Le storie che ci raccontiamo l'un l'altro contano molto. Le storie che raccontiamo a noi stessi sulle nostre vite contano. E più di ogni cosa, credo che il modo in cui partecipiamo gli uni alle storie degli altri abbia una profonda importanza. Avevo sei anni quando ho sentito per la prima volta storie sui poveri. Non avevo sentito quelle storie dagli stessi poveri, le avevo sentite dal mio insegnante di catechismo e da Gesù, attraverso il mio insegnante di catechismo. Ricordo di aver imparato che le persone che erano povere avevano bisogno di qualcosa di materiale - cibo, vestiti, riparo - cose che non avevano. Oltre a questo, mi era stato insegnato anche che il mio compito – quest'aula piena di bambini di cinque e sei anni – il nostro compito, a quanto pare, era quello di aiutare. Questo era quanto ci chiedeva Gesù. E poi aveva detto: "Ciò che fate per l'ultimo di loro, lo fate per me." Io ero piuttosto entusiasta. Ero davvero desiderosa di rendermi utile. Credo che tutti proviamo quel sentimento. Inoltre, era interessante il fatto che Dio avesse bisogno di aiuto. Per me era una novità, e sentivo che poter partecipare a tutto questo sarebbe stata una cosa molto importante.
Però, subito dopo, ho anche saputo che Gesù aveva detto anche – e sto parafrasando – che i poveri sarebbero stati sempre con noi. Questo mi ha frustrata e confusa. Mi sono sentita come se mi fossero stati assegnati dei compiti che dovevo fare, ed ero felice di fare, ma che nonostante tutto, avrei sempre fatto male. Quindi mi sono sentita confusa, un po' frustrata e arrabbiata, come se avessi frainteso qualcosa. E mi sono sentita sopraffatta. E per la prima volta, ho iniziato a temere questo gruppo di persone e a provare emozioni negative nei confronti di un intero gruppo di persone. Nella mia mente immaginavo una specie di lunga fila di individui che non sarebbero mai andati via, che sarebbero sempre rimasti con noi. Avrebbero sempre continuato a chiedermi di aiutarli e di dare loro cose, cosa che mi entusiasmava fare, ma non capivo come avrebbe potuto funzionare. E non sapevo cosa sarebbe successo quando non avrei avuto più niente da dare, specialmente se il problema non sarebbe mai sparito. Negli anni a seguire, le altre storie che ho sentito su poveri, mentre stavo crescendo, non erano di certo più positive. Per esempio, ho visto spesso fotografie e immagini di tristezza e sofferenza. Ho sentito di come le cose andassero male nella vita dei poveri. Ho sentito di malattie. Ho sentito della guerra. Sembravano sempre essere connesse in qualche modo. E in generale, avevo questa specie di idea che i poveri di questo mondo vivessero vite affrante da sofferenza e tristezza, devastazione, disperazione.
E dopo un po', ho sviluppato ciò che credo sviluppino molti di noi, questa risposta prevedibile, cioè, iniziavo a star male ogni volta che ne sentivo parlare. Ho iniziato a sentirmi in colpa per il mio relativo benessere, perché apparentemente, non stavo facendo di più per migliorare le cose. E per questo ho anche provato un senso di vergogna. E quindi, naturalmente, ho iniziato ad allontanarmi. Ho smesso di ascoltare le loro storie da vicino, come facevo prima. E ho smesso di aspettarmi che le cose cambiassero davvero. Comunque continuavo a dare. Dall'esterno sembrava che fossi ancora piuttosto coinvolta. Davo il mio tempo e il mio denaro. Davo quando le soluzioni erano in vendita. Il costo di una tazza di caffè può salvare la vita di un bambino, bene. Intendo dire: chi può dire di no? Davo quando venivo messa con le spalle al muro, quando era difficile evitarlo, e davo, in generale, quando le emozioni negative si erano accumulate a tal punto che davo per alleviare la mia personale sofferenza, non quella di qualcun'altro. A dire la verità, davo per quel motivo, non per genuina speranza o per l'eccitazione che si prova ad aiutare ed essere generosi. Per me era diventata una transazione, era diventato una sorta di scambio. Stavo comprando qualcosa. Stavo comprando il mio diritto di andare avanti con la mia giornata e di non essere per forza infastidita da queste brutte notizie. E credo che il modo in cui affrontiamo tutto questo, a volte possa, prima di tutto, disumanizzare un gruppo di persone, individui che sono là fuori nel mondo. E questo modo di fare carità può anche diventare una merce di scambio, che è una cosa davvero spaventosa. Quindi mentre lo facevo, e credo lo facciano molti di noi, è come se comprassimo la nostra distanza, è come se comprassimo il nostro diritto di andare avanti con la nostra giornata. Credo che quel tipo di scambio possa davvero ostacolare la cosa che vogliamo di più. Può impedire al nostro desiderio, di essere davvero significativo e utile nella vita di un'altra persona e, in breve, di amare.
Per fortuna, qualche anno fa, le cose per me sono cambiate perché ho sentito parlare il Dottor Muhammad Yunus. So che in questa stanza probabilmente molti sanno esattamente chi sia, ma per dare una breve spiegazione a chiunque non lo abbia mai sentito parlare, il Dottor Yunus ha vinto il Premio Nobel per la Pace qualche anno fa per il suo lavoro pionieristico di microfinanza moderna. Io l'avevo sentito parlare tre anni prima. Ma essenzialmente, la microfinanza – se questa è anche per voi una cosa nuova – immaginatela come un servizio finanziario per i poveri. Pensate a tutti i servizi offerti dalla vostra banca e immaginate quei prodotti e servizi fatti su misura per i bisogni di qualcuno che vive con pochi dollari al giorno. Il Dottor Yunus ha condiviso la sua storia, spiegando cosa fosse, e cosa avesse fatto con la sua Grameen Bank. Ha parlato anche, in particolare, del microprestito, che è un piccolissimo finanziamento che può aiutare qualcuno ad avviare o far crescere un'attività. Ora, quando l'ho sentito parlare, è stato emozionante per diverse ragioni. Innanzitutto, sono venuta a conoscenza di questo nuovo metodo per cambiare il mondo, che, per una volta, mi ha mostrato, forse, un modo per interagire con qualcuno e per dare, condividere una risorsa in un modo che non era strano e non mi faceva stare male. Era emozionante. Ma, cosa molto più importante, lui raccontava storie sui poveri che erano diverse da tutte le storie che avevo sentito prima. Infatti, gli individui di cui parlava e che erano poveri erano una specie di nota a margine. Parlava di imprenditori forti, intelligenti, che lavoravano duro e che si svegliavano ogni mattina e si davano da fare per migliorare sia le lore vite che quelle delle loro famiglie. Tutto ciò di cui avevano bisogno per farlo più velocemente e meglio era un minimo di disponibilità finanziaria. Per me è stata una rivelazione sorprendente .
E, infatti, mi aveva emozionata così profondamente, è difficile esprimere adesso quanto mi abbia colpita, ma ero così commossa che in effetti ho lasciato il mio lavoro qualche settimana dopo, e mi sono trasferita nell'Africa orientale per cercare di vedere personalmente di cosa si trattasse. In effetti, per la prima volta e dopo tanto tempo volevo incontrare quegli individui, volevo incontrare questi imprenditori, e vedere personalmente su cosa si basassero davvero le loro vite. Così ho passato tre mesi in Kenya, Uganda e Tanzania intervistando gli imprenditori che avevano ricevuto 100 dollari per iniziare o far crescere un'impresa. E di fatto, attraverso queste interazioni, per la prima volta, stavo iniziando a fare amicizia con alcune di quelle persone di quel grosso gruppo amorfo laggiù, che doveva essere molto lontano. Stavo iniziando a fare amicizia e a conoscere le loro storie personali. Più e più volte, mentre li intervistavo e passavo le mie giornate con loro, sentivo storie di cambiamenti di vita e piccoli dettagli incredibili sul cambiamento.
Le sentivo da pastori di capre che avevano usato i soldi ricevuti per comprare qualche capra in più. La traiettoria dei loro affari era cambiata. Guadagnavano un po' di denaro in più. Il loro standard di vita cambiava e migliorava. E facevano nelle loro vite dei cambiamenti piccoli e davvero interessanti, come, per esempio, iniziare a mandare i loro figli a scuola. Poter comprare delle zanzariere. Magari permettersi una serratura per la porta, per sentirsi sicuri. Magari anche solo poter mettere lo zucchero nel loro tè e offrirmelo quando andavo a trovarli, e tutto questo li faceva sentire orgogliosi. Ma c'erano questi bellissimi dettagli, anche se parlavo con 20 pastori l'uno dopo l'altro, e alcuni giorni era questo quello che succedeva, questi bellissimi dettagli di com'erano cambiate le loro vite erano molto importanti per loro. Questa è stata un'altra cosa che mi ha toccata davvero. È stato davvero avvilente vedere per la prima volta, capire davvero che, anche se avessi potuto prendere una bacchetta magica per sistemare tutto, probabilmente avrei sbagliato tante cose. Perché il modo migliore per le persone, di cambiare le loro vite è di mantenerne il controllo, e di farlo nel modo che loro stessi reputano migliore. Quindi questo è quello che ho visto, ed è stato molto avvilente.
Ad ogni modo, mentre ero lì è successa un'altra cosa interessante. Non mi è stato chiesto nemmeno una volta di fare un'offerta, cioè, quello che era stato il mio modo di agire. Di fronte alla povertà, tu dai dei soldi per aiutare. Nessuno mi ha chiesto un'offerta. Di fatto, nessuno voleva che li compatissi. Se mai, volevano semplicemente essere in grado di fare quello che stavano già facendo, con una marcia in più e di sfruttare le loro capacità. Quindi quello che sentivo, di tanto in tanto, era che le persone volevano un prestito - pensavo che fosse un'idea molto ragionevole e davvero emozionante. Tra l'altro, a scuola ho studiato filosofia e poesia, quindi non sapevo la differenza tra il profitto e il guadagno quando sono andata nell'Africa orientale. Ho solo avuto l'impressione che i soldi avrebbero funzionato. E la mia introduzione al business è stata con queste piccoli infusioni di capitale da 100 dollari. E ho imparato cosa fossero il profitto e il guadagno, il rapporto di indebitamento, e un sacco di altre cose, dagli agricoltori, dalle sarte, dai pastori di capre. Quindi questa idea che queste nuove storie di affari e di speranza potessero essere condivise con i miei amici e la mia famiglia, e che attraverso questa condivisione, avremmo forse potuto ottenere un po' del denaro di cui avevano bisogno per poter continuare la loro attività grazie ai prestiti, questa è la piccola idea che poi è diventata Kiva.
Qualche mese dopo, sono tornata in Uganda con una macchina fotografica digitale e un sito web molto semplice che il mio socio Matthew e io avevamo costruito, e ho fotografato sette dei miei nuovi amici, pubblicato le loro storie, queste storie di imprenditoria, sul sito web, sollecitato per e-mail amici e parenti e detto: "Pensiamo che sia legale. Non abbiamo ancora avuto una risposta dettagliata dalla S.E.C. (l'organo di controllo dei mercati USA), ma voi che ne dite, volete aiutarci partecipando a questa iniziativa, e dando loro i soldi di cui hanno bisogno?" I soldi sono arrivati praticamente la notte stessa. Li abbiamo mandati in Uganda. E nei sei mesi successivi, è successa una cosa bellissima; gli imprenditori hanno ricevuto il denaro, sono stati pagati, e le loro attività, in effetti, sono cresciute, e sono stati in grado di sostenersi e di cambiare la traiettoria delle loro vite. Nell'ottobre del 2005, dopo che questi primi sette prestiti erano stati pagati, Matt e io abbiamo tolto dal sito la parola "beta". Abbiamo detto: "Il nostro piccolo esperimento ha avuto successo. Iniziamo per davvero." Quello è stato il nostro lancio ufficiale. E in quel primo anno, dall'ottobre del 2005 a tutto il 2006, Kiva ha facilitato la collocazione di 500.000 dollari in prestiti. Il secondo anno, il totale è stato di 15 milioni. Il terzo anno, il totale è salito a circa 40 milioni. Il quarto anno, siamo arrivati quasi a 100 milioni. E oggi, dopo meno di cinque anni, Kiva ha facilitato l'elargizione di più di 150 milioni di dollari, in piccole porzioni da 25 dollari, provenienti da prestatari e imprenditori; in tutto, più di un milione di persone in 200 paesi.
Quindi ecco dov'è Kiva oggi, giusto per riportarvi al presente. E mentre quei numeri e quelle statistiche sono interessanti, ed è davvero divertente parlarne, per me, Kiva ha veramente a che fare con le storie. Ha a che fare con il riscrivere la storia dei poveri, e significa poter dare a noi stessi un'opportunità per impegnarci in un modo che avvalori la loro dignità, corrobori una relazione di collaborazione, non una relazione basata sulle anomalie che possono caratterizzare il rapporto tra benefattori e beneficiari tradizionali. Ma invece una relazione che possa favorire il rispetto e la speranza e questo senso di ottimismo che ci ispiri ad andare avanti insieme. Quindi quello che spero, non è solo che i soldi continuino a scorrere tramite Kiva – il che è una cosa davvero positiva e significativa – ma spero che Kiva possa sfocare i confini, come ho detto, tra le tradizionali categorie di ricchi e di poveri che ci hanno insegnato a vedere nel mondo, questa falsa dicotomia tra "noi" e "loro", tra l'avere e il non avere. Spero che Kiva possa sfumare quelle linee di demarcazione. Perché, così facendo, credo che ci possiamo sentire liberi di interagire in modo più aperto, più giusto e più creativo, per stabilire un rapporto e aiutarci reciprocamente.
Immagina come ti senti quando per strada vedi qualcuno che chiede l'elemosina e tu stai per avvicinarti a questa persona. Immagina come ti senti. E poi immagina la differenza quando potresti vedere qualcuno che ha una storia di imprenditoria e lavoro duro e che vuole parlarti della sua attività. Forse sta sorridendo, e vuole parlarti di quello che ha fatto. Immagina di parlare con qualcuno che sta facendo crescere qualcosa e la sta facendo fiorire, qualcuno che sta usando il proprio talento per fare qualcosa di produttivo, qualcuno che ha costruito la propria attività dal nulla, qualcuno che è circondato dall'abbondanza, non dalla scarsità, e che di fatto sta creando abbondanza, qualcuno con le mani piene di qualcosa da offrire, non con le mani vuote, che ti chiede di donare qualcosa. Immagina di poter ascoltare una storia che non ti saresti aspettato di qualcuno che si sveglia ogni giorno e lavora molto, molto duramente per migliorare la propria vita. Queste storie possono veramente cambiare il modo in cui pensiamo gli uni degli altri. E se possiamo catalizzare una comunità che sia di supporto a questi individui, e che partecipi alla loro storia prestando loro una piccola quantità di denaro, credo che questo possa cambiare il modo in cui crediamo gli uni negli altri e nelle nostre reciproche potenzialità.
Per me, Kiva rappresenta solo l'inizio. E mentre guardo al futuro, è stato utile riflettere sulle cose che ho imparato fino a questo punto. La prima, come ho detto in precedenza, è che l'imprenditoria è stata per me un'idea nuova. I mutuatari di Kiva, che ho intervistato e conosciuto nel corso degli ultimi anni, mi hanno insegnato cosa sia l'imprenditoria. E credo che, alla base di tutto, si tratti di decidere di volere una vita migliore. Vedi un'opportunità, e decidi cosa farai per provare ad afferrarla. In breve, si tratta di decidere che il domani può essere migliore di oggi e perseguire quello. La seconda cosa che ho imparato è che i prestiti sono uno strumento molto interessante per la connettività. Quindi non sono delle donazioni. Sì, forse non suona tanto diverso. Ma di fatto, quando dai qualcosa a qualcuno e quello ti dice "grazie" e ti fa sapere come vanno le cose, è una cosa. Quando presti loro del denaro, e loro ti ripagano lentamente in un arco di tempo, hai questa scusa per avere un dialogo continuo. Questa attenzione continuata, costante, è una cosa davvero importante per costruire tra noi differenti tipi di relazioni. E poi, la terza cosa: da ciò che ho sentito dire dagli imprenditori che ho conosciuto, a parità di situazioni, se può scegliere tra l'avere solamente il denaro per fare ciò di cui ha bisogno, oppure avere il denaro ed in più l'appoggio e l'incoraggiamento di una comunità globale, la gente scelglie la comunità più il denaro. È una combinazione molto più significativa, una combinazione più potente.
Quindi, con questo in mente, questo particolare evento ha portato a quello su cui sto lavorando adesso. Ora che sono sintonizzata su questa idea, vedo imprenditori dappertutto. E una cosa che ho visto è che al mondo ci sono tantissime comunità di supporto già esistenti. Con i social network, è un modo eccezionale, che fa crescere rapidamente il numero di persone che ci circondano nelle nostre comunità di supporto. E quindi, mentre pensavo a questo, mi sono chiesta: come possiamo impegnare queste comunità di supporto per catalizzare ancora più idee imprenditoriali e per catalizzare tutti noi per creare un domani migliore? Mentre ricercavo cosa succede negli Stati Uniti, sono emerse alcune piccole interessanti intuizioni. Quindi una cosa è che, ovviamente, come tutti si aspetterebbero, molte piccole imprese negli Stati Uniti e in tutto il mondo hanno ancora bisogno di denaro per crescere e poter fare di più, oppure potrebbero aver bisogno di denaro durante un periodo difficile. Ma c'è sempre bisogno di avere risorse vicine. Invece un'altra cosa, a quanto pare, è che queste risorse di solito non arrivano dalle fonti che ci si aspetterebbe – banche, capitalisti di ventura, altre organizzazioni e strutture di supporto – vengono invece dagli amici e dalla famiglia. Alcune statistiche dicono che almeno l'85% dei finanziamenti per le piccole imprese viene da amici e famiglia. Sono circa 130 miliardi di dollari all'anno. È molto. Una terza cosa: mentre la gente passa attraverso il processo di raccolta dei fondi da amici e parenti, è molto imbarazzante, la gente non sa esattamente cosa chiedere, come chiedere, cosa promettere in cambio, sebbene abbiano le migliori intenzioni e vogliono ringraziare le persone che li sostengono.
Quindi, per sfruttare in modo nuovo il potere di queste comunità d'appoggio permettendo così agli imprenditori di decidere autonomamente come dovrebbero essere i termini esatti di quello scambio finanziario, cosa si adatti esattamente a loro e alla gente che li circonda, proprio questa settimana, stiamo lanciando silenziosamente Profounder, una piattaforma di finanziamento collettivo che consente alle piccole imprese di raccogliere i fondi di cui hanno bisogno attraverso gli investimenti dei loro amici e delle famiglie. E sono investimenti, non donazioni, non prestiti, ma investimenti che hanno un rendimento dinamico. Quindi la mappatura dei partecipanti alla storia, in effetti fluttua insieme agli alti e bassi. Quindi, in breve, è uno strumento fai-da-te per consentire alle piccole imprese di raccogliere questi fondi. E quello che potete fare è andare sul sito, creare un profilo, creare le condizioni d'investimento in modo molto facile. L'abbiamo reso molto, molto semplice per me come per chiunque altro voglia usare il sito. E consentiamo agli imprenditori di distribuire una percentuale dei loro utili. Possono raccogliere fino ad un milione di dollari da un numero illimitato di investitori non accreditati, non sofisticati – persone comuni, che non sia mai – e possono condividere i rendimenti durante un certo arco di tempo – lo ribadisco, qualsiasi siano i termini che hanno stabilito. Mano a mano che gli investitori scelgono di partecipare, in base a questi termini, possono optare per ricevere i loro guadagni in contanti, oppure possono decidere in anticipo di donare questi ritorni ad associazioni no profit. Quindi possono investire per soldi oppure in favore di una causa. Spero che questo tipo di strumento possa mostrare a tutti quelli che hanno un'idea un percorso per poter realizzare quello che vogliono fare nel mondo e per raccogliere le persone che hanno già intorno a loro, le persone che li conoscono meglio, e che li amano e che vogliono sostenerli, per radunarli e realizzare questa idea.
Quindi questo è quello su cui sto lavorando adesso. E per concludere, voglio solo dire che questi sono degli strumenti. In questo momento, Profounder è proprio all'inizio, ed è molto palpabile, per me è molto chiaro come questo sia solo un recipiente, uno strumento. Ciò di cui abbiamo bisogno è che la gente s'interessi e che vada ad usarlo, così come si sono interessati abbastanza da usare Kiva per creare quelle connessioni. Ma la buona notizia è che io non credo di aver bisogno di convincervi a interessarvi. Non ci provo nemmeno. Non credo, anche se spesso sentiamo, sapete, ascoltiamo le ragioni etiche e morali, le ragioni religiose, "Ecco perché interessarsi e dare vi renderà più felici." Non credo che abbiamo bisogno di convincimenti. Credo che lo sappiamo. Anzi, credo che sappiamo così tanto, ed è talmente una realtà che tutto questo ci sta a cuore così profondamente, che in effetti, quello che solitamente ci blocca è che abbiamo paura di provare e di sbagliare, perché ci importa così tanto di aiutarci a vicenda e di contare qualcosa nelle nostre rispettive vite.
Quindi ciò che credo di poter fare oggi, la cosa migliore che vi posso dare: vi ho dato la mia storia, che è quanto di meglio potessi fare. E credo di poter ricordare a tutti noi che ci interessiamo. Credo che lo sappiamo già tutti. E credo che noi sappiamo che l'amore è abbastanza forte da spingerci a uscire fuori e provare. Solo un attimo.
Per me, il modo migliore per essere ispirati a provare è di fermarsi e ascoltare la storia di qualcun'altro. E sono grata di averlo potuto fare qui a TED. E sono grata del fatto che tutte le volte che lo faccio, sono ispirata, è garantito, sono ispirata dalla persona che sto ascoltando. E credo sempre di più, ogni volta che ascolto, nel potenziale di quella persona di fare cose grandi in questo mondo e nel mio potenziale di poter forse aiutare. E quello – dimenticate gli strumenti, dimenticare la mobilitazione delle risorse – quelle sono cose facili. Credere gli uni negli altri, essere davvero sicuri, anche nel peggiore dei casi che ognuno di noi può fare cose strabilianti in questo mondo, questo è ciò che può trasformare le nostre storie in storie d'amore e la nostra storia collettiva in una storia che perpetui continuamente la speranza e cose buone per tutti noi. Così, questa fiducia reciproca, averne la certezza assoluta, e praticarla ogni giorno, qualsiasi cosa fai, questo è ciò che credo cambierà il mondo e renderà il domani migliore di oggi.
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Che pensate delle persone povere? Forse quello che pensava una volta Jessica Jackley: "loro" hanno bisogno del "nostro" aiuto, sotto forma di qualche moneta in un barattolo. La co-fondatrice di Kiva.org parla di come sia cambiato il suo atteggiamento e di come il suo lavoro con i microprestiti abbia portato nuova forza alle persone che vivono con un paio di dollari al giorno.
Jessica Jackley is the co-founder of Kiva.org, an online community that helps individuals loan small amounts of money, called microloans, to entrepreneurs throughout the world. Full bio »
Translated into Italian by Maria Gitto
Reviewed by Laura Pasquale
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15:52 Posted: Oct 2006
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