Sono cresciuto a dieta rigorosa di fantascienza. Alle superiori prendevo uno scuolabus, un'ora avanti e indietro ogni giorno. Ed ero sempre immerso in un libro, un libro di fantascienza, che portava la mia mente in altri mondi, e soddisfaceva, in forma narrativa, quell'insaziabile senso di curiosità che avevo.
E quella curiosità si manifestava anche nel fatto che ogni volta che non ero a scuola ero fuori nei boschi, per escursioni a caccia di campioni, rane e serpenti e insetti e stagni, li portavo a casa, li osservavo al microscopio. Ero un vero geek della scienza. Ma si trattava sempre di cercare di capire il mondo, comprendere il limiti del possibile.
E il mio amore per la fantascienza in realtà sembrava rispecchiare il mondo intorno a me, perché quello che stava succedendo, nei tardi anni '60… stavamo andando sulla luna, esploravamo le profondità degli oceani, Jacques Cousteau entrava nei nostri salotti con i suoi fantastici documentari che ci mostravano animali e luoghi e un mondo meraviglioso che prima non avremmo neanche potuto immaginare. Quindi, tutto sembrava rinforzare la mia passione per la fantascienza.
E io ero un artista. Sapevo disegnare. Sapevo dipingere. E siccome non c'erano videogiochi né questa saturazione di film generati al computer, né tutte queste immagini nel panorama dei media, ho dovuto creare queste immagini nella mia testa. Da bambini, quando leggevamo un libro, tutti dovevamo, tramite la descrizione dell'autore, mettere qualcosa sullo schermo delle nostre teste. E quindi, la mia risposta a questo era dipingere, disegnare creature aliene, mondi alieni, robot, navicelle spaziali, tutta questa roba. Alle lezioni di matematica venivo sempre beccato a scarabocchiare dietro il libro di testo. Questo perché la creatività doveva trovare una via d'uscita in qualche modo.
Ed è successa una cosa interessante, i programmi di Jacques Cousteau mi coinvolgevano molto per il fatto che c'era un mondo alieno proprio qui sulla terra. Magari non sarei mai andato in un mondo alieno su una navicella spaziale. Sembrava molto improbabile. Ma quello era un mondo dove potevo andare per davvero, proprio qui sulla terra, più ricco ed esotico di quello che avrei mai potuto immaginare leggendo questi libri.
Quindi, ho deciso che sarei diventato un sommozzatore all'età di 15 anni. E l'unico problema era che vivevo in un piccolo paese del Canada, a 600 miglia dall'oceano più vicino. Ma non mi sono lasciato scoraggiare. Ho assillato mio padre finché ha trovato una scuola di immersioni a Buffalo, New York, appena passato il confine da dove vivevamo. E sono quindi riuscito a prendere il diploma in una piscina della YMCA nella tristezza dell'inverno a Buffalo, New York. E non avrei visto l'oceano, il vero oceano, per altri due anni, finché non ci siamo trasferiti in California.
Da allora, negli ultimi… 40 anni, ho trascorso circa 3000 ore sott'acqua, e 500 di queste ore in sommergibili. E ho imparato che le profondità dell'oceano, anche gli oceani poco profondi, sono ricche di vita sorprendente che realmente va al di là della nostra immaginazione. L'immaginazione della natura è senza confini rispetto alla nostra limitata immaginazione umana. Ancora oggi, sono intimorito da quello che vedo quando faccio le immersioni. E la mia storia d'amore con l'oceano continua, più forte di quanto non lo sia mai stata.
Ma quando ho scelto una carriera, da adulto, ho scelto di fare film. Sembrava essere il miglior modo per conciliare questa smania di raccontare storie con la smania di creare immagini. E, da ragazzo, disegnavo costantemente fumetti e così via. Quindi fare film era l'unico modo per mettere insieme immagini e storie. Tutto tornava. E ovviamente le storie che ho scelto di raccontare erano storie di fantascienza: "Termintator", "Aliens" e "The Abyss". E con "The Abyss", mettevo insieme il mio amore per le profondità e le immersioni, con la realizzazione di un film. Quindi, fondere le due passioni.
Da "The Abyss" è venuto fuori qualcosa di interessante che era risolvere uno specifico problema narrativo in quel film, cioè creare quella sorta di creatura d'acqua liquida… abbiamo adottato l'animazione generata con il computer. E così è nato il primo personaggio a superficie morbida e animato a computer che si fosse mai visto in un film. E anche se il film non ha fatto molti soldi, direi che a malapena si è ripagato, sono stato testimone di qualcosa di straordinario, tutto il pubblico era ipnotizzato da questa apparente magia.
Sapete, è la legge di Arthur Clarke secondo cui ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Stavano vedendo qualcosa di magico. E questo mi ha emozionato molto. E ho pensato: "Fantastico, questa è una cosa che deve essere adottata nell'arte cinematografica". Allora, con "Terminator 2", il mio film successivo, siamo andati molto oltre. Lavorando con la Industrial Light and Magic, abbiamo creato il tizio di metallo liquido in quel film. Il successo dipendeva da come avrebbe funzionato quell'effetto. E ha funzionato. E abbiamo di nuovo creato una magia. E abbiamo ottenuto lo stesso risultato con un pubblico. Però abbiamo guadagnato un pò di più con quel film.
Quindi, tracciando una linea tra questi due punti di esperienza, sono arrivato alla conclusione che questo sarebbe stato un mondo tutto nuovo, era un mondo tutto nuovo di creatività per gli artisti del cinema. Qundi, ho messo in piedi una società con Stan Winston, il mio caro amico Stan Winston, che era il principale truccatore e designer di creature in quel periodo, e l'abbiamo chiamata Digital Domain. E il principio della società era lasciarci alle spalle il passato, i processi analogici delle stampanti ottiche e così via, e andare direttamente alla produzione digitale. E così abbiamo fatto e ci ha dato un vantaggio competitivo per un po'.
Ma siamo rimasti indietro a metà degli anni '90 nella parte di progettazione di creature e personaggi, che è ciò per cui avevamo fondato la società. Allora, ho scritto questo testo intitolato "Avatar" con l'intenzione di spingere al massimo sugli effetti visivi, generati al computer, con personaggi umani emotivi e realistici generati al computer, e tutti i personaggi principali generati al computer e l'intero mondo generato al computer. E il tutto è stato rimandato al mittente. I ragazzi della società mi hanno detto che non saremmo stati in grado di farlo per un pò.
Così, l'ho accantonato e ho fatto questo film di una grossa nave che affonda. (Risate) Allo studio l'ho buttata lì come un "Romeo e Giulietta su una nave". Sarebbe stata una storia d'amore epica, un film passionale. Segretamente, quello che volevo fare era immergermi per vedere il relitto del "Titanic". Ecco perché ho fatto quel film. (Applausi) Ed è la verità. Lo studio non lo sapeva. Ma li ho convinti. Ho detto: "Ci immergeremo verso il relitto. Lo riprenderemo dal vivo. Lo useremo per l'inizio del film. Sarà molto importante. Sarà un gancio di marketing fantastico". E li ho convinti a finanziare una spedizione. (Risate)
Sembra pazzesco. Ma questo ci riporta indietro all'immaginazione che crea la realtà. Perché abbiamo veramente creato una realtà e sei mesi dopo mi sono ritrovato su un sommergibile Russo a due miglia e mezza di profondità nell'Atlantico del Nord, a guardare il vero Titanic da un oblò, non in un film, non in alta definizione, ma per davvero. (Applausi)
Sono rimasto sbalordito. E ci è voluta un sacco di preparazione, abbiamo dovuto costruire cineprese e luci e un sacco di altre cose. Ma sono rimasto fulminato da quelle immersioni profonde, era come una missione spaziale. Dove tutto era altamente tecnico e si richiedevano enormi pianificazioni. Vi mettete in questa capsula, andate giù in questo buio ambiente ostile dove non ci sono speranze di essere salvati, da cui non potete tornare indietro da soli. E ho pensato: "Fantastico. È come vivere in un film di fantascienza. È davvero fantastico".
E quindi, sono stato affetto dal morbo dell'esplorazione delle profondità dell'oceano. Certo, la curiosità, la componente scientifica. Era tutto. Era avventura. Era curiosità. Era immaginazione. Ed era un'esperienza che Hollywood non mi poteva offrire. Certo, potevo immaginare una creatura e creare un effetto visivo. Ma non potevo immaginare quello che vedevo fuori dall'oblò. Nelle nostre successive spedizioni ho visto creature con aperture idrotermali e, a volte, cose che non avevo mai visto prima, cose che nessuno aveva mai visto prima, che in realtà non erano neanche descritte dalla scienza all'epoca in cui le abbiamo viste e immaginate.
Quindi ero tutto preso da questo e dovevo fare di più. Allora ho preso una decisione curiosa. Dopo il successo di "Titanic", ho detto: "OK, metto da parte il mio lavoro quotidiano di regista di Hollywood, e faccio l'esploratore a tempo pieno per un po' ". Così, abbiamo cominciato a pianificare queste spedizioni. Ci siamo ritrovati ad andare al Bismark ed esplorarlo con veicoli robotizzati. Siamo tornati al relitto del Titanic. Abbiamo preso piccoli robot che avevamo creato con avvolta della fibra ottica. E l'idea era di andare dentro e fare un sopralluogo interno della nave, che non era mai stato fatto. Nessuno aveva mai guardato all'interno del relitto. Non avevano i mezzi per farlo, abbiamo quindi creato la tecnologia per farlo.
Allora eccomi qua sul ponte del Titanic, seduto in un sommergibile, osservando le assi che sembravano proprio come queste, dove sapevo che avevano suonato i violinisti. E sto guidando un piccolo veicolo robotizzato attraverso il corridoio della nave. Quando lo dico, lo sto guidando, ma la mia mente è nel veicolo. Mi sembrava di essere fisicamente presente all'interno del relitto del Titanic. Ed è stata l'esperienza dejà vu più surreale che abbia mai vissuto, perché già prima di girare l'angolo sapevo cosa ci sarebbe stato dietro, prima che le luci del veicolo lo rivelassero, perché avevo percorso il set per mesi girando il film. E il set era basato su una replica esatta del modello della nave.
Quindi fu un'esperienza assolutamente straordinaria. E mi ha veramente fatto rendere conto che nell'esperienza della telepresenza che si può sperimentare tramite questi avatar robot, la mente è iniettata nel veicolo, in quest'altra forma di esistenza. È stato veramente molto profondo. E potrebbe essere un piccolo assaggio di quello che potrebbe succedere tra qualche decennio quando cominceremo ad avere dei cyborg per le esplorazioni o per altri motivi in qualche tipo di futuro post-umano che posso immaginare, da amante della fantascienza quale sono.
Quindi, abbiamo fatto queste spedizioni, e cominciato realmente ad apprezzare ciò che c'era là sotto, come le aperture delle profondità dell'oceano dove c'erano questi animali staordinari. In sostanza, sono alieni proprio qui sulla terra. Vivono in un ambiente di chemosintesi. Non sopravvivono in un sistema basato sulla luce del sole come facciamo noi. Quindi, si vedono animali che vivono vicino a a correnti d'acqua a 500 gradi centigradi. Sembra persino impossibile che esistano.
Allo stesso tempo mi stavo interessando molto anche alla scienza spaziale, ancora una volta, è l'influenza della fantascienza, da ragazzo. E sono finito nell'ambiente spaziale, veramente coinvolto con la NASA, seduto nel consiglio consultivo della NASA, a pianificare missioni spaziali, andare in Russia, passare per il protocollo biomedico del pre-cosmonauta, e tutte queste cose, fino a volare alla stazione spaziale internazionale con le nostre telecamere 3D. È stato affascinante. Ma quello che ho finito per fare è stato portare gli scienziati spaziali con noi negli abissi. E portarli giù perché potessero avere accesso… astrobiologi, scienziati planetari, gente interessata a questi ambienti estremi, portarli giù e permettere loro di vedere, prendere campioni, testare strumenti e così via.
Quindi, stavamo girando dei documentari, ma in realtà facevamo la scienza, la scienza spaziale. Avevo chiuso l'anello tra l'essere fan di fantascienza, da ragazzo, a fare quelle cose per davvero. E sapete, durante questo percorso di scoperta, ho imparato molto. Ho imparato molto di scienza. Ma ho anche imparato molto sulla leadership. Tutti pensano che un regista debba essere un leader, il capitano della nave, o qualcosa del genere.
Io non sapevo niente di leadership prima di fare tutte quelle spedizioni. Perché a un certo punto ho dovuto dire: "Cosa sto facendo qui fuori? Perché lo sto facendo? Che cosa ne ricavo?" Non si guadagna niente a fare tutti questi spettacoli. A malapena andiamo in pari. Non c'è fama. La gente pensa quasi che me ne sia andato tra "Titanic" e "Avatar" e che mi stessi girando i pollici seduto su qualche spiaggia. Ho fatto tutti questi film, tutti questi documentari per un pubblico così limitato.
Nessuna fama, nessuna gloria, niente soldi. Cosa sto facendo? Lo sto facendo per il compito in sé, per la sfida – e l'oceano è la sfida più grande che esista, per il brivido della scoperta, e per quello strano legame che si instaura quando un piccolo gruppo di persone forma un team profondamente compatto. Perché facevamo tutto con 10-12 persone, lavorando insieme per anni. Qualche volta in mare per 2-3 mesi di fila.
E in quel legame, ci si rende conto che la cosa importante è il rispetto che si ha per loro e che loro hanno per te, quando hai terminato un compito che non puoi spiegare a nessun altro. Quando si torna a terra e si spiega: "Abbiamo dovuto fare questo, e la fibra ottica, e l'attenuazione, e questo e quello, tutta la tecnologia, e la difficoltà, gli aspetti della perfomance umana quando si lavora in mare… non lo si può spiegare. È quella cosa che forse hanno solo i poliziotti o i soldati che hanno vissuto qualcosa insieme e sanno che non potranno mai spiegarlo. Creare un legame, creare un legame di rispetto.
Quando sono tornato per fare il mio film successivo, cioè "Avatar" ho cercato di applicare lo stesso principio di leadership ossia rispettare il team e in cambio guadagnarmi il loro rispetto. È veramente cambiata la dinamica. E quindi eccomi qui ancora una volta con un piccolo gruppo, in territorio inesplorato a fare "Avatar" con tecnologie nuove che non esistevano prima. Terribilmente emozionante. Tremendamente impegnativo. E siamo diventati una famiglia, nell'arco di quattro anni e mezzo. E ha cambiato completamente il mio modo di fare film. La gente ha commentato dicendo che ho preso gli organismi dall'oceano e li ho messi sul pianeta Pandora. Per me, era l'essenza del modo di fare business, il processo in sé, che era cambiato.
Cosa possiamo trarne allora? Quali sono le lezioni che abbiamo imparato? Credo che la prima sia la curiosità. È la cosa più potente che possediamo. L'immaginazione è una forza che può realmente manifestare una realtà. E il rispetto del gruppo è più importante di di tutti gli allori del mondo. Giovani registi vengono da me e mi dicono: "Dammi qualche consiglio per fare questo". E io rispondo: "Non ponetevi limiti. Altre persone lo faranno per voi, non fatelo da soli, non scommettete contro voi stessi. E correte rischi".
Alla NASA si dice sempre questa frase: "L'errore non è contemplato". Ma l'errore deve essere un'opzione nell'arte e nell'esplorazione, perché è come fare un salto nel vuoto. E nessun importante tentativo che ha richiesto innovazione è stato fatto senza rischi. Dovete essere disposti a correre questi rischi. Questo è il pensiero con cui voglio lasciarvi, cioè che in qualsiasi cosa facciate, l'errore è un'opzione, ma la paura no. Grazie. (Applausi)
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I film costosi (e sempre più costosi) di James Cameron creano mondi irreali dal nulla. In questa chiacchierata intima, rivela il suo fascino per il fantastico – dalle letture di fantascienza alle immersioni -- e come, alla fine, abbia portato al successo i suoi campioni di incassi "Aliens", Terminator", "Titanic" e "Avatar".
James Cameron is the director of Avatar, Titanic, Terminator, The Abyss and many other blockbusters. While his outsize films push the bounds of technology, they're always anchored in human stories with heart and soul. Full bio »
Translated into Italian by Anna Cristiana Minoli
Reviewed by Carlotta Cerri
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18:16 Posted: Feb 2009
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18:07 Posted: Feb 2009
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17:36 Posted: Sep 2007
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