Siamo qui per celebrare la compassione. Ma la compassione, dalla mia posizione privilegiata, ha un problema. Essenziale com'è, attraverso le nostre tradizioni, così reale come molti di noi sanno che è in vite particolari, la parola 'compassione' è incavata nella nostra cultura, ed è ambigua nel mio campo che è il giornalismo. Viene vista come un molle saluto. O viene vista come potenzialmente deprimente. Karen Armstrong ha raccontato quella che io ritengo una storia iconica sul tenere un discorso in Olanda e, dopo il fatto, vedere la parola 'compassione' tradotta come 'pietà'.
Ora, la compassione, quando entra nel mondo dell'informazione, giunge troppo spesso nella forma delle caratteristiche del sentirsi bene, o di palchetti di persone eroiche alle quali voi non assomiglierete mai, o finali felici, o esempi di auto-sacrificio che la maggior parte delle volte sembrerebbero troppo belli per essere veri. La nostra immaginazione culturale sulla compassione è stata smorzata dalle immagini idealistiche. Quindi quello che mi piacerebbe fare questa mattina per i prossimi cinque minuti è eseguire una resurrezione linguistica. Spero che mi seguirete nelle mie premesse basilari che le parole contano, che danno forma al modo in cui capiamo noi stessi, il modo in cui interpretiamo il mondo e il modo in cui ci comportiamo con gli altri.
Quando questo paese ha incontrato per la prima volta una genuina diversità negli anni Sessanta, abbiamo adottato la tolleranza come centro della virtù civica con la quale l'avremmo approcciata. La parola 'tolleranza', se la cercate su un dizionario, connota concessione, indulgenza e durevolezza. Nel contesto medico dal quale deriva, riguarda la prova dei limiti di prosperità in un ambiente sfavorevole. La tolleranza non è davvero una virtù esistente; è più un'ascesa cerebrale. Ed è troppo cerebrale per animare le viscere e i cuori e l'atteggiamento quando il percorso diventa accidentato. E in questo momento il percorso è piuttosto accidentato. Credo che, forse, senza essere in grado di dargli un nome, stiamo facendo esperienza collettiva del fatto che siamo arrivati dove potevamo con la tolleranza come unica virtù guida.
La compassione è un degno successore. E' organica, attraverso le nostre tradizioni religiose, spirituali ed etiche, e ciononostante le trascende. La compassione è un vocabolo che ci può cambiare se la lasciamo affondare veramente negli standard attraverso i quali reggiamo noi stessi e gli altri, nei nostri spazi tanto pubblici quanto privati. Quindi cos'è, a livello tridimensionale? Quali sono le parti che la compongono? Cosa c'è nel suo universo di virtù connesse? Per iniziare in modo semplice, voglio dire che compassione è generosità. 'Generosità' potrebbe suonare come una parola molto blanda, e subisce facilmente i suoi abbondanti cliché. Ma la generosità è un sotto-prodotto quotidiano di tutte le grandi virtù. Ed è una forma più edificante di gratificazione istantanea.
La compassione è anche curiosità. La compassione coltiva e pratica la curiosità. Amo una frase che mi è stata detta una volta da due giovani donne che sono innovatrici interconfessionali a Los Angeles, Aziza Hasan e Malka Fenyvesi. Stanno lavorando per creare una nuova immaginazione di vita condivisa tra giovani ebrei e musulmani. E, mentre lo fanno, coltivano ciò che chiamano "curiosità senza appropriazione". Beh, quello sarà un terreno fertile per la compassione.
Compassione può essere sinonimo di empatia. Si può unire al duro lavoro del perdono e della riconciliazione, ma può anche esprimersi nel semplice atto della presenza. E' collegata a virtù pratiche come generosità e ospitalità e il semplice esserci, il semplice farsi vedere. Credo che la compassione sia spesso collegata alla bellezza. E con ciò intendo una propensione a vedere la bellezza nell'altro, non solo ciò che lo riguarda come per esempio il bisogno di aiuto. Mi piace che i miei partner di conversazione musulmani parlino spesso della bellezza come di un valore morale centrale. E in quella luce, per il religioso, la compassione ci porta anche nel territorio del mistero, incoraggiandoci a vedere non solo la bellezza, ma forse anche a cercare il volto di Dio nel momento della sofferenza nel volto di un estraneo, nel volto dell'altro vibrante religioso.
Non sono sicura di riuscire a mostrarvi a cosa assomiglia la tolleranza, ma posso mostrarvi a cosa assomiglia la compassione, perché è visibile. Quando la vediamo, la riconosciamo e lei cambia il modo in cui pensiamo a ciò che è attuabile, ciò che è possibile. E' così importante quando stiamo comunicando grandi idee, ma specialmente una grande idea spirituale come la compassione, per radicarla mentre la presentiamo agli altri in spazio e tempo e carne e ossa. Il colore e la complessità della vita.
E la compassione richiede fisicità. Ho iniziato a impararlo in modo più vivido da Matthew Sanford. Non credo che lo capirete vedendo questa sua fotografia, ma è paraplegico. E' paralizzato dalla vita in giù dall'età di 13 anni, in seguito a un incidente stradale che ha ucciso il padre e la sorella. Le gambe di Matthew non funzionano, e lui non camminerà mai più, e lui fa esperienza di questo come un 'e' piuttosto che un 'ma'. Lui stesso ne fa esperienza come di una guarigione. E come insegnante di yoga, porta quell'esperienza agli altri attraverso lo spettro di abilità e disabilità, di salute, malattia e invecchiamento. Lui dice di essere semplicemente a una estremità dello spettro su cui ci troviamo tutti. Adesso sta facendo un lavoro fantastico con i veterani di ritorno da Iraq e Afghanistan. E Matthew ha fatto questa notevole osservazione che voglio offrirvi e condividere. Non riesco bene a spiegarlo, e nemmeno lui. Ma lui dice che deve ancora fare esperienza di qualcuno che è diventato più consapevole del proprio corpo, in tutta la sua fragilità e la sua grazia, senza, allo stesso tempo, diventare più compassionevole verso tutti gli aspetti della vita.
La compassione ha anche questo aspetto. Questo è Jean Vanier. Jean Vanier ha aiutato a fondare le comunità L'Arche, che ora si trovano in tutto il mondo, comunità centrate sulla vita di persone con disabilità mentali, principalmente sindrome di Down. Le comunità fondate da Jean Vanier, come lo stesso Jean Vanier, trasudano tenerezza. 'Tenero' è un'altra parola sulla quale vorrei spendere dell'altro tempo. In questa cultura passiamo così tanto tempo ad essere impulsivi e aggressivi, e anche io ho passato molto tempo agendo così. La compassione può avere anche queste qualità. Ma, ripeto, la compassione vissuta ci riporta alla saggezza della tenerezza. Jean Vanier dice che il suo lavoro, come il lavoro degli altri - la sua grande, amata, compianta amica Madre Teresa - in origine non riguarda mai il cambiamento del mondo: in origine riguarda il cambiamento di noi stessi. Dice che quello che fanno con L'Arche non è una soluzione, ma un segno. La compassione raramente è una soluzione, ma è sempre un segno di una realtà più profonda, di possibilità umane più profonde.
E la compassione viene scatenata in cerchi via via sempre più ampi da segni e storie, mai da statistiche e strategie. Abbiamo bisogno anche di quelle, ma stiamo anche andando verso i loro limiti. E nello stesso momento in cui facciamo questo, credo stiamo riscoprendo il potere della storia, che come esseri umani, abbiamo bisogno di storie per sopravvivere, per prosperare, per cambiare. Le nostre tradizioni l'hanno sempre saputo, ed ecco perché nel loro cuore hanno sempre coltivato delle storie e le hanno portate avanti nel tempo per noi. C'è, certamente, una storia dietro il desiderio chiave morale e il comandamento del giudaismo di riparare il mondo - tikkun olam.
E non dimenticherò mai di aver sentito quella storia dalla Dott.ssa Rachel Naomi Remen, che l'ha raccontata a me come suo nonno ha fatto con lei, che al principio della Creazione successe qualcosa e la luce originale dell'universo si frantumò in milioni di pezzi. Si conficcarono come schegge dentro ogni aspetto della Creazione. E la più grande vocazione umana è cercare questa luce, indicarla quando la si vede, rimetterla insieme, e nel fare ciò, aggiustare il mondo. Potrebbe suonare come un racconto fantasioso. Alcuni dei miei colleghi giornalisti potrebbero interpretarlo in questo modo. Rachel Naomi Remen dice che questa è una storia importante e potente per i nostri tempi, perché questa storia insiste sul fatto che ognuno di noi, per quanto possa sentirsi fragile, imperfetto, o inadeguato, ha esattamente ciò che serve per aiutare a riparare la parte del mondo che possiamo vedere e toccare.
Storie come questa, segni come questi, sono strumenti pratici in un mondo che desidera portare compassione ad abbondanti immagini di sofferenza che altrimenti tenderebbero a sopraffarci. Rachel Naomi Remen sta davvero riportando la compassione al suo giusto posto a fianco della scienza, nel suo campo della medicina e nell'addestramento di nuovi medici. E la direzione in cui Rachel Naomi Remen sta andando, il modo in cui queste virtù stanno trovando un posto nel vocabolario medico, il lavoro che sta facendo Fred Luskin, credo che sia uno degli sviluppi più affascinanti del Ventunesimo secolo. Quella scienza, infatti, sta portando una virtù come la compassione, definitivamente al di fuori del regno dell'idealismo. Questo cambierà la scienza, credo, e cambierà la religione.
Ma c'è un volto della scienza del Ventesimo secolo che potrebbe sorprendervi in una discussione sulla compassione. Conosciamo tutti l'Albert Einstein che ha scoperto che E = mc2. Non sentiamo parlare molto dell'Einstein che ha invitato la cantante d'opera afroamericana, Marian Anderson, ad alloggiare a casa sua quando venne per cantare a Princeton, dato che il migliore hotel del posto selezionava in base all'etnia e non l'avrebbe ospitata. Non sentiamo parlare dell'Einstein che ha usato la sua celebrità per difendere i prigionieri politici in Europa o i ragazzi di Scottsboro nel Sud dell'America.
Einstein credeva profondamente che la scienza dovesse trascendere le divisioni nazionali ed etniche. Ma guardava fisici e chimici diventare fornitori di armi di distruzione di massa all'inizio del Ventesimo secolo. Una volta disse che la scienza della sua generazione era diventata come la lama di un rasoio nelle mani di un bambino di tre anni. Ed Einstein aveva previsto che, mentre diventavamo più moderni e tecnologicamente avanzati, avevamo bisogno delle virtù che le nostre tradizioni avevano portato avanti nel tempo di più, e non di meno. Gli piaceva parlare dei geni spirituali dell'epoca passata. Alcuni tra i suoi preferiti erano Mosè, Gesù, Buddha, San Francesco d'Assisi, Gandhi. Adorava il suo coevo Gandhi. Einstein ha detto, e credo che sia una citazione, che, ancora, non è stata tramandata nel suo lascito, che "questo tipo di persone sono geni nell'arte di vivere, più necessari alla dignità, alla sicurezza e alla gioia dell'umanità degli scopritori delle conoscenze oggettive".
Ora, evocare Einstein potrebbe non sembrare il modo migliore per riportare la compassione sulla terra e farla sembrare accessibile al resto di noi, ma in effetti lo è. Voglio mostrarvi il resto di questa fotografia, perché questa fotografia è analoga a ciò che facciamo, nella nostra cultura, alla parola 'compassione'. La ripuliamo e ne diminuiamo la profondità e l'imprimitura nella vita, che è confusionaria. Quindi in questa foto si vede una mente che guarda fuori da una finestra quella che potrebbe essere una cattedrale. Ma non lo è. Questa è la foto completa, e si vede un uomo di mezza età con indosso una giacca di pelle, che fuma un sigaro. E, da come appare la sua pancia, non ha fatto abbastanza yoga. Abbiamo affiancato queste due foto nel nostro sito web, e qualcuno ha detto: "Quando guardo la prima foto, mi chiedo a cosa stava pensando. Quando guardo la seconda mi chiedo che tipo di persona fosse, che tipo di uomo è questo".
Beh, era complicato. Era incredibilmente compassionevole in alcune relazioni e terribilmente inadeguato in altre. E spesso è molto più difficile essere compassionevoli verso chi ci sta più vicino, che è un altra qualità nell'universo della compassione, nel suo lato oscuro, che merita comunque la nostra seria attenzione e illuminazione. Anche Gandhi era un vero essere umano imperfetto. E così anche martin Luther King. E Dorothy Day. Anche Madre Teresa. E anche noi. Voglio dire che questa cosa è liberatoria per capire che non c'è ostacolo alla compassione, seguendo ciò che ha detto Fred Luskin, che queste imperfezioni ci rendono umani.
La nostra cultura è ossessionata dalla perfezione e dai problemi nascosti. Ma quanto è liberatorio capire che i nostri problemi, in effetti, sono probabilmente la nostra più grande risorsa per far risorgere la virtù finale della compassione, verso la conduzione della compassione, verso la sofferenza e le gioie degli altri. Rachel Naomi Remen è un medico migliore grazie alla sua lunga battaglia contro la malattia di Crohn. Einstein è diventato un umanitario non per la sua squisita conoscenza di spazio, tempo e materia, ma perché era ebreo mentre la Germania diventava fascista. E Karen Armstrong, credo direste anche che è stata una delle vostre esperienze più dolorose in una vita religiosa che, con uno zigzag, ha portato alla Charter for Compassion. La compassione non si può ridurre alla santità tanto quanto alla pietà.
Quindi voglio proporre una definizione finale per la compassione. Questi sono Einstein e Paul Robeson. Per noi significherebbe chiamare la compassione tecnologia spirituale. Le nostre tradizioni ora contengono vasta conoscenza di questo, e ne abbiamo bisogno per poterla estrarre per noi. Ma la compassione è anche uguaglianza a casa nel laico, così come nel religioso.
Quindi, in chiusura, parafraserò Einstein e dirò che l'umanità, il futuro dell'umanità, ha bisogno di questa tecnologia tanto quanto ha bisogno di tutte le altre che ci hanno connesso e posto davanti la terrificante e meravigliosa possibilità di diventare davvero una razza umana.
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Il termine 'compassione', di solito riservato ai santi o agli strappa lacrime, ha perso il contatto con la realtà. Allo speciale TEDPrize@UN, la giornalista Krista Tippett decostruisce il significato di compassione attraverso varie storie commoventi, e propone per il mondo una definizione nuova, e più raggiungibile.
Krista Tippett hosts the national public radio program "On Being" (formerly "Speaking of Faith"), which takes up the great animating questions of human life: What does it mean to be human? And how do we want to live? Full bio »
Translated into Italian by Maria Gitto
Reviewed by Alessandra Pinchetti
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21:28 Posted: Mar 2008
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18:07 Posted: Oct 2008
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16:47 Posted: Oct 2008
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