È molto, molto difficile intervenire alla fine di una conferenza così. Perché tutti hanno parlato, tutto è già stato detto. Quindi ho pensato che sarebbe potuto essere utile ricordare alcune delle cose successe, e poi offrire alcuni spunti da portare con sé, idee da approfondire e sulle quali lavorare. È questo che vorrei provare a fare. Siamo venuti qui dicendo di voler parlare del "prossimo capitolo" dell'Africa. Ma parliamo del "prossimo capitolo" dell'Africa perché osserviamo il capitolo passato e presente, e non li consideriamo tanto desiderabili. L'immagine che vi ho mostrato prima, e questa immagine, di siccità, morte, e malattie, sono ciò che vediamo di solito. Quello cui vogliamo dedicarci è il "prossimo capitolo" dell'Africa: un africano sano, felice, sorridente. E penso che valga la pena di ricordare ciò che abbiamo sentito in questa conferenza fin dal primo giorno, dove ho sentito elencare tutte le statistiche più importanti, sulla condizione attuale, sui grandi progressi del nostro continente. È importante, perché ci dà una piattaforma su cui costruire.
Non ci metterò troppo tempo -- è solo per rinfrescarci la memoria -- a dire che siamo qui per "Africa: il Prossimo Capitolo" perché, per la prima volta, abbiamo davvero una piattaforma su cui costruire. Siamo davvero sulla strada giusta, il continente sta crescendo a tassi che la gente non pensava possibili. Dopo decenni di 2%, siamo adesso al 5%, e andiamo verso, si stima, persino 6 e 7%. E l'inflazione è diminuita. Il debito estero, qualcosa su cui potrei parlarvi a lungo, perché ho lavorato personalmente ad uno dei più grandi debiti del continente, è diminuito notevolmente. Come potete vedere, da quasi 50 miliardi fino a circa 12 o 13 miliardi. Questo è un risultato enorme.
Abbiamo costruito riserve. È importante, perché dà valore alle nostre economie, alle nostre valute, e offre una piattaforma su cui progettare, costruire, e anche fare affari. Abbiamo anche avuto le prove che tutto questo sta facendo una differenza; i flussi di investimento privato sono aumentati. Voglio ricordarvelo ancora, anche se so che avete già visto queste statistiche: da quasi 6 miliardi siamo ora a circa 18 miliardi. Nel 2005, le rimesse-- ho preso una sola nazione, la Nigeria, che sta decollando -- beh, decollare è un espressione forte, ma sta aumentando rapidamente. E lo stesso sta avvenendo in molte altre nazioni. Perché è tanto importante? Perché è un segnale di fiducia. Le persone adesso si fidano a fare entrare il denaro: se i vostri emigrati riportano indietro il loro denaro, questo mostra alle altre persone una crescente fiducia nella vostra nazione, e che invece di un flusso in uscita, adesso state ottenendo un flusso di capitali netto in entrata.
Perché è tanto importante andare così in fretta? È importante costruire questa piattaforma, sentire il presidente Kikwete, ed altri nostri leader, dire: "Dobbiamo fare qualcosa di diverso". Perché ci aspettano delle sfide: il 62% della nostra popolazione ha meno di 24 anni. Cosa significa? Significa che dobbiamo concentrarci su come i nostri giovani saranno impegnati in ambienti produttivi nelle loro vite. Devi dedicarti alla creazione di posti di lavoro, essere sicuro che non si ammalino, che ricevano un'istruzione, ma soprattutto che siano produttivamente impegnati nella vita, e che stiano creando nelle nostre nazioni il tipo di ambiente produttivo che farà succedere le cose. Per supportare tutto questo, una delle cose che ho fatto di recente, dopo aver lasciato il governo, è iniziare ad organizzare la ricerca di opinione in Nigeria. La maggior parte delle nostre nazioni non hanno nemmeno un servizio sondaggi. Le persone non hanno voce. Non c'è modo di sapere cosa la gente voglia.
Abbiamo chiesto loro quale fosse la questione principale. Come in qualunque altra nazione dove questo è stato fatto, l'occupazione è la questione principale. Lascio il tema da parte, per ritornarci dopo. Ma prima di passare a questa slide, volevo che vi soffermaste su questa, e dirvi che, per me, il prossimo stadio della costruzione di questa piattaforma che ora ci permette di progredire - e non dobbiamo prenderla alla leggera: solo 5, 6, 7 anni fa, non potevamo nemmeno parlare del prossimo capitolo. Eravamo ancora nel vecchio, non stavamo andando da nessuna parte. Le economie non stavano crescendo. Avevamo crescite pro capite negative. La struttura microeconomica e le basi per progredire nemmeno c'erano. Quindi non dimentichiamoci che ci è voluto molto per arrivare fino a qui, incluse tutte quelle cose che abbiamo tentato in Nigeria di cui ha parlato Dele (Olojede). Creare il nostro programma per risolvere i problemi, come la corruzione, costruire istituzioni, stabilizzare la microeconomia.
Ora abbiamo questa piattaforma su cui poter costruire. E questo ci porta al dibattito che c'è stato. Aiuti vs settore privato, aiuti vs commercio, eccetera, E qualcuno si è alzato a dire... una delle cose frustranti è che il dibattito è stato semplicistico. E non avrebbe dovuto vertere su questo argomento. Ci siamo... questo è impegnarsi nel dibattito sbagliato. La vera questione è come ottenere una partnership che coinvolga aiuti governativi, settore privato, e la gente comune dell'Africa che vive la propria vita. Come uniamo tutto questo? (Dobbiamo) far progredire l'Africa, fare le cose necessarie di cui ho parlato, dare un lavoro ai giovani. Liberando le forze creative su questo continente. Insomma, molte delle cose che avete visto qui. Quindi temo che vi stiate accanendo un po' nel dibattito sbagliato. Bisogna tornare a chiedersi: "Qual è la combinazione di tutti questi fattori che produrrà ciò che vogliamo?" (Applausi)
E... voglio dirvi una cosa. Per me, la questione dell'aiuto... non penso che gli Africani debbano voltare in massa le spalle e rifiutare l'aiuto. L'Africa ha aiutato le altre nazioni. Mo Ibrahim disse in un dibattito di sognare un giorno in cui sarà l'Africa a dare aiuto. E io dissi: "Mo, hai ragione, abbiamo...no, ma noi l'abbiamo già fatto! Gli Usa e la Gran Bretagna non sarebbero quel che sono oggi senza l'aiuto dell'Africa!"
Sono le risorse prese dall'Africa, tra cui le risorse umane - che hanno costruito queste nazioni! Quindi quando cercano di restituire, non dovremmo metterci sulla difensiva. Il punto non è quello. Il punto è: "Quanto e come stiamo usando quello che è stato dato, o restituito? È stato utilizzato efficacemente? Voglio raccontarvi una piccola storia, che spiega perché a me non importa se otteniamo aiuto ma se lo stiamo usando bene. Dal '67 al'70, la Nigeria ha combattuto una guerra, la guerra del Biafra. E nel mezzo di quella guerra, avevo quattordici anni. Passavamo la maggior parte del nostro tempo con mia madre, a cucinare. Mio padre si unì all'esercito del Biafra come brigadiere. Eravamo dalla parte del Biafra. E ci eravamo ridotti a mangiare una volta al giorno, girando da un posto all'altro, ma dovunque potevamo aiutare lo facevamo. Ad un certo punto, nel 1969, le cose si misero davvero male. La gente non aveva quasi nulla da mangiare, i bambini stavano morendo di kwashiorkor, sono sicuro che tra di voi quelli non giovanissimi si ricorderanno queste immagini. Beh, ero nel mezzo di quel disastro.
E nel mezzo di quel disastro, mia madre ebbe problemi di stomaco, per due o tre giorni. Pensavamo stesse per morire. Mio padre non c'era. Era nell'esercito. Quindi ero la più anziana in casa. Mia sorella si ammalò gravemente di malaria. Aveva tre anni, ed io 15. Ed aveva una febbre così alta-- provammo di tutto, ma sembrava che non funzionasse, finché non ci giunse voce che a 10 chilometri da lì c'era una dottoressa, che era in grado di visitare le persone e dar loro farmaci. Misi mia sorella sulla schiena, che scottava, e camminai per dieci chilometri con lei sulle spalle. Era davvero caldo, avevo davvero fame, ero spaventata, perché sapevo che la sua vita dipendeva dal mio raggiungere quella donna. Sentimmo che c'era una dottoressa che stava curando le persone. Camminai 10 chilometri, un piede davanti all'altro. Arrivai lì e vidi una folla immensa. C'erano quasi mille persone, che cercavano di sfondare la porta. Stava lavorando in una chiesa. Come sarei riuscita ad entrare?
Dovetti strisciare tra le gambe di quelle persone, con mia sorella sulle spalle, trovai il modo di entrare da una finestra, e mentre quelli cercavano di sfondare la porta, mi arrampicai sulla finestra e ci saltai dentro. Questa donna mi disse: "Siete appena in tempo". Quando riuscii a saltare dentro quella sala, lei si muoveva a malapena. Lei le diede una dose di quel che poi seppi essere clorochina, un reidratante, e qualche altra terapia, e ci mise in un angolo. In circa due o tre ore, ricominciò a muoversi. Poi la asciugò con un panno, perché iniziò a sudare, il che era un buon segno. E poi, mia sorella si svegliò. E circa 5 o 6 ore dopo, disse che potevamo tornare a casa. Me la rimisi in spalla, camminai indietro per i dieci chilometri, fu la passeggiata più breve della mia vita. Ero così felice (Applausi) che mia sorella fosse viva! Oggi, ha 41 anni, tre bambini, ed è un medico che salva altre vite.
Perché ve lo sto dicendo? Ve lo sto dicendo perché, quando ne va della vita tua o di un tuo caro, non ti preoccupi da dove viene l'aiuto, o che tipo di aiuto sia! (Applausi) Vuoi solo che quella persona viva! Ed ora lasciate che diventi meno sentimentale, e dica che salvare vite, cosa che costituisce una parte dell'aiuto a questo continente... quando salvi la vita di chiunque, un contadino, un maestro, una madre, questo contribuisce produttivamente all'economia. Da economista, penso lo si possa vedere anche dal punto di vista economico. Queste persone sono agenti produttivi nell'economia. Quindi se salviamo persone dall'HIV/AIDS, dalla malaria, possono formare la base produttiva della nostra economia. E all'opposto, come qualcuno ha detto ieri, se non lo facciamo, e muoiono, i loro bambini diventeranno un peso per l'economia. Quindi anche solo dal punto di vista economico, tralasciando l'aspetto sociale ed umanitario, ci serve salvare vite ora. Ecco una della ragioni che, per esperienza personale, mi fanno dire: "Incanaliamo le risorse date in qualcosa di produttivo." Ad ogni modo, vi dirò anche che sono tra coloro che non considerano questa la sola risposta. Ecco perché dico che il dibattito deve diventare più sofisticato. Dobbiamo usarli bene, questi aiuti.
Cos'è successo in Europa? Sapevate tutti che la Spagna --membro UE-- ha ottenuto 10 miliardi di dollari in aiuti dal resto dell'UE? Risorse che furono loro trasferite, e se ne vergognarono? No! L'UE trasferì 10 miliardi. Dove li hanno usati? Siete stati nella Spagna meridionale, di recente? Ci sono strade ovunque. Infrastrutture ovunque. È grazie a questo che la Spagna Meridionale si è trasformata in un'economia di servizi. Sapevate che l'Irlanda ha ottenuto 3 miliardi di dollari di aiuti? L'Irlanda è una delle economie a più rapida crescita oggi nell'UE. E ora molte persone, anche dall'estero, stanno andando lì a trovare lavoro. Che cosa hanno fatto con i tre miliardi di dollari in aiuti? Li hanno usati per costruire le infrastrutture informatiche. Per finanziare un'infrastruttura che oggi permette loro di partecipare alla rivoluzione dell'IT, e creare posti di lavoro nella loro economia. Non hanno detto "No, non li accettiamo". Oggi, l'Unione Europea è molto impegnata a trasferire aiuti. Quel che mi irrita è che, se possono costruire infrastrutture in Spagna, strade, autostrade, altre possibili cose, perché rifiutano di usare lo stesso aiuto per costruire la stessa infrastruttura nelle nostre nazioni (Applausi)
quando noi chiediamo e diciamo loro cosa ci serve? Una delle mie preoccupazioni, oggi, è la pletora di fondazioni. Parliamo della Banca Mondiale, FMI, e l'accettazione di responsabilità, e così via. E l'UE. E ora anche privati cittadini che possiedono molto denaro. Alcuni di loro oggi sono qui. Con le loro fondazioni private. Ed un giorno queste fondazioni avranno così tanto denaro da superare gli aiuti ufficiali. Ma temo... sono molto grata a tutti loro per quello che stanno cercando di fare nel continente-- ma sono anche preoccupata. Mi sveglio torcendomi le budella. Perché vedo una nuova schiera di "imprenditori della solidarietà" nel continente. Che vanno da una nazione all'altra, molte volte cercando di capire cosa fare- ma non sono davvero sicura che i loro sforzi si stiano incanalando nel modo giusto. Molti di loro non conoscono veramente bene il continente. Lo stanno appena scoprendo. E molte volte, non vedo gli africani lavorare con loro. Stanno procedendo da soli! (Applausi)
Molte volte ho l'impressione che non siano nemmeno molto interessati ad ascoltare quegli Africani che potrebbero sapere. Vogliono visitarci, vedere cosa sta succedendo sulla scena, e prendere una decisione. Ed ora magari divento dura. Ma sono preoccupata, perché questo denaro è così importante. A chi rende conto questa gente? Siamo nei loro consigli quando decidono dove investire il denaro? Siamo lì? Faremo lo stesso errore che abbiamo già fatto? I nostri presidenti ed i nostri leader-- tutti ne parlano-- hanno mai radunato queste persone e detto: "Guardate, le vostre fondazioni... avete così tanto denaro, ve ne siamo grati. Ma sediamoci, che vi diremo noi come dovrebbe essere speso il denaro, e dove questo aiuto dovrebbe andare." Lo abbiamo fatto? La risposta è no. Ciascuno sta facendo il suo sforzo individuale. E così, fra dieci anni, saranno ancora piovuti miliardi in Africa, ed avremo ancora gli stessi problemi.
E questo che ci fa sembrare "senza speranza". La nostra incapacità di "farci sentire" e dire a tutte queste persone che portano il loro denaro: "Sedetevi". E non lo facciamo perché siamo così tanti... Non ci coordiniamo. Non abbiamo chiamato Bill Gates, o Soros, o chiunque altro pronto ad aiutarci, per dirgli: "Sedetevi, facciamo una conferenza con voi. Come continente, le nostre priorità sono queste. Vogliamo che spendiate i soldi così". Non dovrebbero fare gli imprenditori, in giro a trovare il meglio per loro. Non cerchiamo di fermarli, assolutamente! Cerchiamo solo di aiutarli ad aiutarci meglio. E mi delude che non lo si stia facendo. Perché fra dieci anni, si ripeterà la solfa, e ripeteremo gli stessi errori. Quindi, il nostro problema ora è: come facciamo fruttare tutta questa buona volontà che avanza verso di noi? Come far sì che i governi si accordino efficacemente con queste fondazioni private, con le organizzazioni internazionali, e con il nostro settore privato?
Credo fermamente nel settore privato. Ma non può fare tutto da solo. Si potrebbe pensare ad un po' di idee efficaci. Si è detto che si tratta di condividere e far proliferare le idee. Perché non pensiamo a come usare una parte di questo aiuto? Perché non iniziamo a dire alle persone là fuori che ci stanno aiutando di non snobbare le infrastrutture? Che quel benessere su cui stanno lavorando non si può sostenere senza infrastrutture? Che l'istruzione funzionerà meglio con elettricità e ferrovie? E così via. Che l'agricoltura migliorerà se ci sono ferrovie che portino la merce nei mercati? Non snobbatele. Investite un po' delle vostre risorse anche in quello. E poi possiamo notare una combinazione di denaro privato, internazionale, multilaterale, settore privato, e denaro Africano che possiamo mettere insieme come una partnership, perché quell'aiuto possa fungere da facilitatore. È tutto quello che l'aiuto può fare. L'aiuto non può risolvere i nostri problemi, ne sono fermamente convinta. Ma può essere un catalizzatore. Se non riusciamo a renderlo un catalizzatore, avremo fallito.
Una delle ragioni per cui la Cina è popolare tra gli Africani, ora, (una delle ragioni, almeno) non è solo che "queste persone sono stupide e la Cina sta venendo a prendere le risorse". È perché dire ai cinesi: "Ci serve una strada qui" produce più risultati. Loro ti aiutano a costruirla. Non snobbano le infrastrutture. In effetti il Ministro delle Finanze cinese mi disse, quando gli chiesi cosa stiamo sbagliando, in Nigeria, disse che ci servivano due sole cose: "Infrastrutture, Infrastrutture, Infrastrutture, e disciplina. Siete indisciplinati!" (Applausi) E lo estendo a tutto il continente. È lo stesso. Ci servono Infrastrutture, Infrastrutture, Infrastrutture, e Disciplina. Così possiamo creare un catalizzatore che ci aiuti a fornire un po' di quel che serve. Certo, ci sono anche salute e istruzione, non voglio trascurarli. L'uno non esclude l'altro. Guardiamo come l'aiuto può essere un facilitatore, nella partnership. E questa è un'idea. Seconda cosa, per il settore privato. Le persone hanno paura di assumersi rischi, in questo continente. Perché non possiamo usare un po' di questo aiuto come fondo di garanzia, permettendo alla gente di assumersi i rischi?
E per finire, perché mi stanno, ho-- ho sforato? OK, solo non fatemi dimenticare l'ultima cosa. Una delle cose su cui vorrei che tutti collaborassero è il sostegno alle donne, per creare posti di lavoro. (Applausi) E stato detto molto, qui, sulle donne, e non ho bisogno di ripeterlo ora. Ma ci sono persone-- donne-- che creano posti di lavoro. E sono stati fatti studi che mostrano come mettendo le risorse nelle mani delle donne -- è uno studio econometrico fatto dalla World Bank Review nel 2000-- che mostra come i trasferimenti alle donne si traducano in bambini più sani, più risorse per la casa, più per l'economia, e così via. Dico pertanto che una delle cose da portare con sè, quando uscirete da qui... Non sto dicendo che gli uomini non siano importanti, ovviamente. Se lasci fuori i mariti cosa faranno? Torneranno a casa e si infurieranno, e questo produrrà difficoltà che non vogliamo. Non vogliamo uomini che picchino le loro mogli perché non hanno un lavoro, e così via.
Ma per concludere, voglio sottolinearlo, è importante ricordarsi delle donne, perché gli uomini automaticamente -- beh, non automaticamente, ma tendono ad ottenere miglior supporto. Rendetevene conto, nelle mani delle donne africane le risorse sono uno strumento potente. Ci sono donne che creano posti di lavoro: Beatrice Gakuba ha creato 220 posti di lavoro col suo business floreale in Rwanda. Abbiamo Ibukun Awosika in Nigeria, con i mobili -- l'azienda di sedie, vuole espandersi, le servono altri 20 milioni-- per creare altri 100, 200 posti di lavoro. Ripetetevi quindi questa domanda, fuori da qui: "Come collegare le risorse per dare il denaro a quelle donne che sono pronte?" Sono imprenditori che vogliono espandersi, e creare più posti di lavoro. E per finire, che cosa farete per entrare in questa partnership di aiuti umanitari, governo, settore privato, e individui africani? Grazie. (Applausi)
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Ngozi Okonjo-Iweala, l'ex ministro delle finanze della Nigeria, chiude con questo discorso i quattro giorni di intense discussioni del TEDGlobal 2007, e condivide con noi una vicenda personale che ben spiega la sua dedizione alla causa.
As the first female Finance Minister in Nigeria, Ngozi Okonjo-Iweala attacked corruption to make the country more desirable for foreign investment and job creation. Now as a director of the World Bank and head of the Makeda Fund, she works for change in all of Africa. Full bio »
Translated into Italian by Michele Gianella
Reviewed by Valentina Sarno
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12:53 Posted: Oct 2006
Views 275,396 | Comments 51
17:07 Posted: Sep 2007
Views 382,820 | Comments 109
16:51 Posted: May 2008
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