Sono qui per parlarvi di quanto siamo globalizzati, o di quanto non siamo globalizzati, e perché sia importante essere veramente accurati nel fare questo tipo di valutazioni. Il punto di vista principale sull'argomento, che sia misurato in numero di libri venduti, citazioni nei media, o sondaggi che ho portato avanti con gruppi che vanno dai miei studenti ai rappresentanti dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, è questa idea che i confini nazionali non hanno più molta importanza, che l'integrazione transnazionale è quasi completa, e che viviamo in un mondo unico. E quel che è interessante di questo punto di vista è che, di nuovo, si tratta della visione di chi è a favore della globalizzazione come Tom Friedman, autore del libro da cui è stata estratta la citazione, ma è anche lo stesso di chi è contrario alla globalizzazione, che vede questo gigantesco tsunami della globalizzazione in procinto di devastare le nostre vite, se non l'ha già fatto.
L'altra cosa che aggiungerei è che non si tratta di un punto di vista nuovo. Sono uno storico dilettante, quindi sono tornato un po' indietro, per identificare la prima occorrenza di questo genere di cosa. La migliore e prima citazione che sono riuscito a trovare è quella di David Livingstone, che nel 1850 circa scriveva su come ferrovia, navi a vapore e telegrafo stessero integrando perfettamente l'Africa orientale con il resto del mondo. Ora, chiaramente, David Livingstone era un po' un precursore dei suoi tempi, ma sembra utile chiederci "Quanto siamo globali?" prima di pensare a dove stiamo andando.
Il modo migliore che ho trovato per spingere le persone a prendere sul serio l'idea che il mondo possa non essere piatto, che non lo sia neanche lontanamente, è attraverso qualche dato. Una delle cose che ho fatto negli ultimi anni è stato mettere insieme dati su ciò che potrebbe accadere sia all'interno dei confini nazionali che attraverso i confini nazionali, e ho analizzato la componente transnazionale in quanto percentuale del totale. Oggi non vi presenterò tutti i dati che ho a disposizione, ma lasciate che vi dia alcuni dati chiave. Parlerò un po' di un tipo di flusso di informazioni, di un tipo di flusso di persone, di un tipo di flusso di capitali, e, ovviamente, del commercio di prodotti e servizi.
Cominciamo con il buon vecchio servizio telefonico. Di tutti i minuti di chiamate nel mondo l'anno scorso, quale percentuale pensate sia rappresentata dalle chiamate oltreconfine? Immaginate una percentuale. La risposta è il 2%. Se includete le chiamate via Internet, potreste portare questo numero fino al 6% o 7%, ma non è neanche lontanamente vicino a quello che la gente stima.
Prendiamo in considerazione le persone che si spostano oltre confine. Una cosa in particolare che potremmo osservare, in termini di flussi a lungo termine di persone, è quale percentuale della popolazione mondiale viene rappresentata da immigrati di prima generazione? Di nuovo, immaginate una percentuale. Scopriamo che è leggermente più alta. In realtà è del 3% circa.
O pensate agli investimenti. Prendete tutti gli investimenti reali che sono stati fatti in tutto il mondo nel 2010. Quale percentuale è rappresentata dagli investimenti esteri diretti? Neanche il 10%.
E infine, la statistica che sospetto molte delle persone qui in sala abbiano visto: il rapporto tra esportazioni e PIL. Se guardate le statistiche ufficiali, di solito indicano un po' più del 30%. Tuttavia, c'è un grosso problema con le statistiche ufficiali, ossia, per esempio se un fornitore di componenti giapponese manda qualcosa in Cina da mettere in un iPod, e poi l'iPod viene spedito negli Stati Uniti, quel componente finisce per essere conteggiato più volte. Nessuno conosce la portata di questi errori nelle statistiche ufficiali, quindi ho pensato di chiedere alla persona che si è impegnata a produrre dati in proposito, Pascal Lamy, direttore dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, quale fosse la sua stima migliore della percentuale delle esportazioni sul PIL, escludendo i doppi e i triplici conteggi, e in realtà è probabilmente di poco inferiore al 20%, invece del 30% e più di cui stiamo parlando.
È ovvio, quindi, che, se osserviamo questi numeri o tutti gli altri numeri di cui parlo nel mio libro, "World 3.0", che siamo molto, molto lontani dall'effetto no-confini a cui ci riferiamo, che comporterebbe livelli di internazionalizzazione dell'ordine dell'85%, 90%, 95%. Chiaramente, gli autori con menti apocalittiche hanno esagerato la situazione. Ma non sono solo gli apocalittici, come li vedo io, che sono propensi a questo tipo di esagerazione. Ho anche passato un po' di tempo a indagare tra il pubblico in diverse parti del mondo su quali si immagina che siano queste percentuali. Vorrei condividere con voi i risultati di un'indagine che la Harvard Business Review è stata così gentile da porre ai suoi lettori su quelle che la gente pensa che siano le dimensioni della questione.
Un paio di osservazioni spiccano da questa diapositiva. Prima di tutto, suggerisce che ci sia un qualche errore. Ok. (Risate) Secondo, questi sono errori piuttosto grossi. Per quattro parametri il cui valore medio è inferiore al 10%, ci sono persone che lo immaginano tre o quattro volte superiore. Anche se sono un economista, trovo che sia un errore piuttosto grosso. E terzo, non è limitato ai soli lettori della Harvard Business Review. Ho condotto alcune dozzine di indagini in diverse parti del mondo, e in tutti casi, tranne uno in cui un gruppo ha in realtà sottostimato il rapporto tra commercio e PIL, la gente ha la tendenza a sovrastimare, quindi ho pensato fosse importante dare un nome a tutto questo, ed è ciò che chiamo follia della globalizzazione, la differenza tra le barre blu e le barre grigio chiaro.
In particolare perché sospetto che alcuni di voi possano essere ancora un po' scettici riguardo a queste affermazioni, credo sia importante soffermarsi un momento a pensare al perché dovremmo essere propensi alla follia della globalizzazione. Mi vengono in mente un paio di ragioni. Prima di tutto, in questa discussione c'è una reale carenza di dati. Fatemi fare un esempio. Quando ho pubblicato per la prima volta alcuni di questi dati qualche anno fa in una rivista intitolata "Foreign Policy", una delle persone che hanno scritto in risposta, non del tutto d'accordo, è stato Tom Friedman. E dato che il mio articolo si intitolava "Perché il mondo non è piatto", non mi sorprende affatto. (Risate) Quello che mi ha sorpreso della critica di Tom era che diceva, "I dati di Ghemawat sono limitati". Sono rimasto perplesso, perché sfogliando il suo libro di diverse centinaia di pagine, non sono riuscito a trovare un singolo numero, grafico, tabella, riferimento o nota a piè di pagina. Il mio punto è: qui non ho presentato tanti dati per convincervi che ho ragione, ma vi esorterei ad andare a cercarvi i dati per tentare di valutare se alcune di queste idee di seconda mano con cui ci hanno bombardato siano effettivamente corrette. La scarsità di dati nel dibattito è un motivo.
Il secondo motivo riguarda la pressione dei colleghi. Ricordo di aver deciso di scrivere il mio articolo "Perché il mondo non è piatto" perché sono stato intervistato in TV a Mumbai, e la prima domanda dell'intervistatrice è stata, "Professor Ghemawat, perché crede ancora che il mondo sia rotondo?" E ho cominciato a ridere, perché non l'avevo mai rielaborata in questi termini prima di allora. (Risate) Mentre ridevo, pensavo: ho veramente bisogno di una risposta più coerente, specialmente sulla TV nazionale. Devo proprio scriverci qualcosa. (Risate) Ma quello che non riesco a trasmettervi è la pietà e l'incredulità con cui l'intervistatrice mi ha posto la domanda. La prospettiva era: ecco qui il povero professore. Ha chiaramente vissuto in una caverna negli ultimi 20.000 anni. Non ha veramente idea di quello che sta accadendo nel mondo. Allora provate un po' con i vostri amici e conoscenti, se volete. Scoprirete che è molto bello parlare del mondo come unica entità, ecc. Se sollevate domande su quella rielaborazione, venite considerati un po' antiquati.
E la ragione finale, che cito in particolare a un pubblico TED, con un po' di trepidazione, ha a che fare con quello che chiamo "techno-trance". Se ascoltate musica techno a lungo, influisce sulla vostra attività cerebrale. (Risate) Qualcosa di simile sembra accadere con le concezioni esagerate di come la tecnologia sovrasterà nell'immediato tutte le barriere culturali, tutte le barriere politiche, tutte le barriere geografiche, perché a questo punto so che non siete autorizzati a farmi domande, ma a questo punto della lezione con i miei studenti, le mani si alzano e la gente mi chiede, "Sì, ma Facebook?" E mi è stata fatta questa domanda così spesso che ho pensato di fare qualche ricerca su Facebook. Perché, in un certo senso, è la tecnologia ideale su cui riflettere. Teoricamente, rende facile fare amicizie in giro per il mondo piuttosto che alla porta accanto. Quale percentuale delle amicizie su Facebook è effettivamente localizzata in paesi diversi da quelli delle persone che stiamo analizzando? La risposta è probabilmente da qualche parte tra il 10% e il 15%. Non trascurabile, quindi non viviamo in un mondo del tutto locale o nazionale, ma siamo molto, molto lontani dal 95% che ci aspetteremmo, e il motivo è molto semplice. Non facciamo, o almeno mi auguro di no, amicizie a caso su Facebook. La tecnologia si sovrappone a una matrice pre-esistente di relazioni che abbiamo e queste relazioni sono quello che la tecnologia non riesce a spostare. Queste relazioni sono il motivo per cui abbiamo molto meno del 95% dei nostri amici in paesi diversi dal nostro.
Ha importanza tutto questo? O la follia della globalizzazione è un modo inoffensivo di portare la gente a prestare più attenzione ai problemi legati alla globalizzazione? Voglio suggerire che in realtà la follia della globalizzazione nuoce gravemente alla salute. Prima di tutto, riconoscere che il bicchiere è solo per il 10 o 20% pieno è importante per vedere che ci potrebbero essere vantaggi aggiuntivi da una maggiore integrazione, mentre se pensassimo di esserci già arrivati, non ci sarebbe una particolare motivazione a spingerci oltre. È un po' come dire che non ci sarebbero conferenze sull'apertura radicale se pensassimo di essere già radicalmente aperti a tutti questi tipi di influenze di cui si parla in questa conferenza. Quindi essere precisi su quanto siano limitati i livelli di globalizzazoine è fondamentale per essere almeno in grado di notare che ci potrebbe essere spazio per qualcosa di più, qualcosa che contribuirebbe ancora di più al benessere globale.
Il che mi porta al secondo punto. Evitare l'esagerazione è anche di aiuto perché riduce e talvolta inverte anche alcune delle paure che la gente ha sulla globalizzazione. Trascorro molto tempo sul mio libro "World 3.0" a lavorare su una litania di fallimenti di mercato e paure della gente, preoccupata che la globalizzazione non farà che aggravarle. Ovviamente non sarò in grado di farlo per voi oggi, vi presenterò quindi due titoli in quanto rappresentazioni di quello che ho in mente. Pensate alla Francia e all'attuale dibattito sull'immigrazione. Quando chiedete alla gente in Francia quale percentuale della popolazione francese sia immigrata, la risposta è un 24% circa. Questa è la loro ipotesi. Magari rendersi conto che quel numero è appena l'8% potrebbe aiutare a calmare alcune delle accese retoriche che vediamo in giro sui problemi dell'immigrazione. O, per fare un esempio ancora più lampante, quando il Chicago Council on Foreign Relations ha realizzato un'indagine sugli americani, chiedendo loro di stimare quale percentuale del budget federale andasse in aiuti stranieri, la stima è stata del 30%, che è leggermente in eccesso rispetto al livello reale - "in realtà circa l'1%" - (Risate) dell'impegno del governo statunitense negli aiuti federali. La cosa rassicurante di questa indagine in particolare era che quando è stato fatto notare alle persone quanto distante fosse la loro stima rispetto ai dati reali, alcuni di loro -- non tutti -- sono sembrati più disposti a considerare un aumento negli aiuti stranieri.
Gli aiuti stranieri sono in realtà un modo straordinario di concludere perché, se ci pensate, quello di cui ho parlato oggi è questo concetto -- molto poco controverso tra gli economisti -- che la maggior parte delle cose sono basate su preconcetti. "Gli aiuti stranieri sono per la maggior parte aiuti ai poveri", è il preconcetto più diffuso che si possa trovare. Se guardate i paesi dell'OCSE e quanto spendono per i poveri internamente, e lo confrontate con quanto spendono per i poveri dei paesi poveri, il rapporto -- Branko Milanovic alla Banca Mondiale ha fatto i conti -- si scopre che è 30.000 a uno. Ovviamente, alcuni di noi, se siamo veramente cosmopoliti, vorrebbero vedere scendere quel rapporto a uno a uno. Vorrei suggerire che non dobbiamo puntare a quel rapporto per fare progressi significativi da dove siamo ora. Se portiamo semplicemente quel rapporto a 15.000 a uno, arriveremmo a quegli obiettivi di aiuto che abbiamo concordato al Summit di Rio 20 anni fa, su cui il summit concluso la settimana scorsa non ha fatto nessun progresso.
Quindi per concludere, mentre l'apertura radicale è straordinaria, considerando quanto siamo chiusi, anche un aumento di apertura potrebbe migliorare radicalmente le cose. Grazie infinite. (Applausi) (Applausi)
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Sembrerebbe che viviamo in un mondo senza confini dove le idee, le merci e le persone fluiscono liberamente da nazione a nazione. Non ci siamo neanche vicini, dice Pankaj Ghenawat. Con dati straordinari (e un'indagine illuminante), sostiene che c'è un divario tra percezione e realtà in un mondo che dopotutto non è poi così interconnesso.
Our world is not flat, says ecnomist Pankaj Ghemawat -- it's at best semi-globalized, with limited interactions between countries and economies. Full bio »
Translated into Italian by Anna Cristiana Minoli
Reviewed by Isabella Martini
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07:06 Posted: Oct 2009
Views 341,085 | Comments 97
18:15 Posted: Oct 2010
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15:48 Posted: Jun 2009
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