Bene, oggi vi parlerò del raccogliere storie con modalità non convenzionali. Questa è una mia foto in una fase assai imbarazzante della mia vita. Vi piacerà il pigiama assurdamente stretto, con gli shorts a palloncini. Comunque, era un tempo in cui mi interessavo principalmente a raccogliere storie immaginarie. Ecco, questa è un'immagine di me con uno dei primi acquerelli che ho fatto. Ultimamente sono assai più interessato a raccogliere storie della realtà, ossia storie vere. E per la precisione mi interessa raccogliere le mie storie personali, storie di Internet, e più di recente, storie di vita, che è tutto sommato un'area di lavoro nuova a cui mi sono dedicato di recente. Per cui oggi vi parlerò di ognuna di queste cose. Innanzitutto le mie storie personali. Questi sono due miei quaderni di schizzi. Ne ho parecchi, li ho tenuti negli ultimi otto o nove anni. Mi accompagnano dovunque mi trovi, e li riempio con ogni tipo di cose, annotazioni delle esperienze vissute. Come acquerelli, disegni di ciò che vedo, fiori secchi, insetti morti, talloncini di biglietti, monetine arrugginite, biglietti da visita, scritti. In questi blocchi trovate questi piccoli e brevi scorci di momenti e di esperienze e di persone che incontro. E, sapete, dopo aver tenuto questi blocchi per un certo numero di anni, ho cominciato a interessarmi davvero a collezionare non solo le mie creazioni personali, ma anche quelle di altre persone. Così ho cominciato a raccogliere oggetti trovati. Questa è una foto che ho trovato in un canale di scolo a New York una decina di anni fa. Davanti si vede l'immagine strappata in bianco e nero di un viso di donna e sul retro c'è scritto: "A Judy, la ragazza con la voce di Bill Bailey, divertiti, qualsiasi cosa tu faccia". E mi ha davvero intrigato quest'idea di dare una sbirciata alle vite altrui, piuttosto che conoscerle per intero; conoscere solo un pezzetto della storia e lasciare che la mente completi il resto. E questa idea di lanciare un'occhiata parziale è qualcosa che ritornerà in tanta parte dei lavori che voglio mostrarvi oggi. E insomma, in questo periodo studiavo informatica a Princeton, e osservai che era all'improvviso possibile raccogliere questo genere di oggetti personali non solo agli angoli delle strade ma anche da Internet. E che all'improvviso la gente lasciava in massa valanghe di orme digitali in Rete e raccontava storie di vita privata. post nei blog, fotografie, pensieri, emozioni, opinioni, tutte queste cose la gente le esprimeva online, e ne lasciava traccia. Così ho cominciato a scrivere programmi per computer che studiassero gruppi molto ampi di queste tracce telematiche. Un progetto del genere risale a circa un anno e mezzo fa. Si chiama "Ci sentiamo bene". E' un progetto che raccoglie i nuovi post sui blog di tutto il mondo. ogni due o tre minuti, cercando le ricorrenze delle frasi "provo" e "mi sento". E quando trova una di queste frasi, prende tutte le parole fino al punto cercando anche di individuare le informazioni demografiche dell'autore. Ossia, il sesso, l'età, la collocazione geografica e quali erano le condizioni climatiche quando ha scritto quella frase. Vengono raccolte circa 20.000 frasi al giorno e la cosa va avanti da circa un anno e mezzo, per cui ha raccolto più di un milione e mezzo di stati d'animo ad oggi. Questo è il modo in cui sono visualizzati. Ciascuno di questi punti qui rappresenta alcuni dei sentimenti espressi in inglese nelle ultime ore. Ogni punto è una singola frase scritta da un singolo blogger. E il colore di ciascun punto corrisponde al tipo di sentimento che contiene, così quelli chiari sono felici, quelli scuri tristi. Mentre il diametro di ciascun punto corrisponde alla lunghezza della frase contenuta. Per cui quelli piccoli sono frasi brevi e i più grandi frasi più lunghe. "Mi sento bene nel mio corpo e non c'è davvero nessuna ragione perché io provi ancora disagio accanto al mio ragazzo". Scritto da una ventiduenne giapponese. "L'ho preso a un mercatino locale, ma non ho proprio voglia di stare a impazzire con fili e altra roba". E poi alcuni di questi stati d'animo sono corredati di foto caricate sui blog, e in questi casi vengono creati dei montaggi automatici, che consistono della combinazione di frase e immagine. Ognuno di essi può essere aperto per rivelare la frase che contiene. "Mi sento bene". "Mi sento tosta ora, avrò messo su 100.000 libbre, ma ne è valsa la pena". "Mi piace come hanno saputo preservare tanto di ogni cosa che ti fa sentire vicino alla natura.... farfalle, foreste create dall'uomo, grotte di calcare, e, ehi, persino un grande pitone". Bene. Il prossimo atto si chiama "raggruppamenti". Dà alle cose un aspetto leggermente più statistico. Mostra i sentimenti più comuni al mondo in questo momento. dominati da cose come il meglio, il brutto, il bene, la colpa, ecc... Il clima dà ai sentimenti le caratteristiche fisiche dell'atmosfera che rappresentano. Per cui quelli solari girano, i nuvolosi galleggiano, quelli piovosi precipitano, e quelli nevosi ondeggiano verso il suolo. Si può fermare una goccia di pioggia e aprire il sentimento che contiene. Da ultimo, la collocazione geografica fa muovere i sentimenti al loro posto su una mappa del mondo, dando il senso della loro distribuzione planetaria. Vado a mostrarvi alcuni dei miei montaggi preferiti da "Ci sentiamo bene". Queste sono le immagini che vengono automaticamente costruite. "Mi sento come se fossi parcheggiato storto in un universo parallelo". (Risate) "Ho baciato un sacco di altri ragazzi e non è stato granché, i baci sapevano di casino e di sbagliato, però baciare Luca mi fa stare benissimo, è quasi mistico". "Posso sentire il mio cancro che cresce". "Mi sento carina". "Mi sento pelle e ossa, ma non è così". "Ho ventitré anni, sono un'ex tossica di ero e metadone, e mi sento davvero fortunata ad essere ancora qui". "Non sto nella pelle a vederli correre per la prima volta a Daytona il mese prossimo, perché sento proprio il bisogno di andare veloce". (Risate) "Mi sento impertinente". "Mi sento così sexy con questa parrucca nuova". Come potete vedere, "Ci sentiamo bene" raccoglie storie personali in scala ridottissima. A volte storie non più lunghe di due o tre parole. Al punto da mettere in discussione il concetto stesso di ciò che può considerarsi una storia. Di recente mi sono interessato a scavare un po' più a fondo in una storia. E questo mi ha portato a lavorare un po' con il mondo reale, invece che con Internet, e a usare Internet solo alla fine, come strumento di presentazione. Ecco, questi sono alcuni dei progetti più recenti che non sono ancora stati presentati al pubblico. Il primo di essi si chiama "La caccia alla balena". Nel maggio scorso ho trascorso nove giorni a Barrow, Alaska, l'avamposto più a nord degli Stati Uniti, con una famiglia di eschimesi Inupiat, a documentare la loro annuale stagione di caccia alla balena in primavera. Questo è il campo baleniero, ci troviamo circa sei miglia dalla costa, accampati su una placca di ghiaccio di cinque piedi e mezzo. E l'acqua che vedete là è il canale aperto tra i ghiacci, e attraverso quel canale le balene della Groenlandia migrano a nord ogni primavera. La comunità eschimese in pratica si accampa sul bordo dei ghiacci qui, attende che una balena si avvicini abbastanza per attaccarla, e quando succede le lancia un arpione e poi la issa sul ghiaccio, quindi la taglia a pezzi. E questo fornisce alla comunità una riserva di cibo durevole. E insomma, sono andato là e ho vissuto con loro nel campo baleniero, e ho fotografato l'intera esperienza, a partire dalla corsa in taxi all'aeroporto Newark di New York, fino alla macellazione della seconda balena, sette giorni e mezzo dopo. Ho fotografato questa intera esperienza a intervalli di cinque minuti. Per cui ogni cinque minuti scattavo una foto. Quando ero sveglio, con la macchina al collo, e quando dormivo con un treppiedi e un timer. E nei momenti di forte adrenalina, tipo quando accadeva qualcosa di eccitante, aumentavo la frequenza degli scatti fino a trentasette fotografie ogni cinque minuti. E questo creava un battito cardiaco fotografico che accelerava o rallentava più o meno in accordo con i cambiamenti di ritmo del mio cuore. E questo era il primo concetto. Il secondo concetto era di usare questa esperienza per riflettere sulle componenti essenziali di qualsiasi storia. Quali sono le cose che creano una storia? Bene, le storie hanno personaggi. Le storie hanno concetti. Le storie hanno luogo in una certa zona. Hanno un contesto. Hanno colori. Che aspetto hanno? Hanno un tempo. Quando sono accadute? Date, quando sono successe? Nel caso della caccia alla balena c'era anche questa idea del livello emozionale. La cosa principale delle storie, comunque, se prendete gran parte dei media a cui siamo abituati --cose come racconti, radio, fotografie, film, perfino presentazioni come questa-- è che siamo abituati a questa idea del narratore, o alla posizione della macchina. A una specie di entità esterna onniscente attraverso i cui occhi voi vedete la storia. Ci siamo assolutamente abituati. Ma se pensate alla vita vera, non è per niente così. Voglio dire, nella vita vera le cose hanno molte più sfumature e complessità, e ci sono tutte queste storie che si sovrappongono, intersecandosi e toccandosi a vicenda. Perciò ho pensato che sarebbe stato interessante costruire un contesto che facesse emergere queste storie. Nel caso de "La caccia alla balena" come potevamo estrarre un cosa come la storia di Simeon e Crawford, includendo elementi come fauna selvatica, strumenti e sangue, che si sviluppasse nel mare artico, e fosse dominata dal colore rosso, e avvenisse verso le 10 del tre maggio, con un livello di eccitazione alto? Come fare ad estrarre questo filo narrativo da una storia più grande? Ho costruito un'interfaccia web per guardare "La caccia alla balena" che cercasse di fare proprio questo. Ecco, queste sono tutte le 3.214 foto prese allora. Questo è il mio studio a Brooklyn. Questo è il mare artico, e questa è la macellazione della seconda balena, sette giorni dopo. Cominciate a cogliere un po' più della storia adesso, attraverso il colore. Vedete, questa striscia rossa è il colore della carta da parati dell'appartamento seminterrato dove mi trovavo. Le immagini sfumano al bianco quando ci spostiamo sul mare artico. Introduzione di rosso qui, quando le balene sono tagliate a pezzi. Vedete la linea del tempo, che vi mostra i momenti eccitanti della storia. Sono organizzate cronologicamente. La ruota è una versione un po' più divertente della stessa cosa, ecco queste sono appunto tutte le foto organizzate cronologicamente. Ciascuna può essere cliccata, e la narrazione comincia da questo punto. Qui per esempio sto dormendo sull'aereo che mi porta in Alaska. Questo è Moby Dick. Questo è il nostro cibo. Questa è fatta nel soggiorno della famiglia di Patkotak nella loro casa a Barrow. Ecco il vino in scatola che ci hanno servito. Pausa sigaretta all'esterno... io non fumo. Questa è un'appassionante sequenza di me che dormo. Questa è fatta al campo baleniero, sul mare artico. Questo grafico che sto cliccando qui vuole ricordare un grafico medico del battito cardiaco, e mostra i momenti eccitanti di adrenalina. Questo è il ghiaccio che comincia a formarsi. La barriera di neve che hanno costruito. Quello che voglio mostrarvi adesso è la capacità di estrarre delle sotto-storie. Bene, qui vedete il cast. Questi sono tutti i personaggi de "La caccia alla balena", e le due balene che sono state uccise. Possiamo fare una cosa a piacere, tipo estrarre la storia di Rony, che includa l'idea di sangue, le balene e gli strumenti, che accada nel mare artico, al campo Ahkivgaq, con un battito cardiaco veloce. E ora abbiamo ridotto la storia ad appena ventinove magiche foto e così possiamo cominciare la narrazione da questo punto. Ed ecco Rony che taglia la balena qui. Queste balene sono lunghe circa quaranta piedi, e pesano oltre quaranta tonnellate. E forniscono la fonte di cibo della comunità per gran parte dell'anno. Saltando un po' avanti, questo è Rony sulla carcassa della balena. Non usano motoseghe o cose del genere, soltanto lame, è un processo incredibilmente efficiente. Questi sono i ragazzi alla corda, mentre aprono la carcassa. Questo è muktuk, grasso di balena, allineato per la distribuzione alla comunità. I fanoni. Andiamo avanti. Ecco, ciò che sto per raccontarvi adesso è davvero una cosa nuova. Non è nemmeno ancora un progetto. Proprio ieri, sono arrivato qui da Singapore, e prima ancora ho passato due settimane in Bhutan, il piccolo regno himalayano stretto tra Tibet e India. Stavo realizzando là un progetto sulla felicità, facendo interviste a un sacco di gente del posto. Sapete, il Bhutan ha questa cosa originale, che loro basano la maggior parte delle loro decisioni chiave di governo sul concetto di felicità interna lorda anziché di prodotto interno lordo, e lo fanno dagli anni ' 70. Questa cosa porta ad un sistema di valori totalmente diverso. E' una cultura incredibilmente non materialista. in cui la gente non ha molto, ma è incredibilmente felice. Sono andato in giro a parlare con la gente di alcune di queste idee. E ho fatto varie cose, tipo porre alle persone una serie di domande fisse, e fotografarle in pose determinate, e intervistarle col sonoro e anche fare qualche scatto. Cominciavo chiedendo loro di dare una misura alla loro gioia da uno a dieci, che è una cosa in sé abbastanza assurda. E quando rispondevano gonfiavo un numero corrispondente di palloncini e davo loro quei palloncini da tenere in mano. Per cui vedete alcune persone davvero felici con dieci palloncini, ed altre molto tristi con un solo palloncino. Ma, in definitiva, anche un solo palloncino è a suo modo un po' di gioia. (Risate) E poi ponevo loro una serie di domande, tipo: qual è stato il giorno più felice della loro vita, che cosa li rende felici. E alla fine chiedevo loro di esprimere un desiderio. E quando lo facevano, scrivevo quel desiderio su uno dei palloncini e li fotografavo mentre lo tenevano in mano. Adesso vi mostro giusto alcuni piccoli passaggi di alcune delle interviste che ho fatto, di alcune delle persone con cui ho parlato. Questo è uno studente di undici anni. Giocava a guardie e ladri con gli amici, correndo per la città, tutti avevano pistole giocattolo di plastica. Il suo desiderio era di diventare un agente di polizia. Aveva già cominciato. Queste sono le sue mani. Ho fatto foto delle mani di ogni persona, perché penso che si può capire molto di una persona guardando come sono le sue mani. Ho fatto un ritratto di ognuno, e ho chiesto a tutti di fare una faccia buffa. Una studentessa diciassettenne. Il suo desiderio era nascere uomo. Pensa che le donne se la passano abbastanza male in Bhutan, e che è molto più facile se sei un ragazzo. Il proprietario ventottenne di un negozio di telefonia. Se sapeste com'è Paro capireste quanto è assurdo un negozio di telefonia da quelle parti. Voleva aiutare i poveri. Una contadina di cinquantatré anni. Toglieva la pula dal grano, e questa pila di grano dietro di lei c'è voluta una settimana per farla. Voleva continuare a coltivare la terra fino alla morte. Potete davvero cominciare a vedere le storie raccontate dalle mani qui. Aveva questo anello d'argento con la parola "amore" incisa su, l'aveva trovato per strada da qualche parte. Un sedicenne che lavora in miniera. Questo ragazzo spaccava rocce con un martello sotto il sole a picco, ma il suo solo desiderio era di fare l'agricoltore. Un monaco ventunenne. Era molto felice. Voleva vivere una lunga vita al monastero. Aveva questi incredibili peli che gli spuntavano da un neo sul lato sinistro del viso, il che mi dicono porti un gran bene. Era un po' troppo timido per fare una smorfia. Una studentessa sedicenne. Voleva diventare una donna indipendente. Le ho chiesto, e mi ha detto che per lei significava che non voleva prendere marito, perché secondo lei quando una donna si sposa in Bhutan le sue speranze di vivere una vita indipendente praticamente finiscono, per cui non aveva nessun interesse alla cosa. Un camionista di ventiquattro anni. Ci sono questi camion indiani spaventosamente grandi che beccheggiano come navi per strade a una corsia con il traffico di due, con strapiombi di 3.000 piedi (900 m.) sul bordo della carreggiata, e lui guidava uno di questi camion. Ma tutto ciò che voleva era solo di vivere una vita comoda come gli altri. Una spazzina di ventiquattro anni. L'ho beccata in pausa pranzo. Aveva fatto un piccolo falò per riscaldarsi sul ciglio della strada. Il suo desiderio era di sposare qualcuno con la macchina. Voleva dare una svolta alla sua vita. Vive in un piccolo campo di lavoratori proprio accanto alla strada, e voleva un diverso insieme di cose. Un bracciante itinerante di ottantuno anni. Ho visto questo tipo sul bordo della strada, e in effetti non ha una casa. Si sposta da una fattoria all'altra ogni giorno in cerca di lavoro, e poi cerca di dormire nei posti dove gli danno lavoro. Per cui il suo desiderio era di venire con me, così da avere un posto dove stare. Aveva questo coltello pazzesco che ha estratto dal suo gho e ha cominciato a brandirlo quando gli ho chiesto di fare una faccia buffa. Era un tipo divertente. Un ragazzo di dieci anni. Voleva andare a scuola e imparare a leggere, ma i suoi genitori non avevano abbastanza soldi per mandarlo a scuola. Mangiava il suo dolce caramelloso color arancio in cui infilava le dita, e da tutta la saliva che aveva sulle mani, si impiastricciava di arancione le palme. (Risate) Un operaio stradale di trentasette anni. Uno dei temi politici più delicati in Bhutan è l'uso della manovalanza indiana a basso costo che fanno venire dall'India per costruire strade e poi la rimandano a casa una volta che la strada è finita. Per cui questi ragazzi erano in un gruppo di operai che mescolava l'asfalto una mattina sul bordo dell'autostrada. Il suo desiderio era di fare un po' di soldi e aprire un negozio. Una contadina di settantacinque anni. Vendeva arance al bordo della strada. Le ho chiesto dei suoi desideri, e mi ha detto: "Mah, forse vivrò, forse morirò, ma non ho un desiderio". Masticava il betel, che ha fatto diventare i suoi denti di colore rosso negli anni. Infine, questa è una suora di ventisei anni con cui ho parlato. Il suo desiderio era di fare un pellegrinaggio in Tibet. Le ho chiesto per quanto tempo aveva pensato di stare in convento e mi ha detto: "Beh, naturalmente è una cosa temporanea, ma il mio piano è di stare qui fino ai trenta e poi andare in eremitaggio". E ho detto: "Cioè come vivere in una grotta?" E lei mi ha detto: "Già, come in una grotta". E io ho fatto: "Caspita, e per quanto tempo starai nella grotta?" E lei: "Beh, sai, credo che vorrei vivere tutta la mia vita nella grotta". Ho pensato che era incredibile. Voglio dire, parlava in un modo... --con un inglese spettacolare, un meraviglioso humor e una gran risata-- che la faceva assomigliare a una che avrei potuto incontrare per le strade di New York o nel Vermont, da dove vengo. Ma lei aveva vissuto in monastero negli ultimi sette anni. Le ho chiesto qualcos'altro sulla grotta e su ciò che prevedeva sarebbe accaduto una volta là. E se avesse visto la verità dopo appena un anno, che avrebbe fatto nella sua vita per i successivi 35? E questo è ciò che mi ha detto. Donna: "Credo che resterò là fino ai trentacinque anni, forse... forse morirò". Jonathan Harris: "Forse morirai?" Donna: "Sì". JH: "Dieci anni?" Donna: "Sì, sì". JH: "Dieci anni sono un sacco". Donna: "Sì, forse non uno, dieci anni, magari poi morirò entro un anno o giù di lì" JH: "Tu lo speri...?" Donna: "Beh, il fatto è che è una cosa temporanea". JH: "Certo, però... d'accordo. Ma tu speri... preferiresti vivere nella grotta per quarant'anni o viverci per un anno?" Donna: "Ma io preferirei viverci fino ai quaranta o ai cinquanta". JH: "Quaranta o cinquanta? Ehi". Donna: "Proprio. E poi vado in cielo". JH: "Beh che dire? Ti auguro tanta fortuna per il tuo desiderio". Donna: "Grazie". JH: "Spero che tutto ciò che desideri accadrà. Perciò grazie ancora, tanto". Donna: "Non c'è di che, davvero". Per cui se l'avete capito, ha detto che sperava di morire quando avesse avuto quarant'anni. Era abbastanza da vivere per lei. L'ultima cosa che abbiamo fatto, sarò velocissimo, è stato prendere tutti questi palloncini con i desideri -- erano 117 interviste dunque 117 desideri-- e portarli in un posto chiamato Dochula, che è un passo di montagna in Bhutan a 10.300 piedi (3.139 m.), uno dei posti più sacri del Bhutan. E lassù ci sono migliaia di fazzoletti di preghiera che la gente ha disseminato durante gli anni. E abbiamo rigonfiato tutti i palloncini, li abbiamo legati a un filo, e li abbiamo appesi là tra i fazzoletti di preghiera. E sono ancora lì che volano. Per cui se progettate di andare in Bhutan nel prossimo futuro, potete andare a dare loro una controllata. Ecco alcune foto. Abbiamo detto una preghiera buddista così da far avverare tutti questi desideri. Potete vedere qui qualche palloncino familiare. "Fare un po' di soldi e aprire un negozio", era l'operaio stradale indiano. Grazie tante. (Applausi)
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Alla EG conference del dicembre 2007, l'artista Jonathan Harris parla dei suoi ultimi progetti, che riguardano il raccogliere storie: le sue personali, quelle di estranei e storie raccolte da Internet, tra cui la sua meravigliosa "Ci sentiamo bene".
Artist and computer scientist Jonathan Harris makes online art that captures the world's expression -- and gives us a glimpse of the soul of the Internet. Full bio »
Translated into Italian by Enrico Pelino
Reviewed by Anna Cristiana Minoli
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17:10 Posted: Jul 2007
Views 755,431 | Comments 137
08:13 Posted: Sep 2007
Views 2,196,162 | Comments 253
14:53 Posted: Apr 2007
Views 276,947 | Comments 40
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