Buon giorno a tutti. È stato fantastico essere qui in questi giorni. È un grande onore chiudere questo straordinario ritrovo di persone, questi discorsi meravigliosi che abbiamo ascoltato. Sento che molte delle cose dette qui mi rappresentano in tanti modi. Sono venuta qui direttamente dalla profonda foresta pluviale in Ecuador – dove si arriva solo in aereo – ed ero lì tra gli indigeni con i volti dipinti e piume di pappagallo nelle acconciature. Dove questa gente lotta per tenere le compagnie petrolifere e le strade lontano dalle loro foreste. Lotta per creare il proprio stile di vita nella foresta in un mondo che è pulito, che non è contaminato, che non è inquinato. La cosa meravigliosa, che si addice a quello di cui stiamo parlando qui a TED, è che là, nel bel mezzo della foresta pluviale, c'erano alcuni pannelli solari, i primi in quella zona dell'Ecuador, che servivano a pompare l'acqua verso l'alto in modo che le donne non dovessero scendere. L'acqua era pulita, ma visto che avevano molte batterie, potevano immagazzinare molta energia elettrica. Così ogni casa – ce n'erano circa otto in questa piccola comunità – poteva avere luce ogni sera per circa mezz'ora. E il capo, nel suo splendore regale, aveva un computer portatile. (Risate) Lui se ne era andato dalla foresta, ma ci è tornato, e diceva: "Siamo improvvisamente entrati in una nuova era, 50 anni fa nemmeno conoscevamo l'uomo bianco e ora siamo qui con computer portatili e ci sono cose che vogliamo imparare dal mondo moderno. Vogliamo imparare l'assistenza sanitaria. Vogliamo sapere che cosa fanno gli altri, ci interessa. E vogliamo imparare altre lingue. Inglese, francese, magari anche cinese, siamo bravi con le lingue". Così era lì con il suo computer portatile, e allo stesso tempo lottava contro la forza delle pressioni, a causa del debito estero dell'Ecuador, contro la pressione della Banca Mondiale, il FMI e ovviamente coloro che vogliono sfruttare le foreste per estrarre petrolio. E così da lì sono venuta direttamente qui. Ma il mio vero campo di competenza risiede in un tipo di civiltà ancora diversa, che non posso realmente chiamare civiltà. Uno stile di vita diverso, esseri diversi. Il meraviglioso discorso di Wade Davis ha affrontato le diverse culture dell'uomo nel mondo, ma nel mondo non ci sono solo esseri umani, ci sono anche altri esseri animali. Io vorrei portare alla conferenza di TED, come faccio sempre in giro per il mondo, la voce del regno animale. Troppo spesso vediamo solo diapositive o film, ma questi esseri hanno voci che significano qualcosa. Quindi voglio salutarvi come farebbe uno scimpanzé nella foresta della Tanzania: Uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh, uh! (Applausi) Studio gli scimpanzé in Tanzania dal 1960. Da allora, sono state inventate tecnologie moderne che hanno trasformato il modo in cui i biologi di campo lavorano. Per esempio, alcuni anni fa, per la prima volta, analizzando piccoli campioni di feci abbiamo potuto ricavare il profilo genetico, così oggi sappiamo quale maschio di scimpanzé è il padre di ciascun cucciolo. Perché gli scimpanzé si accoppiano in modo molto promiscuo. Questo ha aperto un percorso di ricerche completamente nuovo. Noi usiamo il GSI – non chiedetemi che cosa significa – per determinare l'habitat degli scimpanzé. Come vedete, non mi intendo molto di queste cose, ma usiamo immagini satellitari per vedere il disboscamento nell'area. E con i progressi nel campo degli infrarossi, possiamo vedere gli animali di notte, e l'attrezzatura per filmare e registrare è migliore e più leggera. Così in molti modi oggi possiamo fare cose che non potevamo fare quando io ho iniziato nel 1960. Specialmente quando gli scimpanzé e altri animali con cervelli evoluti, vengono studiati in cattività, la tecnologia moderna ci aiuta a ricercare livelli più alti di cognizione in questi animali non umani. Così oggi sappiamo che loro possono fare cose che la scienza credeva impossibili quando io ho iniziato. Credo che lo scimpanzé in cattività più dotato di capacità intellettuali sia in Giappone e si chiami Ai, il suo nome significa "amore", e lei ha un "compagno" di lavoro molto sensibile. Lei adora il suo computer, abbandona il suo gruppo, la sua acqua corrente, i suoi alberi e tutto il resto per andare a sedersi davanti al computer, che è come un videogame per bambini, la appassiona. Lei ha 28 anni e fa cose con lo schermo del suo computer, che è touchpad, più velocemente di molti esseri umani. Risolve compiti molto difficili. Non ho tempo di scendere in dettagli, ma la cosa meravigliosa è che non le piace sbagliare. Se non ottiene un buon punteggio, va a bussare al vetro – perché lei non può vedere il ricercatore – e questo significa che vuole riprovare. Si è già concentrata molto per 20 minuti, ma vuole comunque ricominciare da capo, solo per la soddisfazione di fare meglio. E il cibo non è importante, guadagna un piccolo premio, un'uvetta per ogni risposta corretta, ma lo fa anche senza premi, se glielo dici in anticipo. E così abbiamo uno scimpanzé che usa il computer. Scimpanzé, gorilla, orangotanghi imparano il linguaggio umano dei segni. Ma il punto è che quando ero a Gombe nel 1960 – lo ricordo come se fosse ieri – ed ero in mezzo alla vegetazione per la prima volta, la maggior parte degli scimpanzé scappava da me sebbene alcuni fossero già acclimatati, e io vidi questa figura nera, curva su un mucchio di termiti, e la osservai con il binocolo. Fortunatamente era un maschio adulto che io chiamai David Greybeard, anche se la scienza diceva di non dare nomi agli scimpanzé, ma di identificarli solo con numeri, più scientifico. Comunque, David Greybeard prendeva piccoli fili d'erba e li usava per pescare le termiti dalla loro tana. E non solo, a volte prendeva un ramoscello e gli toglieva le foglie. Modificare un oggetto per renderlo adatto ad uno specifico scopo, l'inizio della creazione di strumenti. Questo fu emozionante e sconvolgente perché all'epoca si pensava che gli uomini, e solo gli uomini, usavano e costruivano oggetti. A scuola insegnavano che l'uomo era tale perché sapeva creare strumenti. Così quando raccontai la novità a Louis Leakey, mio mentore, lui disse: "Ora dobbiamo ridefinire l'uomo, ridefinire lo strumento, o accettare gli scimpanzé come umani". (Risate) Oggi sappiamo che già solo in Gombe ci sono nove modi in cui gli scimpanzé usano diversi oggetti per diversi scopi. In più, sappiamo che in diverse parti dell'Africa, dove gli scimpanzé sono stati studiati, ci sono comportamenti diversi nell'utilizzo degli oggetti. E visto che questi comportamenti sono trasmessi di generazione in generazione, attraverso l'osservazione, l'imitazione e la pratica, la si può definire una cultura umana. Negli oltre 40 anni che abbiamo studiato gli scimpanzé, e le altre grandi scimmie e altri mammiferi con cervelli e sistemi sociali complessi, abbiamo scoperto che non esiste una linea netta che divide l'uomo dal resto del regno animale. È una linea molto sottile e si assottiglia sempre più man mano che gli animali fanno cose che noi, nella nostra arroganza, pensavamo solo l'uomo potesse fare. Gli scimpanzé – non ho tempo di parlare della loro affascinante vita – hanno una lunga infanzia, cinque anni in cui poppano e dormono con la madre, e poi altri tre, quattro, cinque anni in cui dipendono emotivamente da lei, anche quando nascono altri cuccioli. È importante imparare a quell'età, quando il comportamento è flessibile – e c'è molto da imparare dalla società degli scimpanzé. Come il legame di affetto e solidarietà che si instaura in questa lunga infanzia tra madre e figlio, tra fratelli e sorelle, e che può durare per tutta la vita, anche 60 anni. In cattività vivono anche più di 60 anni e noi li abbiamo studiati allo stato brado per soli 40 anni. Gli scimpanzé conoscono la vera compassione e l'altruismo. Nella loro comunicazione non-verbale, che è ricchissima, hanno molti suoni, che usano in diverse circostanze, ma usano anche il tatto, la postura, i gesti e cosa fanno? Si baciano, si abbracciano, si tengono per mano. Si danno pacche sulle spalle, si pavoneggiano, mostrano i pugni, proprio come facciamo noi e lo fanno negli stessi nostri contesti. Cooperano in modo molto sofisticato. Quando cacciano, non spesso, dimostrano una cooperazione sofisticata e si spartiscono la preda. Provano emozioni simili, o a volte uguali, a quelle che noi definiamo gioia, tristezza, paura, disperazione. Conoscono il dolore fisico e quello mentale. E non ho tempo di fornire informazioni che provino tutto questo, ma ci sono studenti brillanti, delle migliori università, che studiano le emozioni negli animali e la loro personalità. Sappiamo che gli scimpanzé e altre creature si riconoscono allo specchio – l'io in contrapposizione all'altro. Hanno senso dell'umorismo e tutto questo è sempre stato creduto una prerogativa umana. Ma questo ci insegna un nuovo rispetto non solo per gli scimpanzé, ma anche per altri animali meravigliosi con cui dividiamo il pianeta. Se siamo pronti ad ammettere che non siamo gli unici esseri con personalità, menti e, soprattutto, emozioni, e iniziamo a pensare al modo in cui usiamo e abusiamo altri esseri senzienti ed intelligenti sul nostro pianeta, io credo che abbiamo davvero motivo di vergognarci. E la cosa triste è che questi scimpanzé, che ci hanno insegnato, più di altre creature, un po' di umiltà, sono allo stato brado e si stanno estinguendo rapidamente. Stanno scomparendo per quelle ragioni che ognuno di noi in questa sala conosce fin troppo bene. Disboscamento, la crescita di popolazioni umane che hanno bisogno di terra. Scompaiono perché le industrie del legno vanno lì e fanno piazza pulita. Scompaiono dal cuore del loro habitat in Africa perché queste grandi multinazionali arrivano e costruiscono strade, come vogliono fare in Ecuador e in altri luoghi dove le foreste sono intoccate, per estrarre petrolio e legname. Nel bacino del Congo, e anche altrove, questo ha portato al commercio della "carne di foresta". Questo significa che anche se per centinaia o migliaia di anni le persone hanno vissuto in quelle foreste in armonia con il loro mondo, uccidendo solo gli animali necessari a sfamare se stessi e le proprie famiglie, ora, d'improvviso, a causa delle strade, i cacciatori possono arrivarci dalle città. Sparano a tutto ciò che si muove che sia più grande di un ratto, lo essiccano o lo affumicano. E ora che hanno i mezzi di trasporto, lo caricano sui camion di legname e lo portano in città dove possono venderlo. La gente è disposta a pagare di più per "carne di foresta" che per carne domestica – è una preferenza culturale. Ma non è sostenibile e in queste enormi aree di disboscamento hanno bisogno di carne, così i cacciatori pigmei nel bacino del Congo che hanno vissuto lì con il loro meraviglioso stile di vita per secoli, oggi sono corrotti. Prendono le armi, sparano e vengono pagati. La loro cultura è stata distrutta, insieme agli animali dai quali dipendeva. Così quando il campo di disboscamento si sposta, non rimane nulla. Abbiamo già parlato della perdita di diversità culturale umana, e io l'ho vista accadere con i miei occhi. E la triste realtà in Africa – io adoro l'Africa, ma cosa vediamo in Africa? Vediamo disboscamento, il deserto che guadagna terreno, fame massiva, vediamo malattie e la popolazione che cresce in aree dove ci sono più persone in un pezzo di terra di quante la terra stessa possa ospitarne, e sono troppo poveri per comprare cibo altrove. Le persone di cui abbiamo parlato ieri, sull'Isola di Pasqua, che hanno tagliato i loro ultimi alberi – sono stupide? Non si rendevano conto di cosa stavano facendo? Certo, ma se avete visto la povertà devastante in alcune parti del mondo, la questione non è: "Teniamo l'albero per domani. Come nutro la mia famiglia oggi? Magari ricavo qualche dollaro da questo ultimo albero per sopravvivere un po' più a lungo, e domani pregheremo che qualcosa accada e ci salvi dalla fine inevitabile". Questa è una triste realtà. L'unica cosa che abbiamo e che ci rende così diversi dagli scimpanzé o dalle altre creature, è la nostra sofisticata lingua, una lingua che può spiegare ai bambini le cose che non abbiamo. Possiamo parlare di un passato remoto, progettare un futuro lontano, scambiare idee e svilupparle grazie alla saggezza collettiva di un gruppo. Possiamo farlo parlando gli uni con gli altri, attraverso un video o la parola scritta. Ma abusiamo del nostro grande potere di saggi custodi e distruggiamo il mondo. Nel mondo sviluppato è peggio perché abbiamo così tanti strumenti per comprendere la stupidità di quello che stiamo facendo. Stiamo crescendo i nostri bambini in un mondo in cui, in molti posti, l'acqua li avvelena. In cui l'aria li danneggia e il cibo coltivato in una terra contaminata li avvelena. E non solo nei lontani paesi in via di sviluppo, ma ovunque. Sapevate che oggi abbiamo 50 prodotti chimici nel nostro corpo che non avevamo 50 anni fa? E molte di queste malattie, come l'asma e certe forme di cancro, stanno aumentando nei posti dove buttiamo i nostri rifiuti tossici. Stiamo facendo del male a noi stessi agli animali e alla natura stessa. Madre Natura, che ci ha dato la vita. Madre Natura, dove io credo si debba passare del tempo, in mezzo ad alberi, fiori e uccelli, per un buono sviluppo psicologico. Eppure ci sono centinaia di bambini nel mondo sviluppato che non vedono mai la natura, perché crescono circondati dal cemento e tutto ciò che conoscono è una realtà virtuale, senza opportunità di sdraiarsi al sole, o nella foresta con la luce screziata del sole che trapassa il manto alberato. Visto che stavo girando il mondo, ho dovuto lasciare la foresta, ma è lì che mi piace stare. Ho dovuto lasciare quegli scimpanzé affascinanti e tornare agli studi con i miei studenti e il mio staff, perché questi animali sono diminuiti da circa 2 milioni 100 anni fa, a 150.000 oggi, e io sapevo che dovevo lasciare la foresta per fare qualcosa e diffondere consapevolezza in giro per il mondo. E più parlavo della triste condizione degli scimpanzé, più realizzavo che tutto è collegato, che il problema dei Paesi in via di sviluppo spesso nasce dall'avidità del mondo sviluppato, e tutto quadrava, ma non aveva senso, dite che la speranza risiede nel senno, ma in questo non c'è nulla di assennato. Come possiamo fare questo? Qualcuno lo ha detto ieri. Mentre viaggiavo, continuavo ad incontrare giovani senza speranza. Si disperavano, pensavano: "Non importa quanto facciamo, mangiamo, beviamo e siamo felici. Domani saremo morti. Non c'è speranza e ce lo ricordano sempre i mass media". E poi ho incontrato giovani arrabbiati e la rabbia può diventare violenza, lo sappiamo tutti. Io ho tre nipotini e quando i miei studenti, alle superiori o all'università, mi dicono: "Siamo arrabbiati", o "Siamo disperati, perché il nostro futuro è compromesso e non possiamo fare niente". Io guardo i miei nipoti negli occhi e penso a quanto male abbiamo fatto a questo pianeta da quando io ero piccola. Mi vergogno profondamente e per questo nel 1991, in Tanzania, ho avviato un progetto chiamato "Roots and Shoots" (Radici e Germogli). Ci sono dei volantini qui fuori e se voi avete dei bambini e avete a cuore il loro futuro, vi prego di prenderne uno. "Roots and Shoots" è un progetto di speranza. Le radici danno una base solida. I germogli sembrano minuscoli, ma per raggiungere il sole possono sfondare muri di mattone. Pensate a questi muri come a tutti i problemi che abbiamo inflitto a questo pianeta. Ed ecco che diventa un messaggio di speranza. Centinaia e migliaia di giovani in tutto il mondo possono rendere il nostro un mondo migliore. E il messaggio più importante di "Roots and Shoots" è che ogni singolo individuo può fare la differenza. Ogni individuo ha un ruolo da giocare. Ognuno di noi incide sul mondo che ci circonda ogni giorno, e voi scienziati sapete che anche se state a letto tutto il giorno, respirate ossigeno rilasciate CO2, andate in bagno e così via. Fate una differenza nel mondo. "Roots and Shoots" coinvolge i giovani in tre progetti e tutti mirano a rendere il mondo un posto migliore. Il primo è prendersi cura della nostra comunità umana. Il secondo è per gli animali, anche domestici – e devo dire che io ho imparato tutto ciò che so sul comportamento animale ancora prima di arrivare a Gombe, dal mio cane Rusty, che era il mio compagno d'infanzia. E il terzo progetto è per l'ambiente locale. Quello che i giovani fanno dipende prima dalla loro età e abbiamo giovani dall'asilo fino all'università. Cambia a seconda che abitino in città o in campagna. Che siano benestanti o impoveriti. Dipende da in quale parte dell'America vivono. Siamo presenti in ogni Stato e i problemi della Florida sono diversi da quelli di New York. Dipende dal Paese in cui vivono e noi siamo in oltre 60 Paesi, con circa 5.000 gruppi attivi e ci sono gruppi ovunque di cui non sapevo l'esistenza, perché i bambini prendono il progetto e lo diffondono essi stessi. Perché? Perché si appassionano e loro stessi decidono che cosa fare. Non è qualcosa che decidono i loro genitori o i loro insegnanti. Anche quello è efficace, ma se loro decidono da soli: "Vogliamo pulire questo fiume e riportare i pesci che una volta vivevano qui. Vogliamo ripulire il suolo tossico di quest'area e creare un giardino biologico. Vogliamo passare del tempo con gli anziani, sentire i loro racconti e registrare le loro storie. Vogliamo lavorare in un canile. Vogliamo imparare cose sugli animali. Vogliamo...". E così via. Questo mi dà speranza. Visto che giro il mondo 300 giorni all'anno, ovunque trovo gruppi di "Roots and Shoots" di diversa età. Ovunque ci sono bambini che dicono con gli occhi brillanti: "Guarda che differenza abbiamo fatto". Ed è qui che entra in gioco la tecnologia, perché con la nuova era di comunicazione elettronica, questi bambini possono comunicare da diverse parti del mondo. E se qualcuno è interessato ad aiutarci, abbiamo tante idee, ma abbiamo bisogno di aiuto per creare il sistema giusto che aiuti i giovani a comunicare il loro entusiasmo. Ma anche, cosa importante, a comunicare la loro disperazione, a dire: "Abbiamo provato così, ma non funziona. Che cosa dobbiamo fare?". Ed ecco che un altro gruppo, in America o magari in Israele, risponderà: "Magari potreste provare così". La filosofia è molto semplice. Non crediamo nella violenza. No violenza, no bombe, no pistole. Non è così che si risolvono i problemi. La violenza porta ad altra violenza, almeno dal mio punto di vista. Allora come si risolvono? Gli strumenti per risolvere i problemi sono conoscenza e comprensione. Conoscere i fatti, ma considerarli nel complesso. Duro lavoro e tenacia – mai mollare – amore e compassione che portano al rispetto per ogni vita. Quanti minuti? Due, uno? Chris Anderson: Meglio uno. Due, due. Ne prenderò due. (Risate) Mica mia trascinerete a forza giù dal palco? (Risate) Quindi, "Roots and Shoots" sta iniziando a cambiare le vite dei giovani. Sto investendo gran parte delle mie energie in questo progetto. E credo che un gruppo come questo possa avere un grande impatto, non solo perché potete condividere con noi la tecnologia, ma perché molti di voi hanno figli. E se voi gli parlate di questo progetto, loro hanno una grande opportunità di fare del bene, perché hanno genitori come voi. Ed è chiaro quanto voi vi preoccupiate di rendere questo mondo un posto migliore. È molto stimolante. E i bambini mi chiedono – e prometto che non ci metterò più di due minuti – "Dr. Jane, hai davvero speranze per il futuro? Tu viaggi, vedi le cose orribili che accadono". Primo, il cervello umano – non c'è bisogno di dire nulla. Ora che sappiamo quali sono i problemi nel mondo, cervelli come i vostri possono animarsi per risolverli. E ne abbiamo parlato molto. Secondo, la resistenza della natura. Possiamo distruggere un fiume e possiamo riportarlo in vita. Possiamo vedere una intera area desolata e possiamo riportarla a fiorire, con tempo e aiuto. E terzo, un precedente oratore ha parlato dell'indomabile spirito umano. Siamo circondati da persone meravigliose che fanno cose che sembrano impossibili. Nelson Mandela – ho preso una pietra dal carcere di Robben Island, dove lui ha lavorato per 27 anni, e da cui è uscito con così poco rancore da poter guidare il suo popolo attraverso gli orrori dell'apartheid senza un bagno di sangue. Anche dopo l'11 settembre, io ero a New York e ho sentito la paura, ma c'era così tanto coraggio umano, così tanto amore e compassione. E in tutto il Paese ho sentito la paura che portava la gente a pensare che non potevano più preoccuparsi dell'ambiente, perché non sarebbe stato patriottico. E mentre cercavo di incoraggiarli, qualcuno mi ha citato questa frase del Mahatma Gandhi: "Se guardi indietro alla storia dell'uomo, vedrai che ogni regime malvagio è stato sopraffatto dal bene". Poi una donna mi ha dato questo campanellino e voglio concludere su queste note. Mi ha detto: "Se parli di speranza e pace, fallo suonare". Questo campanello è fatto di un metallo di una mina disinnescata, proveniente dai campi minati di Pol Pot, uno dei più malvagi regimi nella storia dell'uomo, dove la gente inizia solo ora a rimettere insieme la propria vita dopo che il regime è crollato. Quindi sì, c'è speranza e dov'è la speranza? È forse là fuori con i politici? È nelle nostre mani. È nelle vostre mani, nelle mie mani e in quelle dei nostri bambini. Dipende davvero da noi. Solo noi possiamo fare la differenza. Se viviamo vite in cui consapevolmente lasciamo le orme più leggere ed ecologiche possibili, se compriamo i prodotti che è etico comprare e non compriamo quelli che non lo sono, possiamo cambiare il mondo in una notte. Grazie.
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Jane Goodall non ha ancora trovato l'anello mancante, ma ci è andata più vicina di chiunque altro. La primatologa afferma che la sola vera differenza tra l'uomo e la scimmia è la nostra lingua sofisticata. Ci sprona ad iniziare ad usarla per cambiare il mondo.
Jane Goodall, dubbed by her biographer "the woman who redefined man," has changed our perceptions of primates, people, and the connection between the two. Over the past 45 years, Goodall herself has also evolved -- from steadfast scientist to passionate conservationist and humanitarian. Full bio »
Translated into Italian by Carlotta Cerri
Reviewed by Pierfranco Fasola
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17:25 Posted: Apr 2007
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20:31 Posted: Jan 2008
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16:25 Posted: Apr 2007
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