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Ok. Bene, abbiamo ascoltato molti oratori parlare, durante questa conferenza, del potere della mente umana. Ciò che vorrei fare oggi è portarvi un vivido esempio di come quel potere si possa scatenare quando qualcuno affronta condizioni di sopravvivenza estrema, e come la volontà di sopravvivere concorra a scatenarlo. Questo è un disastro accaduto sul Monte Everest. E' stata la peggiore tragedia nella storia dell'Everest. E quando è successo, io ero l'unico medico presente sulla montagna. La ripercorreremo insieme e vedremo cosa succede quando, a tutti gli effetti, la volontà di sopravvivere entra in azione.
Ok. Questo è il Monte Everest. E' alto 8872 metri. Io ci sono stato sei volte, quattro delle quali lavorando con National Geographic, per misurare la placca tettonica. Due volte ci sono andato con la NASA, per operazioni di telerilevamento. Fu durante la mia quarta spedizione sull'Everest che la cometa Hyakutake passò sopra la montagna. Gli sherpa allora ci dissero che era un bruttissimo presagio, e noi avremmo dovuto ascoltarli. L'Everest è un ambiente estremo. In cima c'è solo un terzo dell'ossigeno che c'è al livello del mare. Nei pressi della cima, le temperature possono scendere fino a 40 gradi sotto zero. I venti possono soffiare dai 30 ai 60 km all'ora. L'impatto del vento sulla temperatura dell'aria la rende più bassa di quella di un giorno estivo su Marte. Ricordo un episodio in cui, arrivati nei pressi della cima, infilai la mano nel piumino d'oca per prendere la bottiglia dell'acqua, all'interno del piumino, per scoprire che l'acqua era già diventata un blocco di ghiaccio solido. Questo vi da' l'idea di quanto severe siano le condizioni nei pressi della cima.
Ok. Questo è il percorso per scalare l'Everest. Si parte dal campo base, a 5.300 metri. Il primo campo si trova circa 600 metri più in alto, Il secondo campo è altri 600 m più in alto ed è detto Western Cwm. Il terzo campo è situtato alla base del Lhotse, la quarta montagna più alta al mondo, e comunque adombrata dall'Everest. Il quarto campo è il più alto. Si trova a 1000 metri dalla cima. Questa è una vista del campo base. Questa è piantata su un ghiacciaio a 5.300 metri. E' il punto più alto al quale gli yak possono arrivare prima di dover scaricare. E questo è quello che hanno scaricato per me: quattro yak hanno portato tutta la mia attrezzatura medica, sistemata poi in una tenda. E qui io sto cercando di organizzare le cose.
Questa è la nostra spedizione, una spedizione del National Geographic, ma organizzata dall'Explorers Club. Sulla montagna c'erano altre tre spedizioni, una americana, una neozelandese, e un gruppo dell'IMAX. E dopo due interi mesi di preparazione montammo i nostri campi su per la montagna.
Questa è un'immagine presa dal basso della cascata di ghiaccio. I primi 600 metri della salita partendo dal campo base. Questa è una foto dentro la cascata di ghiaccio. Si tratta di una cascata, congelata, che però si muove lentamente e in effetti muta ogni giorno. Quando sei dentro, sei come un topo in un labirinto; non riesci neanche a vedere davanti al tuo naso. Questa è vicino alla cima della cascata. La devi scalare durante la notte, quando il ghiaccio è solido, in modo da ridurre le possibilità che ti crolli addosso. Ecco alcuni alpinisti che raggiungono la cima della cascata all'alba. Questo sono io mentre attraverso un crepaccio. Li attraversiamo su scale di alluminio legati a funi di sicurezza. Quello è un altro crepaccio. Alcuni crepacci sono profondi più di dieci piani, e uno dei miei compagni dice che la ragione per cui li attraversiamo di notte è che, se dovessimo vedere il fondo di quello che stiamo attraversando, non lo faremmo mai.
Ok. Questo è il primo campo. E' la prima zona piatta che si può raggiungere dopo essere arrivati in cima alla cascata. E da qui saliamo al secondo campo, che è più o meno in primo piano. Qui ci sono alcuni alpinisti che salgono la facciata del Lhotse, la montagna verso il terzo campo. Qui sono attaccati a delle funi. Cadere qui, se non avessi le funi significherebbe precipitare di 1.500 metri. Questa è un'immagine dal campo numero tre. Potete vedere il profilo della facciata del Lhotse. Ha un'angolazione di circa 45 gradi. Ci vogliono due giorni per arrampicarsi. Quindi si piantano le tende a metà percorso.
Notate che la cima dell'Everest è nera. Non c'è ghiaccio. Accade perché l'Everest è talmente alto da trovarsi dentro la Corrente a Getto, con i venti che soffiano costantemente sulla facciata impedendo qualsiasi accumulo di neve. Quella che sembra una nuvola dietro la cresta sulla cima è in realtà neve che viene spazzata via verso l'alto.
Questa fu scattata sul percorso dal campo tre al campo quattro mentre ci avviciniamo, in mezzo alle nuvole. E questo è il quarto campo. Una volta raggiunto il campo quattro, hai forse 24 ore per decidere se vuoi arrivare in cima o no. Tutti hanno l'ossigeno. Le scorte sono limitate, quindi devi andare su, oppure scendere, e prendere la decisione molto in fretta. Questo nella foto è Rob Hall. Era il capo spedizione del gruppo neozelandese. Questa è la radio che ha usato per chiamare la moglie. Più avanti vi parlerò di questa radio. Qui ci sono alcuni scalatori in attesa di partire per la cima. Sono al campo quattro, e potete vedere il vento che soffia sulla cima. Questo non è il tempo adatto a una salita, quindi gli scalatori stanno aspettando nella speranza che il vento si calmi. In effetti, il vento si calma di notte. Diventa molto tranquillo. Non c'è un alito di vento. Questa sembra una buona opportunità per partire verso la cima. Infatti qui vediamo alcuni alpinisti in partenza per la cima su quella che chiamiamo la facciata triangolare. E' la prima parte della salita. Si fa al buio perché in realtà è meno ripida di quello che viene dopo, e permette di guadagnare ore di luce se la si fa di notte.
Ed ecco quello che è accaduto. Gli scalatori raggiunsero la cresta sud-orientale. Questa è la vista della cresta sud-orientale. La cima sarebbe in primo piano. Da qui, sono circa 500 metri in salita, ad un'angolazione di 30 gradi, fino alla cima. Ma ciò che accadde quell'anno fu un improvviso ed inatteso sollevarsi del vento. Arrivò una tempesta che nessuno aveva previsto. Vedete qui la violenza dei venti che spazza via la neve dalla cima della montagna. E su quella cresta c'erano alcuni degli alpinisti.
Questo sono io nella stessa zona in una foto di un anno prima, vedete che ho una maschera ad ossigeno con un rebreather. Ho un tubo per l'ossigeno collegato qui. Come vedete su questo scalatore, abbiamo due bombole di ossigeno nello zaino, sono piccole bombole in titanio, di peso molto ridotto. E non portiamo praticamente nient'altro. Questo è tutto quel che hai. Sei molto esposto sulla cresta della cima.
Ok. Questa è una foto fatta sulla cresta della cima vera e propria. Questa è sul percorso verso la cima su quel ponte di 500 metri. Tutti stanno salendo senza funi e lo fanno perché il precipizio è talmente a picco su entrambi i versanti che se una fune ti attaccasse a qualcuno finiresti per tirarli giù insieme a te. Quindi ogni membro del gruppo sale individualmente. Non è assolutamente un percorso lineare. E' una scalata molto difficile, E c'è sempre il rischio di cadere da un versante o dall'altro. Se precipiti a sinistra, fai un volo di più di 2500 metri nel Nepal. Se precipiti a destra fai un volo di 4000 metri nel Tibet. Quindi è forse meglio precipitare in Tibet almeno si vive più a lungo. (Risate) In ogni caso, precipiti per il resto della tua vita.
Ok. Quegli scalatori erano vicini alla cima, lungo quella cresta che vedete qui in alto e io mi trovavo qui al campo tre. La mia spedizione era giù al campo tre mentre loro erano in cima dentro la tempesta. La tempesta era talmente potente che dovevamo sdraiarci, completamente vestiti ed equipaggiati sul pavimento della tenda per impedire che il vento la spazzasse via dalla montagna. Era il vento peggiore che avessi mai visto. E gli scalatori, là sulla cresta si trovavano a 600 metri più in alto completamente esposti alla furia degli elementi. Noi eravamo in contatto radio con alcuni di loro.
Questa è un'immagine scattata lungo la cresta della cima. Rob Hall, sentimmo via radio era qui, in questo punto della tempesta insieme a Doug Hansen. Ci dissero che Rob stava bene ma che Doug era troppo debole per scendere. Era esausto e Rob era rimasto insieme a lui. Ricevemmo anche brutte notizie dalla tempesta, Beck Weathers, un altro alpinista, era crollato nella neve ed era morto. C'erano ancora 18 alpinisti delle cui condizioni non avevamo notizie. Erano dispersi. Sulla montagna regnava il caos totale. Ogni storia era confusa, la maggior parte in conflitto tra di loro. Non avevamo idea di quello che stava accadendo nella tempesta. Cercavamo di proteggerci dentro le nostre tende al campo tre.
I nostri scalatori più forti, Todd Burleson e Pete Athans, decisero di provare a salire per salvare quelli che potevano nonostante la tempesta stesse infuriando. Provarono a contattare via radio Rob Hall uno degli scalatori migliori bloccato, in un certo senso, insieme a uno più debole nei pressi della cima. Mi aspettavo che dicessero a Rob "Tieni duro. Stiamo arrivando". Invece ciò che gli dissero fu "Lascia Doug e scendi da solo. Non ci sono possibilità di salvarlo, per cui, a questo punto, cerca di salvare te stesso". Rob ricevette quel messaggio, ma la sua risposta fu: "Vi stiamo ascoltando tutti e due". Todd e Pete raggiunsero la cresta della cima, qui, e vi trovarono uno scenario di caos assoluto. Ma fecero il possibile per stabilizzare le persone. Dal campo tre io li guidavo via radio e aiutammo a scendere quelli che riuscivano a farcela con le proprie forze. Quelli che non riuscivano, decidemmo di lasciarli al campo quattro. Ecco, gli scalatori scendevano lungo questo percorso.
Questa è presa dal campo tre, dove mi trovavo io. E vennero tutti da me per farsi dare un'occhiata e capire cosa potessi fare per loro, anche se non era molto perché il campo tre è un piccolo incavo scavato nel ghiaccio nel centro di un angolo di 45 gradi. Riesci a malapena a stare in piedi nella tenda. Fa veramente freddo. Si trova a 8000 metri. L'unica attrezzatura a mia disposizione a quell'altitudine erano due sacchetti di plastica con siringhe di antidolorifici e steroidi pronte all'uso.
Man mano che gli scalatori arrivavano da me controllavo le loro condizioni per capire se fossero in condizione di proseguire nella discesa. Quelli che non erano del tutto lucidi o con problemi di coordinazione ricevevano un'iniezione di steroidi per poter recuperare un certo periodo di lucidità e coordinazione e poter proseguire il percorso giù dalla montagna. A volte è molto strano lavorare lassù. Le iniezioni le facevo attraverso gli strati di indumenti. E' troppo difficile destreggiarsi in un'altra maniera lassù.
Mentre mi stavo occupando di loro ricevemmo ulteriori notizie su Rob Hall. Non c'era modo di poter salire abbastanza in alto per poterlo recuperare. Ci chiamò per dirci che era rimasto solo. Apparentemente, Doug era morto, più in alto sulla montagna. Ma ora Rob era troppo debole per poter scendere da solo, e con la furia dei venti che si scatenava a quell'altezza non c'era possibilità di recuperarlo e lui lo sapeva. A quel punto, ci chiese di metterlo in collegamento con sua moglie. Lui aveva una radio. Sua moglie era a casa, in Nuova Zelanda, incinta di sette mesi con il loro primo figlio. E Rob ci chiese di poter parlare con lei. E così facemmo. Per Rob e sua moglie quella fu l'ultima conversazione. Scelsero il nome per il bambino. Poi Rob chiuse la comunicazione, e anche per noi quella fu l'ultima volta che lo sentimmo.
Io dovevo affrontare molti pazienti in condizioni critiche a 8000 metri, cosa praticamente impossibile. Quindi decidemmo di far scendere le vittime a 7000 metri, dove per me era più facile curarle. Questo era il mio kit medico. E' una scatola per gli attrezzi piena di materiale medico. Questo è ciò che portai sulla montagna. Più in basso avevo altro materiale, che chiesi mi venisse portato su al campo inferiore. E questo era lo scenario del campo inferiore.
I sopravvissuti entravano uno alla volta. Alcuni erano in ipotermia, altri davano segnali di congelamento, alcuni presentavano entrambi. Cercammo di riscaldarli in tutti i modi possibili, davamo loro maschere ad ossigeno e cercavamo di rianimarli, cosa difficile da fare a 7000 metri, quando la tenda stessa è congelata. Qui vedete un forte congelamento ai piedi, forte congelamento al naso. Lui era stato accecato dalla neve.
Mentre mi stavo prendendo cura di loro vivemmo un'esperienza sconvolgente. Dal nulla, Beck Weathers, che ci avevano già comunicato essere morto, si infilò nella tenda, e vi entrò muovendosi proprio come una mummia. Mi aspettavo di trovarlo incoerente, invece, entrando in tenda mi disse: "Hey, Ken. Dove mi siedo"? E poi disse: "Accetti la mia assicurazione sanitaria"? (Risate) Lo disse veramente. (Risate) Era completamente lucido, ma dava forti segnali di congelamento. Vedete la sua mano, è completamente bianca, e il volto, il naso, è bruciato. Inizialmente diventa bianco poi, quando la necrosi è totale, diventa nero, e si stacca. E' l'ultimo stadio, proprio come una cicatrice.
Intanto che mi prendevo cura di Beck lui mi raccontava quello che era successo in cima. Disse di essersi perso nella tempesta, di essere crollato nella neve e di essere rimasto là incapace di qualsiasi movimento. Alcuni alpinisti, avvicinatisi a lui, l'avevano guardato e lui li aveva sentiti dire: "E' morto". Ma Beck non era morto, li aveva sentiti, ma era totalmente incapace di muoversi. Si trovava in una sorta di stato catatonico, dove era cosciente di ciò che avveniva intorno a sé ma non riusciva nemmeno a sbattere le palpebre per indicare che era vivo. E così gli aplinisti gli passarono di fianco, e Beck giacque in quel modo per un giorno, una notte, e un altro giorno, nella neve. E poi si disse: "Io non voglio morire. Ho una famiglia dalla quale devo tornare". E i pensieri della sua famiglia, dei suoi figli, di sua moglie, generarono abbastanza energia, una motivazione sufficiente per farlo rialzare in piedi. Dopo essere rimasto sdraiato nella neve tutto quel tempo si alzò e ritrovò la via per arrivare al campo. Beck mi raccontò gli eventi in maniera molto tranquilla, ma io rimasi assolutamente sbalordito. Non riuscivo a immaginare qualcuno sdraiato nella neve per tutto quel tempo che poi riesce a rialzarsi. Sembrava che avesse annullato un'ipotermia irreversibile. E io posso solo speculare su come l'abbia fatto.
E se avessimo collegato Beck ad una scansione SPECT, qualcosa che poteve realmente misurare le funzioni cerebrali? Molto semplicemente, le tre zone del cervello: il lobo frontale, dove si sviluppano l'attenzione e la concentrazione, il lobo temporale, dove si formano le immagini e si immagazzinano i ricordi, e la zona posteriore del cervello, che contiene il cervelletto, che controlla il movimento, e il tronco encefalico, dove si gestiscono le funzioni vitali di base, come il battito cardiaco e la respirazione.
Quindi vediamo il cervello in sezione e immaginiamo che Beck fosse collegato a una scansione SPECT. Questo misura il flusso sanguigno e di conseguenza il flusso di energia al cervello. Qui abbiamo la corteccia prefrontale illuminata in rosso. Questa scansione è distribuita abbastanza uniformemente. Vedete la zona centrale, dove si troverebbe il lobro temporale, qui, e la porzione posteriore, dove si trovano le funzioni vitali, sul retro.
Questa è una scansione abbastanza tipica che mostra una distribuzione di energia uniforme. Ora, passiamo a questa e vediamo quanto siano più illuminati i lobi frontali. Questo potrebbe essere ciò che ha provato Beck quando ha capito di essere in pericolo. Sta concentrando la propria attenzione su come tirarsi fuori dai guai. Queste zone del cervello si stanno calmando. A questo punto non sta pensando alla sua famiglia né a nessun altro, e sta facendo un grande sforzo. Sta cercando di mettere in movimento i muscoli e di tirarsi fuori di là. Ok. Ma qui sta perdendo terreno. Sta esaurendo le proprie energie. Fa troppo freddo. Non riesce a tenere accese le fiamme metaboliche. E, vedete, non c'è più rosso qui. Il suo cervello si sta calmando. Qui è crollato nella neve. Tutto è tranquillo. C'è pochissimo rosso. Beck sta disperdendo energia. Sta morendo.
Passiamo alla scansione successiva, ma, nel caso di Beck, vedete che la zona centrale del cervello sta ricominciando a illuminarsi. Beck sta iniziando a pensare alla sua famiglia. Sta iniziando a formare delle immagini che gli danno la motivazione per rialzarsi. Sta sviluppando energia in quest'area attraverso il pensiero. E questo è come trasformerà il pensiero in azione. Questa parte del cervello è detta corteccia cingolata anteriore. Si tratta di una zona nella quale molti neuroscienziati credono si trovi la sede della volontà. E' qui che si prendono le decisioni, dove si sviluppa la forza di volontà. E vedete che c'è un flusso di energia che va dalla porzione centrale del suo cervello, dove si trovano le immagini della sua famiglia, fino a questa zona, che alimenta la sua volontà.
Ok. Sta diventando sempre più potente, fino al punto in cui diventa realmente il fattore che gli da' la motivazione. Sta sviluppando abbastanza energia in questa zona, dopo un giorno, una notte, e un giorno, da riuscire a motivare se stesso a rialzarsi. E potete vedere qui, che sta iniziando ad avere più energia nel lobo frontale. Sta cominciando a focalizzare. Ora riesce a concentrarsi. Sta pensando a cosa deve fare per salvarsi. Quindi questa energia è stata trasmessa verso l'alto, verso la zona frontale del suo cervello, mentre si sta calmando quaggiù, ma lui sta usando questa energia per pensare a quello che deve fare per rimettersi in movimento. e poi, quell'energia si spande attraverso le zone del pensiero. Sta pensando alla famiglia adesso, e si sta motivando. Questa è la zona posteriore, dove i suoi muscoli si muoveranno, e dove lui stabilirà il ritmo. Il cuore e i polmoni riprenderanno velocità. Quindi questo è ciò che io posso supporre avremmo visto se avessimo avuto la possibilità di collegare Beck a una SPECT durante l'epopea della sua sopravvivenza.
E qui ci sono io che mi prendo cura di Beck a 7000 metri ma ho la sensazione che sia tutto inisgnificante rispetto a quello che lui ha fatto per se stesso. Dimostra quello che il potere della mente può fare. Lui era in condizioni critiche. Altri pazienti erano in condizioni critiche. Fortunatamente riuscimmo a far arrivare un elicottero che li portò tutti in salvo. Un elicottero arrivò a 7000 metri risultando nel più alto salvataggio in elicottero della storia. Riuscì ad atterrare sul ghiaccio, portare in salvo Back e gli altri sopravvissuti, uno per uno, trasportandoli in una clinica di Kathmandu ancora prima che noi raggiungessimo il campo base.
Questa è una scena al campo base, in uno dei campi in cui alcuni scalatori hanno perso la vita. Celebrammo un servizio funebre là pochi giorni dopo. Questi sono Sherpa che accendono rami di ginepro. Per loro il fumo di ginepro è sacro. E gli alpinisti, in cerchio, sulle rocce più alte parlarono dei propri compagni perduti in alto, vicino alla cima rivolgendosi verso la montagna per parlare loro direttamente. Cinque scalatori morirono qui. Questo era Scott Fisher, Rob Hall, Andy Harris, Doug Hansen, e Yasuko Namba. E un altro alpinista sarebbe dovuto morire, ma non fu così, e quello è Beck Weathers. Lui è riuscito a sopravvivere perché è stato in grado di sviluppare un'incredibile forza di volontà, è riuscito a utilizzare tutto il potere della propria mente per salvare se stesso.
Queste sono bandiere di preghiera tibetane. Questi Sherpa dicono che se scrivi le tue preghiere su queste bandiere, il messaggio verrà portato agli dei, e quell'anno il messaggio di Beck ricevette una risposta.
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Quando il peggior disastro nella storia delle scalate al Monte Everest ha luogo, Ken Kamler è l'unico medico presente sulla montagna. A TEDMED Kamler racconta l'incredibile storia della battaglia degli scalatori contro le condizioni estreme e, attraverso la tecnica del brain imaging (osservazione dell'attività cerebrale), ci mostra le fasi del miracolo della vita per cui uno degli scalatori è sopravvissuto dopo essere rimasto sepolto sotto la neve per ben 36 ore.
Ken Kamler has served as doctor on some of the world’s most daring expeditions, but also performs delicate microsurgery when at home in New York. Full bio »
Translated into Italian by Elena Montrasio
Reviewed by Alberto Pagani
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The [Everest] climbers passed him by, and Beck lay there for a day, a night and another day, in the snow. Then he said to himself, ‘I don’t want to die. I have a family to come back to.’ The thoughts of his family, his kids and his wife, generated enough energy, enough motivation in him, so that he actually got up.” (Ken Kamler)
16:48 Posted: Feb 2009
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18:03 Posted: Oct 2006
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17:43 Posted: Jun 2007
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