Il mio lavoro è giocare e gioco quando disegno. Ho anche dato un'occhiata al dizionario per essere sicura che sia davvero quello che faccio e la definizione di giocare per prima cosa, era "essere coinvolti in un'attività o un comportamento da bambini" e, numero due, giocare (d'azzardo) E mi sono resa conto che io faccio entrambe le cose quando disegno sono una bambina e gioco d'azzardo in continuazione. e penso che se non lo fai, probabilmente c'è qualcosa di strutturalmente sbagliato nella cosa che stai facendo se sei un designer. Ma è la parte seria del gioco che mi ha sempre colpito e non me ne sono mai davvero resa conto finché non mi sono ricordata di un saggio. Un saggio che ho letto trent'anni fa scritto da Russel Baker, che teneva la rubrica chiamata "Observer" sul New York Times Ha un meraviglioso senso dell'umorismo. Ora vi leggo questo saggio o un suo estratto perché per me va dritto al punto. "In queste righe vi do un consiglio da amico
Siate seri - dice. quello che vuol dire, ovviamente, è: siate solenni Essere solenni è facile Essere seri è difficile I bambini iniziano sempre con l'essere seri che è la cosa che li rende così piacevoli rispetto alla classe degli adulti. Gli adulti, nel complesso, sono solenni. In politica, i rari candidati seri, come Adlai Stevenson, sono spesso battuti da candidati solenni, come Eisenhower. Il motivo è che per molte persone è difficile riconoscere la serietà, che è rara, mentre risulta loro più facile sostenere la solennità che è più comune. Fare jogging, cosa molto comune e ampiamente accettato come attività benefica, è solenne. Il poker è serio. Washington D.C. è solenne. New York è seria. Andare a conferenze divulgative che vi raccontano tutto del futuro, è solenne. Fare una lunga passeggiata da soli ed escogitare un modo infallibile di rapinare Tiffany è serio.
Ora, quando applico la definizione di Russel Baker di solennità e serietà al design, non è tanto in termini di qualità dei risultati Il design solenne è spesso molto importante ed efficace Il design solenne è anche socialmente corretto ed è accettato da appropriati fruitori E' la cosa che i designer "benpensanti" e i loro clienti cercano. Il design serio, il gioco serio, è un'altra cosa. Da una parte, spesso esce fuori spontaneamente, intuitivamente, per caso o per fortuna Lo si raggiunge per ingenuità o arroganza per egoismo, o talvolta per disinteresse. Ma il più delle volte, si ottiene grazie a quelle parti folli del comportamento umano che non hanno molto senso.
Il design serio è imperfetto. È fatto da quelle regole artigianali che nascono dalle "prime volte". Il design serio - spesso - non ha successo dal punto di vista della solennità. Il motivo è che l'arte del gioco serio è fatta di invenzione, cambiamento, ribellione - non di perfezione. E' il gioco solenne che genera la perfezione. Ho sempre visto la carriera di un designer come una scala immaginaria. Se guardate la scala, vedrete che tra i venti e i trent'anni il gradino è molto alto e molto corto: è il periodo in cui si fanno grandi scoperte. Si cresce più rapidamente quando si è giovani. perché si sa molto poco e si ha molto da imparare quindi tutto quello che si fa è apprendimento e ci si salta sù. Invecchiando, i gradini si fanno più bassi e più larghi e si comincia a muoversi più lentamente perché si fanno meno scoperte. E mentre ci si fa più vecchi e decrepiti ci si muove centimetro dopo centimetro su questa lunga e triste scala verso l'oblio.
Trovo che sia sempre più difficile essere seri. Io vengo pagata per essere solenne ma mi accorgo che sono solenne quando non lo dovrei essere. E nei miei 35 anni di esperienza lavorativa penso che siano state quattro le volte in cui sono stata davvero seria. Ora ve le mostro perché sono state il frutto di condizioni molto particolari. E' grandioso essere bambini. Ora, quando avevo poco più di vent'anni lavoravo nel business discografico, e disegnavo le copertine per i disci della CBS e non avevo idea del lavoro fantastico che avevo. Pensavo che tutti avessero un lavoro come quello. E cosa -- Il modo in cui vedevo il design ed il modo in cui vedevo il mondo era, quello che mi succedeva attorno e le cose che c'erano nel periodo in cui mi sono avvicinata al design erano il mio nemico. Io odiavo in modo davvero profondo il carattere Helvetica. Pensavo che l'Helvetica fosse in assoluto il carattere più pulito, noioso, fascista e intrinsecamente repressivo e odiavo tutto quello che era scritto e disegnato in Helvetica. Quando ero al college era questo il design più di moda e popolare. questa per esempio è una copertina di un libro piuttosto bella, disegnata da Rudi de Harra che però odiavo semplicemente perché era in Helvetica, - ne ho anche fatto alcune parodie - Pensavo solo che fosse - no?, totalmente noioso.
Quindi, lo scopo della mia vita era fare cose che non fossero fatte in Helvetica. E però fare cose senza l'Helvetica era piuttosto difficile perché bisognava andarsele a cercare. E non c'era molta letteratura sulla storia del design all'inizio degli anni 70. Non c'erano - non c'era un gran numero di pubblicazioni in materia. Di fatto bisognava andarsene nei negozi di antiquariato. Bisognava andare in Europa. Bisognava andare in giro per trovare cose interessanti. E la mia risposta, come sapete, è stata l'Art Nouveau, o deco, o la tipografia Vittoriana, o cose che sicuramente non somigliassero all'Helvetica. E ho imparato da sola a disegnare in quel modo questo nei miei primi anni e poi usavo queste idee, questi strumenti, in modo piuttosto goffo sulle copertine di album musicali e nella mia attività di designer. Non avevo un'educazione in materia. Cercavo solo di mettere insieme i pezzi. Ho mescolato uno stile Vittoriano al pop, e ho mischiato l'Art Nouveau con qualcos'altro. E così ho fatto queste copertine di LP, molto ricche ed elaborate, non per fare la post-moderna o la storicista -- anche perché non sapevo neanche cosa volesse dire. È solo che odiavo l'Helvetica.
E questo tipo di passione mi ha condotto in un gioco molto serio, un tipo di gioco che non potrei giocare ora perché ora sono troppo smaliziata. E c'è qualcosa di meraviglioso in quella forma di giovinezza, in cui ci si può permettere di crescere e giocare ed essere uno scavezzacollo che però alla fine porta a casa dei risultati. Alla fine degli anni 70, infatti, tutti conoscevano questa roba Voglio dire, le copertine di questi LP erano in tutto il mondo, cominciarono a vincere premi, la gente le conosceva. E all'improvviso quindi mi sono ritrovata ad essere post-modernista, ed ho iniziato a lavorare per conto mio. All'inizio questa mia scelta era stata apprezzata, poi criticata, ma la verità era che ero diventata solenne. Non facevo più le cose serie che avevo fatto per circa 14 anni. Ho passato gran parte degli anni 80 essendo piuttosto solenne, producedo il genere di design che la gente si aspettava che io facessi perché in quel momento io ero quella cosa lì e stavo facendo quel passaggio dall'essere seria, poi solenne, scontata, e poi morta, per poi riscoprire tutto di nuovo.
Quindi questa era la seconda condizione che mi ha portato a fare qualcosa di serio. C'è un film con Paul Newman che amo che si chiama "Il Verdetto" Non so quanto di voi lo abbiano visto, ma è davvero bello. E nel film, recita la parte di un avvocato giù di morale professionalmente fallito. che si prende -- gli viene affidato, in realtà -- un caso di malasanità, una roba facile, e man mano che lavora al caso comincia a coinvolgersi e a identificarsi con il suo cliente e riconquista moralità e fiducia, e alla fine vince il caso. E nel mezzo della disperazione, a metà del film, quando sembra che non ce la stia facendo, ha veramente bisogno di questo caso, ha davvero bisogno di vincere questa causa. C'è una scena con Paul Newman da solo nel suo ufficio, che dice "Questo è il caso, non c'è nessun altro caso. Questo è il caso, non c'è nessun altro caso." E in quel momento di desiderio e concentrazione lui ce la può fare. E questa è un'ottima posizione in cui trovarsi per creare qualcosa di serio. Io mi sono trovata in questa posizione nel 1994 quando ho incontrato un direttore di un teatro che si chiamava George Wolf, che mi stava chiedendo di ridisegnare l'identità del New York Shakespeare Festival, come era conosciuto allora, e che poi divenne il Public Theater. E ho cominciato a immergermi nel progetto come mai fatto prima.
Questo è come erano allora le pubblicità dei teatri. Questo è quello che era nei giornali e nel New York Times. Questo è solo per un accenno a quel periodo. E tutto sommato il Public Theater aveva pubblicità molto più belle di queste. Non avevano né un logo né un'identità, ma avevano questi poster molto figurativi dipinti da Paul Davis. E George Wolf era succeduto ad un altro direttore e voleva cambiare il teatro rendendolo più parte della città e più rumoroso un posto che fosse inclusivo. Quindi, sulla scorta del mio amore per la tipografia, mi sono buttata a capofitto nel progetto E quello che lo rendeva diverso era la sua totalità era che ero davvero diventata la voce, la voce visiva, di un luogo come prima non mi era mai capitato, in cui ogni aspetto -- la più piccola pubblicità, il biglietto, qualunque cosa -- era disegnata da me. Non c'era un format. Non c'era un ufficio interno a cui bisognava sottoporre queste cose. Per tre anni ho letteralmente fatto tutto - su carta o online - quello che riguardava il design del teatro. Ed era l'unico lavoro anche se stavo facendo altri lavori. L'ho vissuto e respirato in un modo con cui non mi è più ricapitato con nessun cliente Mi ha consentito di esprimermi davvero e di crescere. E penso che sappiate che se vi si da una simile posizione, ed è raro, ma se ti capita di avere una simile opportunità, è il momento in cui il gioco si fa serio.
Queste cose le ho fatte allora, ma le continuo a fare. Ancora lavoro per il Public Theater. Sono nel consiglio e sono ancora coinvolta. Direi che la vetta del Public Theater sia stata nel 1996, due anni dopo il mio arrivo, e fu la campagna ""Bring in 'da Noise, Bring in 'da Funk" di cui New York venne tappezzata. Ma successe qualcosa, ovvero divenne molto popolare. Una cosa mortifera per le cose serie perché le rende solenni. Quello che successe fu che l'identità della città di New York, in qualche modo, mangiò la mia perché la gente cominciò a copiare quello stile. Ecco una pubblicità apparsa sul New York Times che qualcuno fece per lo spettacolo "Mind Games" Poi arrivò "Chicago", con una grafica simile, e l'identità del Public Theater fu fagocitata e rubata, rendendo necessaria una mia nuova elaborazione. Così la cambiai in modo che ogni stagione fosse diversa dall'altra, continuando a fare questo tipo di poster, a cui però mancava la serietà che aveva caratterizzato la prima fase del mio lavoro perché erano troppo dei pezzi singoli, a cui mancava quella solidità data dalla intrinseca coerenza di tutti i singoli pezzi. Ora - credo a partire dall'esperienza del Public Theater, avrò lavorato ad almeno una dozzina di progetti per la definizione dell'identità culturale di grandi istituzioni, e non credo di aver più raggiunto quel livello di serietà -- Faccio questi lavori per grandissime istituzioni a New York.
Le istituzioni sono solenni, e così è il design. Sono eseguite anche meglio di quelle del Public Theater anche perché c'è più disponibilità di risorse finanziarie, ma credo che quel momento vada e venga. Il miglior modo per fare del design serio - cosa che credo tutti abbiamo l'opportunità di fare - è essere totalmente e completamente non qualificati per quel lavoro. Non capita spesso, ma a me è capitato nel 2000, quando per qualche motivo, un mucchio di diversi architetti ha cominciato a chiedermi di progettare insieme a loro l'estetica dell'interno di vari teatri con grafiche ambientali da riportare nella struttura stessa degli edifici. non avevo mai fatto nulla di simile prima. Non sapevo come leggere le planimetrie e i disegni tecnici degli edifici, non sapevo di cosa stessero parlando, e proprio non mi capacitavo che un lavoro - un singolo lavoro - potesse durare quattro anni perché ero abituata ad un design più "immediato" e quel genere di cura per i dettagli non mi si addiceva proprio.
Quindi è stata dura, è stata tosta ma alla fine mi sono innamorata del processo di integrazione tra grafica e architettura perché non avevo idea di quello che stessi facendo. Mi sono detta: "perché la segnaletica non può stare sul pavimento?" I newyorkesi camminano guardandosi i piedi. E poi ho scoperto che gli attori e le attrici sono abituati a ricevere suggerimenti dal basso quindi il sistema alla fine sembrava avere senso. I segnali si integravano nell'edificio in modo molto particolare. Giravano gli angoli, salivano sulle pareti, si fondevano con l'architettura dell'edificio. Questa è la Symphony Space tra la 90esima e Broadway, e le scritte sono ritagliate nel metallo ed illuminate da dietro con delle fibre ottiche E poi l'architetto Jim Polshek mi diede delle tele per disegnarci sopra caratteri tipografici. E quello è stato un lavoro serio. Questo è il museo per bambini a Pittsburgh, Pennsylvania, Fatto di materiali assolutamente economici. Caratteri sporgenti retroilluminati col neon. Cose che non avevo mai fatto prima, costruito prima. Pensavo solo che potesse essere divertente lavorarci. Placche dei donatori nei musei fatte di materiale plastico. E poi, segnaletiche economiche..
Credo che il mio pezzo favorito qui sia questo lavoretto che ho fatto a Newark, New Jersey. è una scuola di recitazione. Questo era l'edificio che -- non avevano soldi, e lo dovevano restaurare, e allora dissero, cosa riesci a fare con 100.000 dollari? Ho fatto un po' di prove su Photoshop e ho detto beh.. potremmo dipingerlo. E lo abbiamo fatto. Fu un gioco. Ecco l'edificio. Abbiamo dipinto tutto, tipografia su tutto il cavolo di edificio, comprese le condotte dell'aria condizionata. Ho trovato dei pittori di muri per strada per dipingere le pareti dell'edificio, e si sono divertiti tantissimo. Si sono appassionati - l'hanno presa davvero sul serio. Salivano sui lati dell'edificio e mi chiamavano per dirmi che avevo sbagliato qualcosa, che gli spazi tra le lettere andavano rivisti, li spostavano, sono stati bravissimi. Erano anche abbastanza seri. E' stata un'esperienza piuttosto bella.
Da quando poi ho fatto il quartier generale di Bloomberg il mio lavoro ha iniziato ad essere accettato. Lo volevano in posti grossi e costosi. E questo cominciò a rendere le cose solenni. I numeri sono tutto per Bloomberg, così abbiamo messo dei grandi numeri in giro venivano proiettati su uno schermo LED spettacolare programmato dalla mia collega Lisa Strausfeld. Ma di nuovo fu la fine del gioco serio, e l'inizio di quello solenne. Questo è un progetto a cui sto lavorando ora in Pittsburgh, Pennsylvania, dove ho potuto risultare goffa. Sono stata chiamata per disegnare un logo per il quartiere, che si chiama North Side, e pensavo che fosse un po' stupido che un quartiere avesse un logo. Anzi, lo trovo un po inquietante in realtà. Perché un quartiere dovrebbe avere un logo? Un quartiere ha un punto di ritrovo, un posto, un ristorante. Non ha un logo! No?
Quindi dovevo andare a fare una presentazione al un gruppo di rappresentanti della città e del quartiere, sono andata a Pittsburgh e ho detto "Sapete, l'unica cosa che avete qui sono tutti quei sottopassaggi che separano il quartiere dal centro della città. Perché non celebrarli, e fare di quelli i simboli del quartiere?" Quindi ho cominciato a fare delle folli presentazioni di queste installazioni - installazioni potenziali - su questi ponti rimanendo poi in piedi davanti a tutti quei rappresentanti, un po' spaventata.. devo ammetterlo. Ma ero così enormemente inadatta per il lavoro, e così drammaticamente ridicola, e ho ignorato così disperatamente le istruzioni che credo che lo abbiano accettato senza riserve, solamente perché ero stata così goffa nell'approccio. E questo è il ponte che stanno dipingendo proprio ora, mentre parliamo. Cambierà ogni sei mesi, e diventerà un'installazione d'arte a North Side, Pittsburgh, e probabilmente diventerà un simbolo di quella zona.
John Hockenberry vi ha parlato un po' del mio travaglio con Citibank, che va avanti ormai da 10 anni, perché ancora lavoro con loro. E mi piacciono, mi piace lavorare con loro, e penso che per essere una azienda davveeeeeero grande mantengono il loro design molto bene, Ho disegnato il logo per Citibank su un tovagliolo al primo appuntamento. E quella fu la parte del gioco. Poi ho passato un anno tra mille lughe, inutili, e noiose riunioni, per vendere questo logo a una azienda enorme - fino alle lacrime. Alla fine di quell'anno pensavo che sarei impazzita. Abbiamo fatto diverse presentazioni idiote in cui mostravamo il senso del logo, spiegandogli che nasceva dalla forma di un ombrello, abbiamo fatto animazioni, avanti e indietro, avanti e indietro, e avanti, e indietro. Alla fine ne è valsa la pena perché se lo sono comprato, e lo hanno usato su una scala enorme, ed è diventato un simbolo così riconoscibile, anche se per me quello fu un anno davvero deprimente. Tra l'altro, il logo non li ha veramente conviti finché Fallon non lo usò nell'ottima campagna "Live Richly", che lo fece accettare in tutto il mondo.
Quindi in quel periodo avevo bisogno di qualche contrappeso per quella esistenza folle fatta di centinaia di riunioni lunghe e senza senso. Quindi nella mia casa di campagna, per qualche motivo, ho cominciato a dipingere queste mappe fitte, laboriose e complicate, elencavo tutti i posti sul pianeta, ce li inserivo, li scrivevo male, li mettevo nei posti sbagliati, controllavo tutto, e ci sono impazzita dietro. All'inizio ci mettevo sei mesi per finirne una, Poi ho cominciato ad andare più veloce. Questi sono gli Stati Uniti. Ci sono TUTTE le città. E' stato esposto per otto mesi al Cooper-Hewitt, la gente ci passava davanti e indicava qualche posto, dicendo "Ah, ci sono stato qui!" E, ovviamente, non ci potevano essere stati, visto che era tutto al posto sbagliato. (Risate) Ma quello che mi è piaciuto era il controllo della mia stessa idiozia informativa, creavo da sola il mio set di informazioni, nel mezzo di un gioco. Una delle mie preferite era questa della Florida dopo le elezioni del 2000 in cui i risultati delle elezioni galleggiano intorno alla costa. Lo tengo lì come prova.
Qualcuno poi venne a casa e vide i quadri e li segnalò ad una galleria, dove poi si tenne la prima mostra circa due anni e mezzo fa, in cui ho esposto i quadri che vi sto mostrando ora. Poi successe una cosa divertente - la gente li comprava! Vendevano parecchio, e divennero piuttosto popolari. Allora abbiamo cominciato a farne delle stampe. Questa è Manhattan, una della serie. Questa è una stampa degli Stati Uniti che abbiamo fatto in rosso, bianco e blu. Ne abbiamo fatte delle serigrafie, vendute anche quelle. Quindi la galleria voleva che facessi un'altra mostra nel giro di due anni, che avrebbe richiesto un ritmo produttivo molto più veloce di quello che avevo fino ad allora. Allora cominciai a farli più politicizzati, prendendo aree che in qualche modo fossero nella cronaca o che mi interessavano, e così via.
Successe di nuovo una cosa strana. Mi resi conto che era finito il gioco. Ero in modalità "solenne", a soddisfare le attese degli altri per uno spettacolo, una cosa molto diversa dal motivo per cui avevo cominciato a fare queste cose. Quindi, divennero di successo, io sapevo come farle, io non ero neofita, ma loro non erano più una cosa seria, erano diventate solenni. Ed è terrificante quando cominci qualcosa che poi prende quella piega perché vuol dire che ti rimane solo di fermarti e cercare una nuova cosa in cui essere il primo, che ti puoi inventare, su cui puoi essere ignorante, essere arrogante, in cui puoi fallire e con cui ti puoi divertire. Perché alla fine è così che si cresce, questo conta.
Ecco fin dove mi sono trascinata io.. (Risate) quindi non mi rimane che far esplodere la scala. Grazie mille.
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Paula Scher guarda indietro alla sua vita dedicata al design (durante la quale ha disegnato copertine di dischi, libri, il logo di Citibank...) e ci descrive il momento in cui si è veramente cominciata a divertire. Andate a dare un'occhiata alle creazioni meravigliose frutto della sua carriera leggendaria.
With a career that fuses rock and roll, corporate identity creation, and impressionistic geography, Paula Scher is a master conjurer of the instantly familiar. Full bio »
Translated into Italian by Davide Puglielli
Reviewed by Valentina Sarno
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04:45 Posted: Sep 2008
Views 421,251 | Comments 37
17:00 Posted: May 2007
Views 408,019 | Comments 26
23:34 Posted: Jul 2006
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