Caroline Casey
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Qualcuno di voi riesce a ricordare cosa voleva essere a 17 anni? Sapevate cosa volevate essere? Io volevo essere una motociclista. (Risate) Volevo fare le corse automobilistiche, e volevo essere una cowgirl, e volevo essere Mowgli del "Libro della giungla." Perché tutte queste cose riguardavano l'essere liberi — il vento nei capelli — solo per essere liberi. Il mio diciassettesimo compleanno i miei genitori, che sapevano quanto amavo la velocità, mi regalarono una lezione di guida per il mio diciassettesimo compleanno. Non potevano permettersi di farmi guidare, ma volevano darmi il sogno di guidare.

Il mio diciassettesimo compleanno, accompagnai la mia sorellina in totale innocenza, come avevo fatto per tutta la vita — mia sorella ipovedente — da un oculista. Perché si ritiene che le sorelle maggiori sostengano sempre le loro sorelline. La mia sorellina voleva fare il pilota — Dio l'aiuti. Così ero abituata a farmi controllare la vista per divertimento. Il mio diciassettesimo compleanno dopo il mio finto esame della vista, il dottore notò che era il mio compleanno. E chiese: "Come festeggerai?" Dissi: "Con una lezione di guida. Imparerò a guidare". Allora ci fu un silenzio — uno di quei silenzi orribili quando sai che qualcosa non va. Si girò verso mia madre e disse: "Non gliel'avete ancora detto?" Il mio diciassettesimo compleanno, come direbbe Janis Ian, imparai la verità a diciassette anni: sono, e sono stata fin dalla nascita, ipovedente.

Direte, come ho potuto arrivare a 17 anni senza saperlo? Beh, se qualcuno dice che la musica country non è forte, lasciate che vi dica questo: ci sono arrivata grazie alla passione di mio padre per Johnny Cash e per una canzone intitolata "Un ragazzo di nome Sue". Sono la più vecchia di tre figli. Sono nata nel 1971. Poco dopo la mia nascita, i miei genitori scoprirono che avevo una malattia chiamata albinismo oculare. Cosa vuol dire? Lasciate che vi spieghi. In sostanza — Non vedo questo orologio e non vedo che ore segna, quindi, Santo Dio, woohoo! potrei prendermi del tempo in più. Ma, cosa più importante, lasciate che vi dica.. ci sto andando davvero vicino. Non dare di matto, Pat. Ehi. Vedete questa mano? Oltre questa mano c'è un mondo di vaselina. Ogni uomo in questa stanza, perfino tu, Steve. è George Clooney. (Risate) E ogni donna è bellissima. E quando voglio sembrare bellissima, mi allontano di tre passi dallo specchio e non vedo le linee incise sul mio viso a causa di tutte le volte che ho strizzato gli occhi a causa delle luci basse.

La parte davvero strana è che, quando avevo tre anni e mezzo, poco prima che iniziassi la scuola, i miei genitori presero una decisione bizzarra, inusuale e incredibilmente coraggiosa. Niente scuole speciali. Niente etichette. Niente limiti. La mia abilità e il mio potenziale. Decisero di dirmi che ci vedevo. Così, proprio come Sue di Johnny Cash, un ragazzo con il nome di una ragazza, sarei cresciuta e avrei imparato dall'esperienza a essere tosta e a sopravvivere quando loro non sarebbero più stati lì per proteggermi, o semplicemente per portare via tutto. Ma soprattutto, mi diedero la capacità per credere, credere davvero che potevo. Così, quando sentii quell'oculista che mi diceva tutte quelle cose, un enorme "no", chiunque può immaginare che ero distrutta. Non fraintendetemi, perché quando lo sentii per la prima volta — a parte che pensai che fosse pazzo — ricevetti un colpo nel petto. Huh. Ma mi ripresi in fretta. Era così. La prima cosa a cui pensai fu mia mamma che piangeva accanto a me. Giurai a Dio, mentre uscivo dallo studio, 'Io guiderò. Io guiderò. Siete pazzi. Io guiderò. So che posso farlo'.

Con la stessa determinazione ostinata che mio padre mi aveva inculcato fin da bambina.. mi aveva insegnato a navigare, anche se sapeva che non vedevo dove andavamo, non vedevo la spiaggia, non vedevo le vele e non vedevo la meta. Ma mi spiegò come credere e sentire il vento sul viso. Quel vento sul viso mi fece credere che era pazzo e che avrei guidato. Per gli 11 anni che seguirono, giurai che nessuno avrebbe mai scoperto che non ci vedevo, perché non volevo essere un fallimento e non volevo essere debole. Credevo di poterlo fare. Così urtai contro la vita come solo un Casey riesce a fare. Feci l'archeologa, e rompevo le cose. Poi diressi un ristorante, e scivolavo sugli oggetti. Poi feci la massaggiatrice. E dopo progettai giardini. Dopo studiai Economia e Commercio. I disabili sono molto colti. Ottenni un lavoro di consulenza globale da Accenture. E non sapevano. E' straordinario quanto la convinzione possa portarti lontano.

Nel 1999, dopo due anni e mezzo che lavoravo lì, successe qualcosa — in modo splendido, i miei occhi decisero: basta. Temporaneamente, in modo inaspettato, mi abbandonarono. Sono in uno degli ambienti più competitivi del mondo, dove lavori duro, devi essere il migliore, devi essere il migliore. Dopo due anni, vedevo davvero pochissimo. Mi ritrovai davanti a un manager delle Risorse Umane nel 1999 e gli dissi una cosa che non avrei mai immaginato di dire. Ho 28 anni. Avevo costruito un personaggio intorno a quello che potevo e non potevo fare. Dissi semplicemente, "Mi dispiace. Non ci vedo, ho bisogno di aiuto". Chiedere aiuto può essere incredibilmente difficile. Lo sapete tutti; non è necessario essere disabili per saperlo. Sappiamo tutti quanto è dura ammettere la debolezza e il fallimento. Fa paura, no? Ma tutta quella convinzione che mi aveva sostenuto così a lungo.

Credetemi, lavorare in un mondo in cui gli altri vedono e voi no è molto difficile — è davvero difficile. Ve lo dico io, gli aeroporti sono un disastro. Oh, per l'amor di Dio. Per favore, tutti i designer là fuori. Designer, per favore, alzate la mano, anche se non vi vedo. Mi ritrovo sempre nel bagno degli uomini. Il mio olfatto funziona. Ma, se posso dirvelo, il piccolo simbolo del bagno degli uomini o delle donne è determinato da un triangolo. Avete mai provato a vederlo con della vaselina davanti agli occhi? E' così piccolo. Sapete quanto può essere massacrante cercare di essere perfetto quando non lo sei, o cercare di essere qualcuno che non sei?

Dopo aver ammesso con le Risorse Umane che non ci vedevo, mi mandarono da un oculista. Non sapevo che quest'uomo avrebbe cambiato la mia vita. Prima di andare da lui, mi sentivo persa. Non sapevo più chi ero. L'oculista non si prese la briga di visitarmi. Dio no, era una terapia. Mi fece tante domande, molte delle quali erano "Perché?" Perché stai lottando in questo modo per non essere te stessa? Ami quello che fai, Caroline?" Sapete, quando lavori per un'azienda di consulenza globale ti mettono un chip in testa e diventi una roba tipo 'Amo Accenture. Amo Accenture. Amo il mio lavoro. Amo Accenture. Amo Accenture. Amo il mio lavoro. Amo Accenture." Lasciare sarebbe stato un fallimento. Mi chiese: "Ti piace?" Mi sentivo così soffocare che non riuscivo a parlare. Ero così — come glielo dico? Allora mi chiese: "Cosa volevi fare da bambina?" Non volevo dirgli: "Volevo guidare le auto e le moto". Non era il momento migliore. Pensava già che fossi pazza. Quando uscii dallo studio, mi richiamò e disse: "Penso che sia ora. Penso che sia ora di smettere di lottare e di fare qualcosa di diverso". La porta si chiuse. Quel silenzio fuori dallo studio di un medico, molti di noi lo conoscono. Il petto mi faceva male. Non avevo idea di dove andare. Non ne avevo idea. Ma sapevo che ero in ballo.

Andai a casa, e, dato che mi faceva così male il petto, pensai, "Vado a correre". Non era una cosa di grande buonsenso. Andai su un percorso che conosco molto bene. Lo conosco benissimo, come il palmo della mia mano. Lo faccio sempre benissimo. Conto gli scalini e i lampioni e tutte quelle cose con cui spesso le persone ipovedenti si incontrano. C'era una roccia in cui non ero mai inciampata. Non ci ero mai caduta, mai. Quella volta piangevo e bam, sbatto contro la roccia. Distrutta, caduta sulla roccia. a metà marzo del 2000 — con il tipico clima di un mercoledì irlandese — grigio, moccio, lacrime ovunque — mi autocommiseravo in modo ridicolo.

Ero a terra, ero distrutta ed ero arrabbiata. Non sapevo cosa fare. Rimasi lì seduta per un po'. "Come faccio a rialzarmi da questa roccia e a andare a casa? Perché chi diventerò? Cosa diventerò? Pensai a mio padre e pensai, "Buon Dio, sono così poco Sue adesso." Continuai a pensare, cos'era successo? Dove era andata male? Perché non capivo? Sapete qual è la cosa incredibile? Non avevo nessuna risposta. Avevo perso la convinzione. Guardate dove mi aveva portato la convinzione. E ora l'avevo persa. Davvero on ci vedevo. Ero demoralizzata. Ricordo di aver pensato all'oculista che mi chiedeva: "Cosa vuoi essere? Cosa vuoi essere? Cosa volevi fare da bambina? Ami quello che fai? Fai qualcosa di diverso. Cosa vuoi essere? Fai qualcosa di diverso. Cosa vuoi essere?" E molto, molto, lentamente accadde. Accadde in questo modo. Quando successe esplose nella mia testa e mi colpì al cuore, qualcosa di diverso, "Cosa ne dici di Mowgli del 'Libro della giungla'? Non c'è niente di più diverso." In quel momento, il momento in cui mi venne quell'idea. giuro su Dio, fu come — woohoo! Sapete — qualcosa in cui credere. Nessuno può dirmi di no. Certo, potete dire che non diventerò un'archeologa. Ma non potete dirmi che non posso essere Mowgli, e sapete perché? Nessuno l'ha mai fatto, lo farò io. Non importa se sono un ragazzo o una ragazza, lo farò e basta.

Così mi alzai dalla roccia e, mio Dio, corsi a casa. Scattai verso casa, senza cadere né sbattere contro qualcosa. Salii le scale, e lì c'era uno dei miei libri preferiti di sempre, "Viaggio in India in groppa al mio elefante" di Mark Shand — non so se lo conoscete. Lo presi e mi sedetti sul divano pensando "So cosa farò. So come diventare Mowgli. Girerò l'India su un elefante. Diventerò una addestratrice di elefanti." Non avevo idea di come sarei diventata una addestratrice di elefanti. Da consulente a addestratrice di elefanti. Non ne avevo idea. Non sapevo come si noleggia o si compra un elefante. Non conoscevo l'Hindi. Non ero mai stata in India — non ne avevo la minima idea. Ma sapevo che l'avrei fatto. Perché quando prendi una decisione al momento giusto e nel luogo giusto, Dio, l'universo la realizza al posto tuo.

Nove mesi dopo quel giorno del moccio e della roccia, andai all'unico appuntamento al buio della mia vita con un elefante alto due metri e trenta di nome Kanchi. Insieme avremmo attraversato l'India per mille chilometri. (Applausi) La cosa più forte non è il fatto che prima non avessi raggiunto dei risultati — Dio, l'avevo fatto. Ma sapete, credevo nella cosa sbagliata. Perché non credevo in me — la vera me stessa, tutti i miei lati — tutti i lati di tutti noi. Sapete quanti di noi fingono di essere qualcuno che non sono? Sapete, quando credete davvero in voi stessi e in tutto quello che fate, è fantastico quando succede.

Durante quel viaggio di mille chilometri ho raccolto abbastanza denaro per seimila interventi alla cataratta. Grazie a questo seimila persone hanno ottenuto la vista. Quando sono scesa dall'elefante, sapete qual è stata la cosa più incredibile? Ho mollato il lavoro da Accenture. Sono andata via e sono diventata un'imprenditrice sociale, e insieme a Mark Shand ho creato un'organizzazione chiamata Elephant Family, che si occupa della protezione degli elefanti asiatici. Ho creato Kanchi perché la mia organizzazione avesse il nome del mio elefante, perché la disabilità è come "l'elefante nella stanza". Volevo farvela vedere in modo positivo — niente carità, niente pietà. Ma volevo lavorare solo ed esclusivamente con le imprese e con i media più importanti per cambiare la disabilità in modo emozionante e possibile. Era straordinario. Era quello che volevo fare. Non ho mai più pensato ai no, o al non vedere, o a niente di simile. Sembrava proprio che fosse possibile.

La cosa più strana è che, mentre venivo qui, ero davvero spaventata. Parlo, ma questo è un pubblico meraviglioso, cosa ci faccio qui? Ma mentre venivo qui, sarete molto felici di sapere che ho usato il mio adesivo a forma di bastone bianco, perché è davvero utile per saltare le code all'aeroporto. Sono arrivata qui sentendomi felice e orgogliosa del fatto che non ci vedo. Un mio carissimo amico, che sapeva che ero spaventata, durante il viaggio mi ha mandato un messaggio. Anche se sembro sicura di me, ero spaventata. Mi ha scritto: "Sii te stessa". Ed eccomi qui. Questa sono io, tutta me stessa.

(Applausi)

Sapete cosa ho imparato? Che le auto, le moto e gli elefanti non sono la libertà. Essere davvero fedeli a se stessi, è la libertà. Non avevo mai avuto bisogno degli occhi per vederlo — mai. Avevo semplicemente bisogno dell'intuito e della convinzione. Se credete davvero — intendo dal profondo del cuore — potete realizzare il cambiamento. Abbiamo bisogno di realizzarlo, perché ognuno di noi — uomo, donna, omosessuale, eterosessuale — disabile, perfetto, normale, qualunque cosa — ognuno di noi deve essere al meglio delle proprie possibilità. Non voglio più che qualcuno sia invisibile. Tutti dobbiamo essere considerati. Basta con le etichette, le limitazioni — la perdita delle etichette. Perché non siamo barattoli di marmellata; siamo persone straordinarie, diverse, bellissime.

Grazie.

(Applausi)