Sulla mia scrivania nel mio ufficio, ho un piccolo vaso di argilla che feci quando ero al college. È di raku, un tipo di ceramica che si cominciò a lavorare in Giappone centinaia di anni fa per creare delle ciotole per il rituale del tè in giappone. Questo ha più di 400 anni. Ognuno è stato scolpito a partire da una sfera di argilla, ed erano le imperfezioni ad essere apprezzate dalla gente.
Le tazze che si usano ogni giorno, come questa, impiegano dalle 8 alle 10 ore per essere cotte. L'ho tirata fuori dal forno la settimana scorsa, e il forno stesso impiega un altro giorno o due per raffreddarsi, ma il raku è molto veloce. Viene lavorato all'aperto: si porta il forno a temperatura, in 15 minuti arriva a 1.500 gradi, e non appena lo smalto si scioglie all'interno, si può notare una lieve lucentezza, si spegne il forno. Si prendono queste lunghe pinze di metallo, sitira fuori il vaso, e in Giappone, questo vaso ardente viene immerso in una soluzione di tè verde, e potete quindi immaginare il profumo di quel vapore. Ma qui negli Stati Uniti, accelleriamo un po' il processo, e mettiamo i vasi nella segatura, che si incendia. Poi si prende un bidone per la spazzatura e lo si mette sopra, e il fumo si riversa fuori. Tornavo a casa con i vestiti che puzzavano di legna bruciata.
Adoro il raku perché mi permette di essere creativa con gli elementi. Posso modellare un vaso dall'argilla scegliendone la vernice, ma poi devo lasciarlo nelle mani del fuoco e del fumo, e quel che è più meraviglioso sono le sorprese che si verificano, come questo motivo a crepe. La sollecitazione sui materiali è grande, i vasi passano dai 1.500 gradi alla temperatura ambiente nel giro di un minuto.
Il raku è una meravigliosa metafora del processo creativo. Riscontro in tante cose la tensione tra ciò che posso controllare e ciò che invece non posso controllare, che io stia creando un nuovo programma radiofonico, o che sia a casa alle prese con i miei figli adolescenti.
Quando mi misi a scrivere un libro sulla creatività, capii che i passaggi erano invertiti. Avrei dovuto mollare la presa sin dall'inizio, e mi sarei dovuta immergere nelle storie di centinaia di artisti, scrittori, musicisti, registi, e mentre ascoltavo queste storie, mi resi conto che la creatività cresce attraverso l'esperienza di tutti i giorni più spesso di quanto possiate immaginare, anche mollando la presa. Si sarebbe dovuto rompere, ma va bene. (Risate) Fa parte del processo, a volte succede e a volte no, perché la creatività cresce anche dai cocci rotti.
Il modo migliore per imparare qualunque cosa è attraverso le storie, e così voglio raccontarvi una storia sul lavoro e sul gioco, e su quattro aspetti della vita che dobbiamo adottare affinchè la nostra creatività possa fiorire. La prima cosa da capire è qualcosa che noi crediamo essere facile, ma che invece sta diventando sempre più difficile e cioè fare attenzione al mondo che ci circonda. Così tanti artisti parlano della necessità di essere aperti, per abbracciare l'esperienza, e questo è difficile quando si ha il telefonino in tasca che attira tutta la vostra attenzione.
La regista Mira Nair parla di come si cresce in una piccola città in India. Il suo nome è Bhubaneswar ed ecco una foto dei templi nella sua città.
Mira Nair: "In questa piccola città vi erano circa 2000 templi. Giocavamo sempre a cricket. Siamo cresciuti tra le macerie. La cosa che più mi ha ispirato, che mi ha condotta su questo cammino, che mi ha fatto diventare regista alla fine, è stato assistere ai teatri popolari che passavano in città e io ci andavo e assistevo a queste grandi battaglie tra il bene e il male, tra due persone in un campo sportivo senza sceneggiatura, ma con un sacco di passione, e anche hashish, era incredibile. Sapete, i racconti di Mahabharata e Ramayana, i due libri sacri, l'epopea che sta all'origine di tutto in India, si dice. Dopo aver visto quel Jatra, il teatro urbano, sapevo di voler salire lì sopra, e recitare."
Julie Burstein: Non è una storia meravigliosa? Si può vedere questa spaccatura ogni giorno. Se ne stanno lì su un prato, il bene e il male, e la passione e l'hashish. E Mira Nair era una giovane ragazza che assisteva a questa performance con migliaia di altre persone, ma lei era pronta. Era pronta ad aprirsi a ciò che provava, e tutto questo la portò, come ha detto, ad essere una regista blasonata. Quindi la prima cosa da fare è aprirsi a quelle esperienze che potrebbero farci cambiare.
Gli artisti parlano anche di come alcuni dei loro lavori più efficaci vengono fuori proprio durante uno dei periodi più difficili della loro vita. Lo scrittore Richard Ford parla di una sfida dell'infanzia che continua ad essere un qualcosa che affronta ogni giorno. È gravemente dislessico.
Richard Ford: Ero lento nell'imparare a leggere, andai avanti così fino alla scuola non riuscendo a leggere più del minimo richiesto, e ancora oggi non riesco a leggere in silenzio più velocemente di quanto possa farlo ad alta voce, ma per me c'erano molti benefici nell'essere dislessico perché quando finalmente mi resi conto di quanto dovevo farlo lentamente, allora cominciai lentamente ad apprezzare tutte le qualità del linguaggio e delle frasi che non sono solamente aspetti cognitivi: la sincope, i suoni delle parole, l'aspetto delle parole, dove termina il paragrafo, dove si interrompe il rigo. Non ero così gravemente dislessico a tal punto dall'essere incapace di leggere. Dovevo solamente farlo molto lentamente, soffermandomi su quelle frasi, e leggendole molto attentamente ho fatto tesoro di questi altri aspetti del linguaggio, il che credo mi abbia aiutato a scrivere le frasi.
JB: Sono parole potenti. Richard Ford, che ha vinto il premio Pulitzer, sostiene che la dislessia lo aiuta a scrivere. Ha dovuto affrontare questa sfida, e uso quella parola intenzionalmente. Non doveva sconfiggere la dislessia. Ma doveva trarne un insegnamento. Doveva imparare ad ascoltare la musicalità del linguaggio.
Gli artisti parlano anche di come si spingono al limite di ciò che riescono a fare, a volte si spingono verso ciò che non sono in grado di fare, ciò li aiuta a concentrarsi a trovare la propria voce. Lo scultore Richard Serra parla di come, da giovane, credeva di essere un pittore. Ha vissuto a Firenze dopo il diploma e mentre era lì, andò in viaggio a Madrid, visitò il museo del Prado per vedere questo quadro di Diego Velazquez, un pittore spagnolo. È del 1656, e si chiama "Las Meninas", si tratta di un'immagine in cui vi è una piccola principessa con la sua dama di compagnia, e se guardate sopra la spalla della bionda principessa, vedrete uno specchio, e riflessi in quello specchio ci sono i suoi genitori, il re e la regina di Spagna, che si trovavano dietro, come voi che guardate la foto. Come era solito fare, Velazquez disegnò anche sé stesso nel dipinto. È in piedi a sinistra con il pennello in una mano e la sua tavolozza nell'altra.
Richard Serra: Ero lì a guardarlo, e capii che Velazquez mi stava guardando, così pensai: "Sono io il soggetto del dipinto". e anche: "Non sarò mai capace di fare un dipinto così". Ero arrivato al punto di usare un cronometro e disegnare quadrati a caso, e non stavo concludendo nulla. Così mi sbarazzai dei miei dipinti nell'Arno, e pensai di cominciare a divertirmi.
JB: Richard Serra dice tutto questo con una certa nonchalance, potreste non averlo capito. Andò al Prado e vide questo dipinto realizzato da un tizio morto da 300 anni, e si rese conto: "Non posso farlo", e così Richard Serra tornò nel suo studio a Firenze, prese tutte le opere che aveva fatto fino ad allora, e le gettò nel fiume. Richard Serra abbandonò la pittura in quel momento, ma non abbandonò l'arte. Si trasferì a New York, e mise insieme una lista di verbi, arrotolare, piegare, chiudere, ne scrisse più di cento, e come ha detto, cominciò a divertirsi. Fece queste cose con tutti i tipi di materiali. Prendeva un foglio di piombo e lo arrotolava e srotolava. Faceva lo stesso con la gomma, e quando arrivò a "sollevarla" creò questo, che è al Moma. Richard Serra dovette abbandonare la pittura per intraprendere questa esplorazione giocosa che lo portò a svolgere il lavoro per il quale è famoso oggi: enormi curve di acciaio che richiedono il nostro tempo e il nostro movimento per poterle comprender. Con le sculture, Richard Serra è in grado di fare ciò che non gli è riuscito con la pittura. Renderci l'oggetto della sua arte. Quindi l'esperienza, la sfida, le limitazioni, sono tutte cose che dobbiamo comprendere affinchè la creatività fiorisca.
C'è una quarta cosa da comprendere, ed è la più complessa. Si tratta della perdita, la più vecchia e costante delle esperienze umane. Per poter creare, dobbiamo metterci al centro di quello spazio tra ciò che vediamo nel mondo e ciò che speriamo, guardando in faccia il rifiuto, il dolore, la guerra, la morte. È uno spazio difficile in cui rimanere. L'educatore Parker Palmer lo chiama "il vuoto tragico", tragico non perché sia triste, ma perché è inevitabile, e al mio amico Dick Nodel piace dire, "Puoi restare in tensione come una corda di violino e fare qualcosa di meraviglioso."
Quella tensione risuona nel lavoro del fotografo Joel Meyerowitz, che all'inizio della sua carriera era conosciuto per la sua fotografia di strada, per il modo di catturare un momento per la strada, e anche per le sue bellissime fotografie di paesaggi, come la Toscana, Cape Cod, per il modo di catturare la luce. Joel è di New York, e per molti anni il suo studio si trovava a Chelsea, con una vista diretta verso il World Trade Center, e fotografò quei grattacieli sotto ogni tipo di luce. Sapete come continua questa storia. L'11 Settembre Joel non era a New York. Era fuori città, ma tornò in città e si diresse nel posto in cui vi erano le macerie.
Joel Meyerowitz: E come tutti gli altri passanti, io mi trovavo lì tra Chambers e Greenwich, e tutto ciò che riuscivo a vedere era il fumo e un po' di calcinacci, alzai la mia macchina fotografica per dare una sbirciata, alla ricerca di qualcosa da vedere, e un poliziotto, una donna, mi colpì la spalla ordinandomi di non fare foto. Fu come un'esplosione che mi svegliò, come era destino che fosse, credo. E quando le chiesi perché non potevo fare foto, disse, "È una scena del crimine. Non si possono fare foto." E così le chiesi, "E se fossi un membro della stampa?". E lei disse, "Guarda un po' là", e indicò un gruppo di giornalisti messi da parte a un isolato di distanza Allora le chiesi, "Quando li farete passare?" e lei, "Forse mai." Non appena mi allontanai, ebbi un'idea probabilmente per come ero stato trattato, perché era un insulto in un certo modo. Pensai, "Se non si possono fare foto, non ci sarà nessuna documentazione. Abbiamo bisogno di fotografie." E pensai: "Sarò io a documentare tutto. Troverò un modo per passare, perché non voglio vedere sparire questa parte di storia."
JB: Ce la fece. Cercò di farsi rendere favori fatti e alla fine riuscì ad ottenere un pass per il World Trade Center, dove fotografò per nove mesi quasi ogni giorno. Guardando queste foto oggi mi torna in mente l'odore del fumo sui miei vestiti quando tornavo a casa della mia famiglia la sera. Il mio ufficio era a pochi isolati da lì. Ma alcune di queste foto sono bellissime, e ci si chiede se sia stato difficile per Joel Meyerowitz riuscire a tirare fuori tanta bellezza da una tale devastazione.
JM: Beh, si tratta di un qualcosa di brutto, potente, tragico e orribile, ma, come succede in natura, è stato un evento enorme che ha portatato a queste macerie, e come molte altre rovine, ad esempio quelle del Colosseo, oppure di una Cattedrale, assumono un nuovo significato quando guardi il cielo. Vi erano pomeriggi in cui ero laggiù, e la luce diventava rosa, c'era una foschia nell'aria e io me ne stavo sulle macerie, ed ero in grado di riconoscere sia la bellezza intrinseca della natura sia il fatto che la natura, così come il tempo, stia cancellando questa ferita. Il tempo non si può fermare, e trasforma gli eventi. Si allontana sempre di più da quel giiorno, e la luce e le stagioni lo mitigano in un certo senso. E non è che io sia un romantico. Sono un realista. La realtà è che c'è il Woolworth Building in un velo di fumo dal terreno, ma è come se fosse un sipario in un teatro, e sta diventando rosa, e sotto vi sono delle pompe che spruzzano, le luci si accendono per la sera, e l'acqua diventa verde perché le lampade a sodio sono accesee io sono lì a pensare "Dio mio, chi potrebbe mai sognare tutto ciò?" Il fatto è che io sono lì, e devo fare una foto.
JB: Devo fare una foto. Quel senso di urgenza, del bisogno di mettersi al lavoro, è così forte nella storia di Joel. Quando ho visto Joel Meyerowitz recentemente, gli ho detto quanto io abbia ammirato la sua ostinazione appassionata, la sua determinazione nello spingersi oltre il nastro della burocrazia per lavorare, e lui si è messo a ridere, dicendo: "Sono testardo, ma credo che la cosa più importante sia il mio instancabile ottimismo."
La prima volta che raccontai queste storie, un uomo tra il pubblico alzò la mano e disse, "Tutti questi artisti parlano del proprio lavoro, non della propria arte, e ciò mi fa pensare al mio lavoro e a dove si trovi la creatività, e io non sono un artista." Aveva ragione. Tutti lottiamo con l'esperienza e la sfida, con i limiti e le perdite. La creatività è essenziale per tutti quanti, sia che si tratti di scienziati sia di insegnanti, genitori oppure imprenditori.
Vi voglio lasciare con un'altra immagine di una tazza da tè giapponese. Questa si trova alla Freer Gallery a Washington D.C. Ha più di cento anni e si possono ancora vedere le impronte del vasaio. Ma come potete ancora vedere, questa si è rotta ad un certo punto nel corso dei suoi cento anni. Ma la persona che l'ha rimessa insieme, invece di nascondere le crepe, ha deciso di enfatizzarle usando una lacca dorata per ripararla. Questa ciotola è molto più bella adesso che è stata rotta, di quando è stata creata, e possiamo vedere queste spaccature che raccontano la storia che viviamo tutti noi, quella del ciclo della creazione e della distruzione, del controllo e del lasciarsi andare, del raccogliere i cocci e creare un qualcosa di nuovo. Grazie. (Applausi)
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La presentatrice radiofonica Julie Burstein, parla con persone che vivono della loro creatività, e mostra quattro lezioni su come creare nonostante la sfida, la titubanza, e la perdita. Tutto questo attraverso le storie della regista Mira Nair, dello scrittore Richard Ford, dello scultore Richard Serra e del fotografo Joel Meyerowitz.
As a producer, Julie Burstein builds places to talk (brilliantly) about creative work. Her book "Spark: How Creativity Works" shares what she has learned. Full bio »
Translated into Italian by Giacomo Manfreda
Reviewed by Martina Ferrero
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09:26 Posted: Jun 2011
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14:16 Posted: Nov 2008
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22:52 Posted: Apr 2008
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