così affidabili, non sono sempre così razionali. In un contesto naturale potremmo trovare utile sovrastimare delle basse probabilità. Ad esempio, potrebbe essermi conveniente pensare che abbattere quel mammut sia un po' meno difficile se poi mangio io e mangia la mia tribù per un mese intero. Nel contesto odierno però, siamo sommersi di decisioni continue e spesso molto poco rilevanti, come ad esempio: che telefono comprare, dove andare a cena stasera. Ok? E un accumularsi di un errore sistematico può alla lunga produrre dei problemi: insoddisfazione, frustrazione. Ecco che, a questo punto, il gioco diventa uno strumento di auto-analisi eccellente. Perché questo? Perché nel gioco noi modellizziamo il nostro comportamento. Guardando a come noi stessi giochiamo, capiamo quali sono i nostri pattern di pensiero, capiamo come sbagliamo e capiamo quindi come nella vita reale facciamo queste cose, come nella vita reale applichiamo schemi fissi ed errori conseguenti. Immaginate questa analisi accompagnata dagli strumenti della psicologia e delle neuroscienze cognitive: avremmo uno strumento potentissimo. Ora, mancano due ingredienti del gioco, che sono le regole e i premi. Le regole, che devono essere chiare ed esplicite, ci permettono di descivere ciò che può essere fatto e ciò che non può essere fatto all'interno del gioco. In pratica, limitano lo spazio d'azione dei giocatori. Invece, con i premi noi stiamo mettendo un obiettivo che i giocatori cercheranno di raggiungere. Ora, la combinazione tra limitazione e obiettivo da raggiungere crea un'ambiente in cui le persone giocano alla pari. Cosa vuol dire giocare alla pari? Vuol dire che in un'ambiente del genere non importa più come è andata la tua giornata, non importa a che piano sta il tuo ufficio, non importa con chi hai litigato. Tutto quello che accade nel gioco rimane nel gioco. Conta solo l'abilità che il gioco richiede. Allora un giocatore, per quanto non competitivo, cercherà sempre di vincere, punterà sempre alla vittoria, perché il gioco è fatto così, ok? Allora, la struttura del gioco porta i partecipanti a cercare di vincere. È legittimo - e doveroso per tutti i partecipanti - cercare di farlo. Non importa se stiamo giocando coi nostri figli o col nostro capo, ok? Il gusto del gioco potrebbe essere proprio questo: giocare alla pari, in un sistema di regole comune in cui [non] conta nient'altro che l'abilità. Il vero motore dei giochi si chiama: motivazione intrinseca. È ciò che spinge a fare un'attività per il piacere di farla. Chi gioca, gioca perché gradisce il gioco. Una persona che gioca, gioca perché le piace giocare; ma quando gioca ci mette tutta se stessa. Il gioco è costruito su un equilibrio tra sfida che pone al giocatore e abilità del giocatore. Un solutore bravo di sudoku non cercherà sudoku semplici; uno scacchista cercherà avversari del suo livello, una persona bloccata a un certo livello, a un certo punteggio di un videogioco ha raggiunto il suo livello attuale di capacità. L'impegno e lo sforzo mentale sono portati al limite. La cosa bella è che questo risulta divertente alle persone. Giocare è divertente. Quindi cosa facciamo nei giochi? Diamo il nostro meglio, lo diamo per nostra stessa volontà e ci divertiamo. Ora, se noi ci aprissimo ad una psicologia del gioco, potremmo avere, accanto alla "Game Theory" una "Game Psychology" che ci permetta non solo di analizzare la struttura decisionale dei giochi, ma anche di capire come mettere le persone nella condizione di dare il meglio per loro stessa volontà, e divertendosi. Allora immaginate che possibilità immensa abbiamo. Abbiamo la possibilità di rendere ogni ambiente della vita un 'ambiente in cui le persone danno il meglio per loro stessa volontà e divertendosi. Cioè, rendiamo tutto un gioco. Rendiamo l'istruzione un gioco: i nostri figli cresceranno automotivati ad imparare, saranno curiosi, avidi di sapere. Rendiamo la politica un gioco: creiamo una struttura per cui al governo ci vadano persone dedite a fare il meglio e che ci rimangano solo persone che dimostrano di riuscire a farlo. Rendiamo la salute un gioco: creeremmo un sistema per cui le persone saranno motivate e si impegneranno a mangiare meglio, ad adottare comportamenti virtuosi, ad essere meno sedentari. Rendiamo la conoscenza un gioco: giochiamo, capiamo chi siamo, capiamo chi abbiamo di fronte. Grazie. (Applausi)