Il preside di un college non è la prima persona che viene in mente quando si parla degli usi dell'immaginazione creativa. Perciò ho pensato di iniziare raccontandovi come sono arrivata qui.
La storia inizia alla fine degli anni '90. Fui invitata a incontrare alcuni autorevoli educatori venuti dall'Europa dell'Est e dalla Russia, da poco libere. Si chiedevano in che modo ricostruire le loro università. Poiché l'istruzione in Unione Sovietica era sostanzialmente propaganda al servizio degli obiettivi di un'ideologia di stato si rendevano conto che occorrevano trasformazioni globali se si voleva offrire una formazione degna di uomini e donne liberi. Data questa rara opportunità di ricominciare da zero, scelsero le materie umanistiche come modello più convincente in virtù della sua storica missione: coltivare la più ampia e profonda attitudine intellettuale ed etica degli studenti.
Presa questa decisione vennero negli Stati Uniti, patria della formazione umanistica per parlare con alcuni di noi che si identificavano più profondamente in questo genere di formazione. Parlavano con una passione, un fervore, una convinzione intellettuale che non sentivo da decenni, era come un sogno da tempo dimenticato. Perché in verità ci eravamo allontanati anni luce dalle passioni che animavano loro. Ma, a differenza del loro, il mio mondo non era una tabula rasa. E quello che c'era scritto non era incoraggiante.
In realtà la formazione umanistica non esiste più in questo paese, almeno non un'autentica formazione umanistica. Abbiamo a tal punto professionalizzato le discipline umanistiche che ormai non forniscono più quell'ampiezza di applicazione e quella superiore attitudine all'impegno civile che è loro cifra peculiare. Nel corso dell'ultimo secolo l'esperto ha detronizzato l'erudito universale, diventando l'unico modello di preparazione intellettuale.
Certo l'expertise ha avuto i suoi momenti di gloria. Ma il prezzo del suo dominio è enorme. Le materie vengono scomposte in frammenti sempre più piccoli, con una crescente enfasi sul tecnicismo e l'oscurità. Siamo riusciti a rendere arcano persino lo studio della letteratura. Forse credete di sapere che cosa sta succedendo in quel romanzo di Jane Austen: ma è perché non vi siete ancora imbattuti nel decostruzionismo postmoderno.
Oggi il percorso di uno studente di scuola superiore consiste nell'escludere tutti gli interessi, tranne uno. E, all'interno di quell'uno, restringere continuamente il campo. Imparare sempre di più su sempre meno argomenti. E questo nonostante intorno a noi sia evidente quanto le cose siano collegate fra loro Perché non pensiate che sto esagerando Ecco come inizia l'ABC dell'antropologia E più in alto si sale più i valori diversi dalla competenza tecnica sono visti con sospetto Domande come "Che mondo stiamo costruendo?" Che mondo dovremmo costruire? Che mondo potremmo costruire? sono considerate con sempre maggiore scetticismo e spariscono dall'ordine del giorno.
In questo modo i custodi della democrazia laica di fatto consegnano il problema del rapporto fra formazione e valori ai fondamentalisti. I quali, potete star certi non hanno remore a utilizzare l'istruzione per promuovere i loro valori, gli assoluti di una teocrazia. Frattanto, i valori e le voci della democrazia tacciono. O abbiamo perso di vista questi valori oppure, il che non è meglio, siamo convinti che non sia necessario o possibile insegnarli. Questa avversione per i valori sociali può sembrare in contraddizione con il boom dei programmi di servizio sociale. Ma nonostante l'attenzione che vi è stata dedicata, queste restano attività decisamente parascolastiche. In realtà, lo spirito civico è trattato come qualcosa di estraneo a ciò che si pretende sia un pensiero serio e la missione di una persona adulta. In poche parole, quando la vocazione è a cambiare il mondo è più facile che il mondo accademico produca un'impotenza erudita che un senso di autoaffermazione.
Questa miscela, l'eccessiva semplificazione dell'impegno civile, l'idealizzazione della figura dell'esperto, la frammentazione della conoscenza, il risalto dato alla padronanza tecnica, la neutralità come requisito per l'integrità accademica, si rivela tossica quando si tratta di coltivare i rapporti vitali fra formazione e bene pubblico, fra integrità intellettuale e libertà umana. Che erano il cuore stesso della sfida affrontata e proposta dai miei colleghi europei. Se la distanza astronomica fra le realtà accademiche e la forza visionaria di questa sfida, era più che sufficiente, credetemi, a far riflettere, ciò che accadeva al di fuori dell'istruzione superiore rendeva impossibile tirarsi indietro.
Che fossero le minacce all'ambiente, le iniquità nella distribuzione della ricchezza, l'assenza di politiche sensate o sostenibili sull'uso continuato dell'energia. Eravamo in una situazione disperata. Ed era solo l'inizio. La corruzione della nostra vita politica era divenuta un incubo vivente. Nulla ne era immune. Separazione dei poteri, libertà civili, stato di diritto, rapporti fra chiesa e stato. Unite a uno sperpero delle ricchezze materiali della nazione che rasentava l'incredibile. Un'insopportabile predilezione per l'uso della forza era diventata la normalità. Di pari passo con il disprezzo per le forme di intervento alternative. Allo stesso tempo, tutta la nostra potenza di fuoco è stata impotente quando si è trattato di fermare o anche solo arginare i massacri in Ruanda, Darfur o Myanmar.
La nostra istruzione pubblica, un tempo modello per il mondo intero, ora è rinomata soprattutto per i suoi fallimenti. La padronanza delle abilità di base e un minimo indispensabile di cultura generale non vengono mai raggiunte da quantità impressionanti dei nostri studenti. Nonostante un sistema di ricerca che fa invidia al mondo intero, più della metà dell'opinione pubblica americana non crede nell'evoluzionismo. E non fatevi illusioni: un buon numero di quelli che ci credono in realtà non la capiscono.
È incredibile, ma questa nazione, pur con tutte le sue risorse materiali, intellettuali e spirituali, sembra assolutamente incapace di fermare, e invertire, la caduta libera in uno qualsiasi di questi ambiti. Ugualmente sconcertante, dal mio punto di vista, è il fatto che nessuno metteva in relazione ciò che accade nello stato e negli enti locali e ciò che avviene nelle nostre maggiori istituzioni educative. Possiamo anche essere al primo posto quando si tratta di influire sull'accesso alla ricchezza personale. Ma non siamo neppure in lista quando si tratta di assumerci le nostre responsabilità per la salute di questa democrazia. Stiamo giocando col fuoco. Potete star certi che Jefferson sapeva il fatto suo quando diceva, "Se una nazione pensa di poter essere ignorante e libera in condizioni di civiltà, pensa ciò che non è mai accaduto, e mai accadrà." (Applausi)
In tono più personale, devo dire che questo tradimento dei nostri principi, del nostro decoro, della nostra speranza, mi rendeva impossibile evitare di pormi una domanda, "Che cosa dirò, negli anni futuri, quando mi chiederanno, 'E tu dov'eri?'" In qualità di preside di uno dei maggiori college umanistici, famoso per la sua storia ricca di innovazione, non avevo scusanti. Così a Bennington si aprì la discussione. Consapevoli che, se si voleva ricostituire l'integrità della formazione umanistica, occorreva ripensare radicalmente le premesse fondamentali, a cominciare dalle nostre priorità. Contribuire al bene pubblico diventa un obiettivo primario. L'eccellenza nelle virtù civiche è legata all'uso dell'intelletto e dell'immaginazione nella loro forma più stimolante.
Il nostro approccio all'impegno civile e all'autorità si è rovesciato in modo da riflettere la realtà: che, cioè, nessuno ha le risposte alle sfide che attendono i cittadini in questo secolo, ma tutti hanno la responsabilità di dare un contributo per tentare di trovarle. Bennington intende continuare a insegnare le arti e le scienze in quanto aree di approfondimento che ammettano differenze negli obiettivi personali e professionali. Ma una volta ristabiliti gli equilibri, i nostri intenti condivisi assumono un'importanza uguale, se non maggiore.
Il progetto emerso dal dibattito era incredibilmente semplice e diretto. L'idea è fare di queste stesse sfide politico-sociali, dalla sanità all'istruzione fino all'uso della forza, i principi organizzativi dei programmi. Assumerebbero quindi il ruolo guida che fu delle discipline tradizionali. Ma le strutture sarebbero pensate per collegare piuttosto che per separare, dunque cerchi interdipendenti piuttosto che triangoli isolanti. E il punto non è trattare questi temi come materie di studio, ma come schemi d'azione. La sfida è capire che cosa occorre per produrre davvero qualcosa che faccia una differenza significativa e sostenibile.
Contrariamente a quanto molti credono, puntare sull'azione dà una forte spinta al pensiero. L'importanza di fare i conti con valori quali giustizia, equità, verità, si fa sempre più evidente man mano che gli studenti si rendono conto che l'interesse da solo non può suggerire loro le conoscenze di cui necessitano quando il problema è ripensare l'istruzione, il nostro approccio alla sanità, o le strategie per arrivare a un'economia dell'equità. Anche il valore del passato prende vita. E ci porta molta compagnia. Non siete i primi a interrogarvi su questo, e con ogni probabilità non sarete gli ultimi. Ma ciò che più conta è che la storia ci offre un laboratorio in cui vediamo ricreate le conseguenze effettive delle idee, oltre che le loro intenzioni.
Per usare le parole dei miei studenti, "Un pensiero approfondito conta quando si riflette su che cosa fare per le cose che contano." Un nuovo sistema umanistico che possa sostenere questo programma volto all'azione sta iniziando a delinearsi. La retorica, come arte di organizzare il mondo delle parole per ricavarne il massimo effetto. Il design, come arte di organizzare il mondo degli oggetti. Mediazione e improvvisazione inoltre assumono un posto speciale in questo nuovo pantheon. Il ragionamento quantitativo ottiene il suo ruolo precipuo collocandosi al cuore del sistema necessario alla gestione del cambiamento in cui la quantificazione è decisiva. Così come lo è la capacità di differenziare sistematicamente fra ciò che si trova al centro e ciò che sta alla periferia.
E quando il requisito è saper creare collegamenti, il potere della tecnologia emerge con particolare risalto. Ma altrettanto importante è il contenuto. Quanto più ampie sono le nostre competenze, tanto più importante diventa la domanda "Di che cosa si parla?" Quando sono decisive improvvisazione, ricchezza di risorse e immaginazione, gli artisti, finalmente, prendono il loro posto intorno alla tavola rotonda, nella fase in cui si progettano le strategie d'azione. In questo ideale straordinariamente allargato di formazione umanistica la cui linfa vitale è la continuità di pensiero e azione, le conoscenze acquisite al di fuori dell'istituzione accademica diventano essenziali. Attivisti sociali, imprenditori di punta, giuristi, politici, professionisti entreranno in istituto, partecipando attivamente e continuativamente a questo connubio di formazione umanistica e promozione del bene pubblico. Gli studenti, a loro volta, usciranno continuamente dalle aule per impegnarsi direttamente nel mondo.
E naturalmente questo nuovo vino necessiterà di nuove bottiglie se vogliamo cogliere in pieno la vitalità e il dinamismo di questa idea. La scoperta più importante che abbiamo fatto concentrandoci sull'impegno pubblico è stata la consapevolezza che le scelte difficili non sono fra bene e male, ma fra beni concorrenti. Questa scoperta ha un potere di trasformazione. Ridimensiona ogni senso di superiorità, modifica radicalmente il tono e il carattere delle controversie, e arricchisce notevolmente le possibilità di trovare un terreno comune. Ideologia, fanatismo, opinioni prive di validi argomenti, non serviranno mai a nulla. Si tratta senza dubbio di un'educazione politica. Ma è una politica dei principi, non della faziosità. Dunque la sfida, per Bennington, è riuscire.
Sulla copertina della cartolina di Bennington per le vacanze 2008 c'è il disegno architettonico di un edificio che sarà inaugurato nel 2010 e sarà un centro per la promozione dell'impegno pubblico. Il centro incarnerà e sosterrà questo nuovo impegno educativo. Immaginatelo come una sorta di chiesa laica. Le parole sulla cartolina descrivono ciò che avverrà al suo interno. Intendiamo volgere il potere dell'intelletto e dell'immaginazione, la passione e l'audacia dei nostri studenti, della facoltà e del personale tutto all'elaborazione di strategie d'azione per le sfide cruciali del nostro tempo.
Così stiamo facendo il nostro lavoro. Se è vero che le settimane passate sono state un momento di esaltazione nazionale in tutto il paese, sarebbe tragico pensare che con questo il lavoro sia concluso. Il silenzio glaciale a cui abbiamo assistito mentre si faceva carta straccia della costituzione, mentre si sfasciavano le nostre istituzioni pubbliche, mentre le nostre infrastrutture si deterioravano, non si limita alle università. Noi, il popolo, ci siamo assuefatti alla nostra insignificanza quando si tratta di fare qualcosa di notevole per qualsivoglia questione importante che riguardi il governo, qualcosa che non sia aspettare altri quattro anni. E persistiamo nel farci mettere fuori gioco dall'idea dell'esperto come unica persona in grado di fornire risposte, sebbene vi siano prove schiaccianti del contrario.
Il punto è che non esiste una democrazia praticabile fatta di esperti, fanatici, politici e spettatori. (Applausi) Si continuerà, e si deve continuare, a imparare tutto ciò che c'è da sapere su questo o quell'argomento. In realtà tutti lo facciamo, continuamente. E ci sarà, e dev'esserci chi passa una vita a esplorare settori di studio altamente specializzati. Ma questa determinazione non produrrà la flessibilità mentale, la molteplicità di prospettive, la capacità di collaborazione e di innovazione di cui questo paese ha bisogno. Ed è qui che subentrate voi. Quel che è certo è che il talento individuale che qui si manifesta con tanta abbondanza, deve rivolgere la propria attenzione a un mondo fatto di collaborazione, confusione, frustrazione un mondo polemico e impossibile, quello della politica e delle politiche pubbliche. Il Presidente Obama e la sua squadra non potranno mai farcela da soli.
Se non sapete da dove cominciare e vi sentite soverchiati significa che siete all'inizio, non alla fine, di questa avventura. Sentirsi soverchiati è il primo passo se si vuole davvero tentare di arrivare alle realtà che contano, su scala tale da cambiare le cose. Bene, che cosa fate quando vi sentite soverchiati? Beh, avete due cose: Avete una mente. E avete gli altri. Iniziate da qui, e cambiate il mondo.
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Liz Coleman, preside del Bennington College, lancia un appello a favore di una riforma radicale dell'istruzione superiore. Rifiutando la tendenza a spingere gli studenti verso aree di apprendimento sempre più ristrette, propone un modello formativo realmente interdisciplinare, una sintesi dinamica di tutte le materie, che consenta di affrontare le grandi questioni del nostro tempo.
Liz Coleman radically remade Bennington College in the mid-1990s, in pursuit of a new vision: higher education as a performing art. Full bio »
Translated into Italian by Elisabetta Zoni
Reviewed by Giacomo Boschi
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12:29 Posted: May 2009
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14:48 Posted: May 2009
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19:24 Posted: Jun 2006
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