Ho passato buona parte di un decennio osservando le risposte dell'America alle atrocità di massa e al genocidio. E vorrei iniziare condividendo con voi un momento che per me riassume ciò che c'è da sapere sulle risposte americane e democratiche alle atrocità di massa.
Quel momento venne il 21 Aprile 1994. Ossia 14 anni fa, circa, nel mezzo del genocidio in Ruanda, nel quale 800.000 persone sarebbero state sistematicamente sterminate dal governo del Ruanda e da qualche milizia estremista. Il 21 aprile, nel New York Times, il giornale riportò che tra le 200 e le 300 mila persone erano già state uccise nel genocidio. Era sul giornale -- non in prima pagina. Era molto simile alla copertura giornalistica dell'Olocausto, seppellita all'interno del giornale. Il Ruanda non era considerato interessante, e incredibilmente, il genocidio stesso non era considerato interessante.
Ma il 21 aprile, ci fu un momento meravigliosamente onesto. E fu che una donna membro del Congresso Americano che si chiamava Patricia Schroeder del Colorado si incontrò con un gruppo di giornalisti. E uno dei giornalisti le disse, che cosa c'è? Che cosa sta succedendo nel Governo degli Stati Uniti? Dalle 200 alle 300 mila persone sono state sterminate in Ruanda nelle ultime due settimane. A quell'epoca il genocidio era iniziato da due settimane, ma ovviamente, al momento non si sapeva quanto sarebbe durato. E il giornalista chiese, perché c'è così poca reazione da parte di Washington? Perché non ci sono sedute, non ci sono denunce, non ci sono persone che vengono arrestate davanti all'ambasciata del Ruanda o davanti alla Casa Bianca? Qual è il problema? E lei disse -- fu così onesta -- disse: "È una grande domanda. Tutto ciò che posso dirti è che nel mio ufficio congressuale in Colorado e nel mio ufficio a Washington, stiamo ricevendo centinaia e centinaia di chiamate per la popolazione di scimmie e di gorilla del Ruanda in pericolo, ma nessuno sta chiamando per le persone. I telefoni non stanno proprio squillando per le persone."
La ragione per cui vi parlo di questo momento è che in esso c'è una grande verità. E questa verità è, o era, nel 20mo secolo, che mentre stavamo facendo nascere i movimenti per le specie animali in pericolo, non avevamo un movimento per le persone in pericolo. Si insegnava l'Olocausto nelle scuole. La maggioranza di noi si era nutrita non solo d'immagini della catastrofe nucleare, ma anche d'immagini e di conoscenze sull'Olocausto. C'è un museo, ovviamente, nel Mall a Washington, proprio a fianco di Lincoln e Jefferson. Insomma, abbiamo fatto nostro il Mai Più culturalmente, in modo appropriato e con interesse. Ciò nonostante la politicizzazione del Mai Più, la messa in pratica del Mai Più, non c'è mai stata nel 20mo secolo.
Ed è questo che credo mostri quel momento con Patricia Schroeder: che se dobbiamo porre fine alle peggiori atrocità nel mondo, dobbiamo farlo in questo modo. Deve esserci un ruolo -- bisogna creare clamore politico e costi politici in risposta agli enormi crimini contro l'umanità, eccetera. Così questo era il 20mo secolo.
Ora qui -- e questo sarà un sollievo per voi a questo punto del pomeriggio -- ci sono buone notizie, incredibili notizie, nel 21mo secolo, e cioè che, praticamente dal nulla, sta nascendo un movimento anti-genocidio, un corpo di elettori anti-genocidio, che sembra destinato, nei fatti, ad essere permanente. È cresciuto in risposta alle atrocità nel Darfur. È costituito da studenti. Ci sono qualcosa come 300 gruppi organizzati anti-genocidio nei campus universitari nel paese. È più vasto del movimento anti-apartheid. Ci sono circa 500 gruppi organizzati a livello di scuole superiori che si dedicano a fermare il genocidio in Darfur. Gli Evangelici ne sono diventati parte. Gruppi di religione Ebraica ne sono diventati parte. Coloro che hanno visto Hotel Ruanda si sono uniti. È un movimento cacofonico.
Come con tutti i movimenti, chiamarlo movimento forse è un po' fuorviante. È diverso. Ha molti approcci differenti. Ha tutti gli alti e i bassi dei movimenti. Ma ha avuto incredibilmente successo in un aspetto, nell'essere diventato, nell'essersi conformato in questo movimento per le persone in pericolo che è mancato nel 20mo secolo. Vede se stesso, proprio come è, il qualcosa, il qualcosa che farà nascere l'impressione che ci sarà un costo politico, ci sarà un prezzo politico da pagare, per aver permesso il genocidio, per non avere un'immaginazione eroica, per non essere attori ma essere nei fatti spettatori.
Dato che è guidato da studenti, questo movimento ha fatto delle cose incredibili. È stata lanciata una campagna di disinvestimento che ad oggi ha convinto credo, 55 università in 22 stati a disinvestire i loro titoli azionari delle compagnie che fanno affari in Sudan. Hanno il numero verde 1 - 800 - GENOCIDE suona molto kitsch, ma per quelli tra voi che possono non essere, intendo dire, possono essere apolitici ma interessati a fare qualcosa contro il genocidio, chiamate il 1 - 800 - GENOCIDE e digitate il vostro codice postale, e non dovete nemmeno sapere chi è il vostro delegato al Congresso vi indirizzerà direttamente al vostro rappresentante al Congresso, al vostro Senatore, al vostro governatore presso il quale è in sospeso la legislazione sul disinvestimento. Hanno abbassato i costi di transazione legati al fermare il genocidio. Penso che la cosa più innovativa che hanno introdotto recentemente siano i voti in genocidio. E ci vogliono degli studenti per introdurre i voti in genocidio. Così ora durante le sessioni del Congresso abbiamo membri del Congresso che si rivolgono a questi ragazzi di 19 o di 24 anni e dicono, mi hanno appena detto che ho 5- in genocidio; che cosa devo fare per arrivare al 6? Voglio solo arrivare al 6. Aiutatemi. E gli studenti, insieme agli altri che fanno parte di questa base incredibilmente energica sono lì per rispondere, e c'è sempre qualcosa da fare.
Ora, ciò che questo movimento ha fatto è l'aver estorto all'amministrazione Bush agli Stati Uniti, in un periodo di enorme sovraccarico -- militare, finanziario, diplomatico -- un'intera serie d'impegni verso il Darfur che nessun altro paese nel mondo si è preso. Ad esempio, il deferimento dei crimini commessi in Darfur alla Corte Criminale Internazionale, che non piace all'amministrazione Bush. La spesa di 3 miliardi di dollari per creare campi per i rifugiati per provare a tenere, fondamentalmente, le persone che sono state sfollate dalle loro case dal governo Sudanese, dalla cosiddetta Janjawid, la milizia, a tenere in vita queste persone fino a quando non potrà essere realizzato qualcosa di più durevole. E recentemente, ora non più così recentemente, circa sei mesi fa, l'autorizzazione di una contingente di peacekeeping di 26.000 soldati che partirà.
Tutto ciò con la leadership dell'amministrazione Bush, tutto a causa di questa pressione dal basso e del fatto che i telefoni non hanno smesso di suonare dall'inizio di questa crisi. La cattiva notizia, comunque, alla domanda 'il male prevarrà?' è che il male sopravvive. Le persone in questi campi sono circondate ad ogni parte dai cosiddetti Janjawid, questi uomini a cavallo con lance e Kalashnikov. Le donne che vanno a prendere la legna per scaldare gli aiuti umanitari per sfamare le loro famiglie -- gli aiuti umanitari -- il loro sporco segreto è che devono essere scaldati, davvero, per essere commestibili -- sono soggette a stupro, che è uno strumento del genocidio che viene usato. E il contingente che ho menzionato è stato autorizzato all'uso della forza, ma quasi nessun paese sulla Terra ha fatto un passo avanti dalla sua autorizzazione per mettere realmente le proprie truppe o la propria polizia nel luogo del pericolo.
Così, abbiamo realizzato molto in confronto al 20mo secolo, ma è ancora troppo poco in confronto alla gravità del crimine che si sta compiendo mentre siamo seduti qui, mentre parliamo. Perché questi limiti del movimento? Perché ciò che è stato raggiunto, o ciò che il movimento ha fatto, è necessario ma non sufficiente comparato al crimine? Penso che ci siano molti motivi ma eccone due su cui focalizzarci brevemente.
Il primo motivo è che il movimento, così com'è, si ferma ai confini dell'America. Non è un movimento globale. Non ha molti simpatizzanti all'estero che chiedano ai loro governi di fare di più per fermare il genocidio. E la cultura dell'Olocausto che abbiamo in questo paese io penso che renda gli Americani, come dire, più propensi a voler realizzare il Mai Più. Il senso di colpa che ha espresso l'amministrazione Clinton, che Bill Clinton ha espresso riguardo al Ruanda ha creato nella nostra società uno spazio per concordare che i fatti del Ruanda sono stati cattivi e sbagliati e che vorremmo aver fatto di più, e questo è qualcosa di cui il movimento si è avvantaggiato. I governi Europei, per la maggior parte, non hanno riconosciuto le proprie responsabilità, e non c'è nulla su cui, in un qualche modo, spingere per fare pressione.
Così se questo movimento deve essere duraturo e globale, dovrà attraversare i confini, e voi dovrete assicurarvi che gli altri cittadini dei paesi democratici, non rimangano semplicemente in attesa pensando che i loro governi facciano qualcosa a proposito del genocidio, ma facciano in modo che ciò avvenga realmente. I governi non graviteranno mai verso crimini di questa grandezza spontaneamente o con entusiasmo. Come vediamo, non non si sono nemmeno mossi nel proteggere i nostri porti o i nostri territori da testate nucleari fuori controllo. Perché dovremmo sperare in una burocrazia che si orienti verso sofferenze lontane? Così, una ragione è che non è diventato globale.
La seconda è, ovviamente, che in questo momento particolare della storia Americana abbiamo un problema di credibilità, un problema di legittimità presso le istituzioni internazionali. È strutturalmente davvero, davvero difficile fare, come l'amministrazione Bush giustamente fa, cioè denunciare il genocidio il lunedì e quindi descrivere l'annegamento simulato come una sciocchezza il martedì e infine ritornare il mercoledì e cercare il coinvolgimento di truppe. Ora, gli altri paesi hanno le loro ragioni per non voler essere coinvolti. Lasciatemi essere chiara. In un qualche modo stanno usando l'amministrazione Bush come alibi. Ma è essenziale per noi essere leader in questo campo, ovviamente per ripristinare il nostro ruolo e la nostra leadership nel mondo. Il recupero richiederà un po' di tempo.
Dobbiamo chiederci, cosa fare ora? Che cosa faremo per avanzare come paesi e come cittadini in relazione ai peggiori luoghi del mondo, alle peggiori sofferenze del mondo, agli assassini, e al tipo di assassini che potrebbero ritornare a dormire nelle nostre case in un prossimo futuro. Per rispondere a questa domanda mi rivolsi a un uomo che molti di voi possono non aver mai sentito nominare, un brasiliano chiamato Sergio Vieira de Mello che, come ha detto Chris, è rimasto vittima di un'esplosione nel 2003 in Iraq. È stato vittima del primo attacco suicida in assoluto avvenuto in Iraq. È difficile da ricordare ma c'è stato realmente un momento nell'estate del 2003, persino dopo l'invasione statunitense, in cui, escludendo i saccheggi, i civili erano relativamente al sicuro in Iraq.
Ora, chi era Sergio? Il suo nome era Sergio Vieira de Mello. Oltre ad essere brasiliano, mi fu descritto prima che lo incontrassi nel 1994 come una persona che era un incrocio tra James Bond da un lato e Bobby Kennedy dall'altro. E all'interno delle Nazioni Unite non ci sono così tante persone che riescono realmente a fondere queste qualità. Era simile a James Bond poiché era ingegnoso. Era trascinato verso le fiamme, inseguiva le fiamme, ne era attratto come una falena. Era una specie di drogato di adrenalina. Aveva successo con le donne. Era simile a Bobby Kennedy perché in un certo senso non si riusciva mai a capire se era un realista mascherato da idealista o un idealista mascherato da realista, proprio come la gente se lo è sempre chiesta a proposito di Bobby Kennedy e John Kennedy.
Era un decatleta del costruire nazioni, del risolvere problemi, del porre fine ai disordini nei peggiori luoghi del mondo e nei luoghi più disastrati del mondo. In stati deboli, stati in cui veniva commesso il genocidio, stati sotto-governati, precisamente il tipo di stati che minacciano l'esistenza di questo paese dall'orizzonte, e precisamente il tipo di stati in cui tende a concentrarsi la maggior parte delle sofferenze del mondo. Questi sono i luoghi da cui era attratto. Si spostava con i titoli dei giornali. È stato nelle Nazioni Unite per 34 anni. Vi era entrato all'età di 21 anni. ha iniziato quando a causare le guerre del giorno negli anni '70 erano guerre di indipendenza e di liberazione dal colonialismo. Era in Bangladesh ad affrontare la fuoriuscita di milioni di rifugiati -- la più grande ondata di rifugiati avvenuta nella storia fino a quel momento. Era in Sudan quando scoppiò la guerra civile. Era a Cipro subito dopo l'invasione turca. Era in Mozambico per la Guerra d'Indipendenza. Era in Libano. Incredibilmente era in Libano -- veniva usata la base delle Nazioni Unite -- I Palestinesi organizzavano gli attacchi da dietro la base delle Nazioni Unite. E quindi Israele invase e distrusse la base delle Nazioni Unite.
Sergio era a Beirut quando l'ambasciata degli USA fu colpita dal primo attacco suicida in assoluto contro gli Stati Uniti. Le persone fanno iniziare questa nuova era con l' 11 Settembre, ma sicuramente il 1983, con l'attacco all'ambasciata degli Stati uniti e alle caserme dei Marine -- di cui Sergio è stato testimone -- questi eventi rappresentano nei fatti, in un qualche modo, l'alba dell'era in cui ci troviamo oggi. Negli anni '90 dal Libano andò in Bosnia. La questione era, ovviamente, la violenza etnica settaria. Fu il primo a negoziare con i Khmer Rossi. E parliamo del predominio del male. Ciò che intendo è che era nella stanza con l'incarnazione del male in Cambogia. Negoziò con i Serbi. Si spinse così in profondità nel regno del dialogo col male cercando di convincere il male che non aveva bisogno di prevalere che si guadagnò il soprannome -- non Sergio ma Serbio quando viveva nei Balcani e conduceva questo tipo di negoziati.
Poi andò in Ruanda e in Congo nel periodo successivo al genocidio, ed era lui a dover decidere -- uh, OK, il genocidio è finito, 800.000 persone sono state uccise; i responsabili stanno fuggendo nei paesi vicini -- in Congo, in Tanzania. Io sono Sergio, sono un umanitario, voglio sfamare questi -- beh, non voglio sfamare gli assassini ma voglio sfamare i due milioni di persone che sono con loro, quindi andremo, organizzeremo dei campi, e forniremo aiuto umanitario. Ma, uh-oh, gli assassini sono all'interno dei campi. Bene, vorrei separare le pecore dai lupi. Lasciatemi andare porta a porta dalla comunità internazionale per vedere se qualcuno mi darà agenti di polizia o truppe per fare questa separazione. E la loro risposta, ovviamente, fu che così come non volevamo mettere le nostre truppe in pericolo per fermare il genocidio, non volevamo nemmeno farlo per andare nei campi a stanare coloro che lo avevano perpetrato.
Quindi si doveva prendere una decisione. Chiudere il rubinetto degli aiuti e rischiare la vita di due milioni di civili? O continuare a sfamare i civili, sapendo che coloro che avevano commesso il genocidio erano nei campi, ad affilare letteralmente i coltelli per le battaglie future? Cosa fare? Questi luoghi disastrati sono tutti il terreno del "male minore".
Fine anni '90: la costruzione degli stati è la causa del giorno. Lui è quello messo al comando. È il Paul Bremer o il Jerry Bremer prima del Kosovo e poi di Timor Est. Governa questi posti. È il viceré. Deve decidere la politica fiscale, la valuta, i pattugliamento dei confini, la gestione dell'ordine pubblico. Deve valutare tutte queste cose. È un Brasiliano in questi posti. Parla sette lingue. A questo punto è già stato in 14 zone di guerra così è nella posizione di giudicare meglio, forse, di persone che non hanno mai fatto questo lavoro. Ciononostante, è l'avanguardia della nostra sperimentazione nel riuscire con pochissime risorse a sua disposizione, a sostenere ancora, i posti peggiori del mondo.
Poi dopo Timor, ci fu l' 11 settembre, viene nominato Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, deve bilanciare libertà e sicurezza e capire: che cosa si fa quando il paese più potente delle Nazioni Unite sta uscendo dalla Convenzione di Ginevra, e dal diritto internazionale? Denunciare? Beh, se denunci probabilmente non rientrerai più nella stanza. Forse rimani reticente. Forse provi ad ingraziarti il Presidente Bush -- e questo è ciò che fece. E così facendo si guadagnò, sfortunatamente, il suo tragico appuntamento finale in Iraq -- quello che condusse alla sua morte.
Una nota sulla sua morte, che è così devastante, è che a dispetto dell'aver predicato la guerra all'Iraq basandosi su un legame tra Saddam Hussein e i terroristi dell'11 Settembre, credeteci o no, l'amministrazione Bush e gli altri invasori non fecero piani, nessuna pianificazione prima della guerra, per rispondere al terrorismo. Così Sergio -- il ricettacolo di tutto questo apprendere come affrontare il male e come gestire l'essere frammentati, giacque sotto le macerie per tre ore e mezzo senza soccorso. Senza patria. L'uomo che aveva tentato di aiutare i senza patria per tutta la sua carriera. Come un rifugiato. Perché rappresenta le Nazioni Unite.
E se rappresenti tutti, in un certo senso non rappresenti nessuno. Non sei riferibile a nessuno E ciò che l'America -- l'esercito più potente nella storia dell'umanità fu capace di mettere insieme per salvarlo, credeteci o no, furono letteralmente questi due eroici soldati Americani che entrarono da un'apertura. L'edificio stava tremando. Uno di loro era presente l'11 settembre e aveva perso i suoi compagni quel giorno, ma entrò comunque e rischiò la sua vita per salvare Sergio. Ma tutto ciò che avevano era una borsa da donna -- letteralmente una di quelle borse a forma di cesto -- e la legarono alla corda di una tenda presa da uno degli uffici del quartier generale delle Nazioni Unite e crearono una specie di carrucola all'interno di quest'apertura in questo palazzo tremante nell'intento di salvare questa persona, la persona della quale abbiamo più bisogno ora, questo pastore, in un momento in cui così tanti di noi sentono la mancanza di una guida.
E questa era la carrucola. Questo è ciò che siamo riusciti a fare per Sergio. La buona notizia, per quello che vale, è che dopo che Sergio ed altre 21 persone furono uccise quel giorno nell'attacco alle Nazioni Unite, l'esercitò creò un'unità di ricerca e soccorso, dotata dell'equipaggiamento per tagliare, di legno per puntellare, di gru, le cose di cui ci sarebbe stato bisogno per soccorrerlo. Ma per Sergio era troppo tardi.
Vorrei concludere, ma vorrei farlo con ciò che credo siano le quattro lezioni apprese dalla vita di Sergio alla domanda come prevenire la vittoria del male, che è come vorrei formulare questa domanda. Abbiamo quest'uomo che aveva 34 anni di vantaggio nel pensare al tipo di domande con cui siamo alle prese come paese, con cui siamo alle prese come cittadini, ora. Che cosa portiamo con noi?
La prima cosa, io penso, è la sua relazione con il fatto che il male sia qualcosa da cui imparare. Nel corso della sua carriera, lui è cambiato molto. Aveva molti difetti ma era molto adattabile. Penso che fosse la sua più grande qualità. Cominciò come il tipo di persona che avrebbe denunciato i malfattori, che avrebbe incriminato le persone che violavano le leggi internazionali, e avrebbe detto, le state violando, questa è la Carta delle Nazioni Unite. Non vedete che ciò che stato facendo è inaccettabile? E loro avrebbero riso di lui perché non aveva il potere degli stati, il potere di nessun esercito o polizia. Aveva solo le regole, aveva le norme, e cercava di usarle. E in Libano, nel Libano meridionale nell'82, disse a se stesso e a tutti gli altri, "Non userò mai più la parola 'inaccettabile'. Non l'userò mai. Cercherò di fare le stesse cose, ma non userò mai più questa parola." Ma si mosse rapidamente nella direzione opposta. Cominciò, come ho menzionato, ad entrare nella stanza col male, a non denunciare, e diventò quasi ossequioso quando conquistò il soprannome di Serbio, ad esempio, e anche quando negoziò con i Khmer Rossi avrebbe nascosto cosa era accaduto prima di entrare nella stanza.
Ma verso la fine della sua vita, credo che avesse trovato un equilibrio dal quale noi come paese possiamo imparare. Stare nella stanza, non aver paura di parlare ai tuoi avversari, ma non mettere tra parentesi ciò che è successo prima di entrare nella stanza. Non occultare la storia. Non depositare i tuoi principi alla porta. E credo che stare nella stanza sia qualcosa che dobbiamo fare, sia che si tratti di Nixon che va in Cina o Krusciov e Kennedy o Reagan e Gorbaciov. Tutti i grandi progressi fatti da questo paese in relazione ai nostri avversari sono stati raggiunti entrando nella stanza. E non deve essere un atto di debolezza. Si può realmente fare di più per costruire una coalizione internazionale contro un malfattore o un delinquente se si sta nella stanza e si mostra al resto del mondo che questa persona, questo regime, è il problema e che voi, gli Stati Uniti, non lo siete.
La seconda cosa che ricavo dalla vita di Sergio, brevemente. Ciò che porto via, e questa in un qualche modo è la cosa più importante, è che lui abbracciava ed esibiva una reverenza per la dignità che era davvero, davvero insolita. A un micro livello gli individui intorno a lui erano visibili. Lui li vedeva. Ad un macro livello, pensava, sapete, parliamo di promozione della democrazia, ma a volte lo facciamo in un modo che è un affronto alla dignità delle persone. Mettiamo la gente in un programma di aiuto umanitario e ce ne vantiamo perché abbiamo speso tre miliardi. È incredibilmente importante, queste persone non sarebbero vive se gli Stati Uniti, ad esempio, non avessero speso quel denaro in Darfur, ma non è un modo di vivere. Se pensiamo alla dignità nel nostro comportamento come cittadini e come individui in relazione alle persone intorno a noi, e come nazione, se potessimo infondere considerazione per la dignità nel nostro modo di comportarci con le altre nazioni, sarebbe una specie di rivoluzione.
Terzo punto, molto brevemente. Lui parlava molto di libertà dalla paura. Riconosco che c'è così tanto di cui avere paura. Ci sono così tante vere minacce nel mondo. Ma ciò di cui Sergio parlava è, calibriamo la nostra relazione con la minaccia. Non gonfiamo la minaccia; vediamola realmente in modo chiaro. Abbiamo ragione ad avere paura dello scioglimento delle calotte di ghiaccio. Abbiamo ragione ad aver paura del fatto che non abbiamo messo in sicurezza il materiale nucleare nella vecchia Unione Sovietica. Focalizziamoci su quelle che sono le sfide e le minacce legittime, ma non prendiamo cattive decisioni a causa del panico, o della paura. Nei momenti di paura, ad esempio, una della cose che Sergio era solito dire era: la paura è una cattiva consigliera. Ci buttiamo sugli estremi quando non ci stiamo adoperando e non stiamo provando, ancora, a calibrare le nostre relazioni con il mondo attorno a noi.
Quarto ed ultimo punto: in un qualche modo, a causa del fatto che lavorava in tutti i posti peggiori del modo e in tutti quelli del 'male minore', era, ovviamente, umile, ed era consapevole della complessità del mondo attorno a lui. Voglio dire, una consapevolezza così acuta di quanto fosse dura. Di quanto questo compito di aggiustare fosse una fatica di Sisifo, e ciò nonostante, conscio di quella complessità che lo rendeva umile, non ne era paralizzato. E noi come cittadini, mentre affrontiamo questa esperienza della, come dire, crisi della fiducia, crisi delle competenze, crisi della legittimazione, credo che ci sia la tentazione di tirarci indietro dal mondo e dire: ah, Katrina, l'Iraq -- non sappiamo quello che stiamo facendo. Non possiamo permetterci di tirarci indietro dal mondo. È una questione di come stare nel mondo.
E la lezione, io credo, del movimento anti-genocidio che ho menzionato, che è un parziale successo ma non ha in nessun modo raggiunto ciò che si è proposto di fare -- ci vorranno ancora molti decenni, probabilmente, prima che accada -- è che se vogliamo vedere il cambiamento, dobbiamo diventare il cambiamento. Non possiamo contare sul fatto che le nostre istituzioni facciano il lavoro di dialogo con gli avversari da sole senza che noi creiamo uno spazio per farlo accadere, per avere rispetto per la dignità, e per portare quella combinazione di umiltà e di innato senso di responsabilità nei nostri rapporti con il resto del mondo. Così, vincerà il male? È questa la domanda? Penso la la risposta breve sia: no, non finché non lo permettiamo.
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Samantha Power racconta la storia di un eroe complicato, Sergio Vieira de Mello. Questo diplomatico delle Nazioni Unite si muoveva su una sottile linea morale, negoziando con i peggiori dittatori del mondo per aiutare i loro popoli a sopravvivere alle crisi. Una storia avvincente raccontata con fiera passione.
Samantha Power studies US foreign policy, especially as it relates to war and human rights. Her books take on the world's worst problems: genocide, civil war and brutal dictatorships. Full bio »
Translated into Italian by Barbara Casarini
Reviewed by Giacomo Boschi
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23:16 Posted: Sep 2008
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18:18 Posted: Jul 2008
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