Ho trascorso la mia vita studiando le vite di presidenti che non sono più vivi. Svegliandomi la mattina con Abraham Lincoln, pensando a Franklin Roosevelt andando a letto la sera. Ma quando penso a quello che ho imparato sul senso della vita, la mia mente mi riporta indietro ad un seminario frequentato quando ero una studentessa ad Harvard con il grande psicologo Erik Erikson.
Ci insegnò che le vite più ricche e appagate tendono a raggiungere un equilibrio interno tra tre ambiti: lavoro, amore e svago. E il perseguire uno solo di questi ambiti a scapito degli altri, significa esporsi a profonda tristezza più avanti negli anni. Mentre perseguire tutti e tre con uguale dedizione, rende possibile una vita piena, non solo di risultati concreti ma anche di serenità.
Siccome racconto delle storie, vorrei riprendere quelle delle vite di due dei presidenti che ho studiato per illustrare questo punto – Abraham Lincoln e Lyndon Johnson. Per quanto riguarda questa prima area di lavoro, penso che quel che la vita di Abraham Lincoln suggerisca sia che una inflessibile ambizione è una buona cosa. Aveva una enorme ambizione. Ma non era semplicemente per l'incarico prestigioso, il potere o la fama – ma era per conseguire qualcosa di nobile nella vita, che potesse rendere il mondo un posto un po' migliore per il fatto di esserci vissuto.
Perfino da bambino sembra che Lincoln sognasse sogni eroici. In un modo o nell'altro dovette fuggire da quella povera fattoria nella quale era nato. Per lui frequentare la scuola non era possibile eccetto qualche settimana qui, qualche settimana là. Ma leggeva libri in tutti i momenti liberi che poteva trovare. Si dice che quando mise mano ad una copia della Bibbia di re Giacomo o delle Favole di Esopo fu così entusiasta che non poté dormire. Non poté mangiare. La grande poetessa Emily Dickinson una volta disse: "Non c'è fregata che possa portarci in terre lontane quanto un libro". Quanto era vero per Lincoln.
Sebbene non viaggiò mai in Europa, con i re di Shakespeare andò nell'allegra Inghilterra, con la poesia di Lord Byron andò in Spagna e Portogallo. La letteratura gli permise di valicare i confini. Ma ci furono così tante disgrazie nella sua giovinezza che era ossessionato dalla morte. Sua madre morì quando lui aveva solo nove anni. La sua unica sorella, Sarah, durante il parto pochi anni dopo. E il suo primo amore, Ann Rutledge, a 22 anni. Oltretutto, quando sua madre era in punto di morte non lo rincuorò con il pensiero che si sarebbero rivisti nell'aldilà. Gli disse semplicemente: "Abraham, ora me ne andrò e non ritornerò mai più". Di conseguenza, divenne ossessionato dal pensiero che quando moriamo la nostra vita è spazzata via, polvere nella polvere.
Solo quando diventò più grande trovò una certa consolazione in una antica concezione greca – ma che troviamo anche in altre culture – che se consegui qualcosa di valore nella vita, continuerai a vivere nella memoria degli altri. Il tuo onore e la tua reputazione continuerebbero ad esistere dopo la tua vita terrena. E questa nobile ambizione divenne la sua stella polare. Lo sostenne in una seria depressione della quale soffrì quando aveva da poco passato la trentina.
Ci furono tre cose che contribuirono a buttarlo giù. La rottura del fidanzamento con Mary Todd, non è chiaro se fosse pronto per sposarla, ma sapendo quanto devastante fu per lei. Il suo amico intimo, Joshua Speed, che lasciava l'Illinois per ritornare nel Kentucky, perché suo padre era morto. E la sua carriera politica, nel parlamento dello Stato, era in declino. Era così depresso che gli amici temevano che potesse suicidarsi. Tolsero tutti i coltelli, i rasoi e le forbici dalla sua camera. E il suo grande amico Speed gli si avvicinò e disse: "Lincoln, ti devi tirare su o morirai". Lui rispose: "Morirei anche subito, ma non ho ancora fatto niente che possa far ricordare ad un essere umano che ho vissuto".
Così, mosso da questa ambizione, ritornò al parlamento dello Stato. Alla fine fu eletto per un seggio al Congresso. Si candidò due volte al Senato e per due volte perse. "La vita manda tutti in rovina", disse una volta Ernest Hemingway, "ma alcuni sono più forti tra le rovine". Così poi sorprese la nazione con una inaspettata vittoria per la presidenza, battendo tre rivali molto più istruiti, molto più esperti e molto più celebri. E poi, quando vinse le elezioni generali, sorprese ancor di più la nazione assegnando ad ognuno dei suoi tre rivali un posto nel suo governo. A quel tempo, fu un atto senza precedenti perché tutti pensarono, "Lui sembra un prestanome al confronto di queste persone". Dissero: "Perché fai questo, Lincoln?". E lui disse: "Vedete, questi sono gli uomini più forti e più capaci della nazione. La nazione è in pericolo. Ho bisogno di loro al mio fianco". Ma forse il mio vecchio amico Lyndon Johnson avrebbe posto la questione in termini meno nobili: "Meglio avere i tuoi nemici dentro la tenda, che 'la fanno fuori', piuttosto che averli fuori della tenda che te la fanno dentro". (Risate)
Ma divenne presto evidente che Abraham Lincoln sarebbe emerso come l'indiscusso capitano di questa squadra. Ognuno di essi si rese conto che egli possedeva una ineguagliabile combinazione di solidità emotiva e capacità politiche che si dimostrarono molto più importanti della poca consistenza del suo curriculum ufficiale. Anzitutto, egli possedeva una peculiare abilità di entrare in sintonia con gli altri e di comprendere il loro punto di vista. Riparò relazioni danneggiate che avrebbero potuto degenerare in ostilità permanente. Condivise il merito con facilità, si addossò la responsabilità per gli errori dei suoi subordinati, ammise sempre i propri e imparò da essi. Queste sono le qualità che dovremmo cercare nei nostri candidati nel 2008. (Applausi) Si rifiutò di sentirsi provocato dalle voci malevole. Mai cedette alla gelosia né rimuginò su voci di corridoio. Ed espresse le sue inamovibili convinzioni nel linguaggio comune, con metafore e storie. E con una bellezza nel linguaggio, quasi come se Shakespeare e la poesia che aveva tanto amato da bambino avessero lasciato un segno nella profondità della sua anima.
Nel 1863, quando la Proclamazione dell'Emancipazione fu firmata, portò il suo vecchio amico, Joshua Speed, alla Casa Bianca. E si ricordò di quella conversazione di decenni prima, quando era così affranto. E, indicando la Proclamazione, disse: "Credo che in questa proclamazione le mie più profonde speranze si realizzeranno" Ma mentre si accingeva a porre la firma sulla Proclamazione la sua mano era indolenzita e tremante perché al mattino, al ricevimento del primo dell'anno, aveva stretto migliaia di mani. Così mise giù la penna. Disse: "Se mai la mia anima fosse racchiusa in un atto, sarebbe in questo. Ma se firmo con mano tremante i posteri diranno "Esitò". Così aspettò fino a quando poté prendere in mano la penna e firmare con mano ferma e decisa. Ma nemmeno nei suoi sogni più audaci Lincoln avrebbe potuto immaginare quanto lontano la sua reputazione sarebbe andata.
Ero così contenta di trovare una intervista con il grande scrittore russo, Leo Tolstoy, in un giornale newyorkese dei primi del 900. In questa intervista, Tolstoy raccontò di un viaggio che aveva fatto di recente in una remota area del Caucaso, dove c'erano solo barbari selvaggi, che non avevano mai lasciato questa parte della Russia. Sapendo che Tolstoy era tra loro, gli chiesero di raccontare storie di grandi uomini della Storia. Così, disse: "Gli raccontai di Napoleone, Alessandro Magno, Federico il Grande e Giulio Cesare. E ne erano entusiasti. Ma prima che ebbi finito, il capo dei barbari si alzò e disse: "Aspetta, non ci hai detto del più grande di tutti. Vogliamo sapere di quell'uomo che parlava con la voce del tuono, che rideva come l'alba, che veniva da quel posto chiamato America, che è così lontano da qui che se un giovane uomo volesse andarci sarebbe vecchio una volta arrivato. Raccontaci di quell'uomo. Raccontaci di Abraham Lincoln". Era sbalordito. Raccontò loro tutto quello che poté su Lincoln. E poi nell'intervista disse: "Cos'è che rende Lincoln così grande? Un generale non così grande come Napoleone, uno statista non così grande come Federico il Grande". Ma la sua grandezza, e credo che gli storici saranno d'accordo, consiste nella integrità del suo carattere e la fibra morale del suo essere.
Così, alla fine quella potente ambizione che aveva sostenuto Lincoln nella sua triste infanzia era stata realizzata. Quella ambizione che gli aveva permesso di acculturarsi con grande impegno, da solo, di attraversare quella serie di fallimenti politici e i giorni più bui della guerra. La sua storia sarebbe stata raccontata. Per quanto riguarda quel secondo ambito, non del lavoro, ma degli affetti – che si estende oltre la famiglia, agli amici e ai colleghi – richiede anch'esso impegno e dedizione. Il Lyndon Johnson che vidi negli ultimi anni della sua vita, quando lo aiutai con le sue memorie, era un uomo che aveva trascorso così tanti anni orientato al lavoro, al potere e al successo personale, che non gli era rimasta assolutamente alcuna risorsa psichica o emotiva da permettergli di andare avanti una volta che la Presidenza fu conclusa.
Il mio rapporto con lui iniziò in modo piuttosto curioso. Fui selezionata come "Fellow" alla Casa Bianca quando avevo 24 anni. Ci fu un grande ballo alla Casa Bianca. Il Presidente Johnson ballò con me quella sera. Niente di particolare – c'erano solo tre ragazze delle 16 "Fellow" della Casa Bianca. Ma mi disse, sussurrandomi nell'orecchio, che voleva che lavorassi direttamente per lui, alla Casa Bianca. Ma non sarebbe stato così semplice. Nei mesi che precedettero la mia selezione, come molti altri giovani, ero stata molto impegnata nel movimento anti-Vietnam e avevo scritto un articolo contro Lyndon Johnson, che sfortunatamente uscì su "The New Republic" due giorni dopo il ballo alla Casa Bianca. (Risate) Il tema dell'articolo era come rimuovere Lyndon Johnson dal potere. (Risate) Così ero sicura che mi avrebbe cacciata dal programma. Invece, sorprendentemente, disse: "Oh, fatela venire qui per un anno e se non riesco a farle cambiare idea, nessuno potrà". Così finii per lavorare per lui alla Casa Bianca. E alla fine lo accompagnai nel suo ranch e lo aiutai con le sue memorie, senza mai capire bene perché scelse me per passare così tante ore insieme.
Mi piace pensare che fosse perché ero capace di ascoltare. Era un grande narratore. Storie favolose, variopinte, aneddotiche. C'era però un problema con queste storie, che scoprii in seguito, ed è che metà di queste non erano vere. Ma erano grandi comunque. (Risate) Credo che parte del suo interesse per me fosse perché mi piaceva ascoltare i suoi ampi racconti. Ma mi preoccupava che in parte fosse dovuto al fatto di essere una giovane donna. E lui aveva avuto, in certo qual modo, una fama di donnaiolo da strapazzo. Così cercavo di parlare spesso dei miei fidanzati, anche quando non ne avevo proprio.
Tutto funzionava perfettamente, fino a che un giorno mi disse che voleva parlare della nostra relazione. Non mi sembrò di buon auspicio quando mi portò vicino al lago, guardacaso chiamato lago Lyndon Baines Johnson. C'era del vino, formaggio e una tovaglia a quadrettoni rossi – i classici ornamenti romantici. E cominciò: "Doris, più di ogni altra donna che ho conosciuto... " E il mio cuore sprofondò. E poi disse: "Mi ricordi mia madre". (Risate)
Era piuttosto imbarazzante, visto quel che mi era passato per la testa. Ma devo dire, più passano gli anni e più mi rendo conto quale incredibile privilegio sia stato l'aver trascorso così tante ore con questo vecchio leone. Un vincitore in migliaia di competizioni, tre grandi leggi sui diritti civili, assistenza sanitaria, aiuti alla scuola. Eppure, sonoramente battuto, alla fine, dalla guerra in Vietnam. E poiché era così triste e vulnerabile, si aprì con me come non avrebbe mai fatto se lo avessi conosciuto all'apice del suo potere – condividendo le sue paure, i suoi dispiaceri e le sue preoccupazioni. E credo che questo privilegio abbia acceso dentro di me il desiderio di capire la persona dietro la figura pubblica, che da quella volta ho cercato di portare in tutti i miei libri.
Ma mi ha anche fatto capire la lezione che Erik Erikson ha cercato di infondere in noi tutti, sull'importanza di trovare un equilibrio nella vita. In apparenza, Lyndon Johnson avrebbe dovuto avere tutto l'immaginabile per poter star bene in quegli ultimi anni. Nel senso che fu eletto alla Presidenza, aveva tutto il denaro necessario per qualsiasi attività alla quale volesse dedicarsi. Possedeva un grande ranch in campagna e un attico in città. Barche a vela e barche a motore. Aveva servitori a disposizione per ogni sfizio e una famiglia che lo amava profondamente.
Ciò nonostante, anni dedicati esclusivamente al lavoro e al successo personale avevano portato una vecchiaia nella quale non poteva trovare alcun conforto nella famiglia, nello svago, nello sport o negli hobby. Era quasi come se il buco nel suo cuore fosse così grande che nemmeno l'amore della famiglia, senza il lavoro, potesse riempirlo. Così come il suo spirito cedeva, il suo corpo si deteriorava fino a quando, credo, lentamente si lasciò andare alla morte. In quegli ultimi anni, disse che era così triste veder gli americani guardare al nuovo Presidente e dimenticarsi di lui. Parlava con una immensa tristezza nella voce, diceva che forse avrebbe dovuto trascorrere più tempo con i figli e poi con i loro figli. Ma era troppo tardi. Nonostante tutto quel potere, tutta quella ricchezza, rimase solo quando alla fine morì – il suo più grande terrore realizzato.
Così, per quanto riguarda quel terzo ambito, che lui non imparò mai ad apprezzare, ho imparato negli anni che perfino questa sfera richiede un impegno di tempo ed energia. Abbastanza affinché un hobby, uno sport o l'amore per la musica o l'arte, o la letteratura, o qualsiasi forma di svago, possa dare vero piacere, rilassamento e rigenerazione. Così profondo era, per esempio, l'amore che Lincoln aveva per Shakespeare, che trovò il tempo per trascorrere più di un centinaio di notti al teatro, persino durante i giorni bui della guerra. Diceva che quando le luci si spegnevano e la recitazione di Shakespeare iniziava, per alcune ore preziose poteva immaginarsi al tempo del Principe Hal.
Ma una ancora più importante forma di distensione per lui, della quale Lyndon Johnson non poté mai godere, fu la passione, in un certo senso, per l'umorismo. E la consapevolezza che il lato umoristico della vita possa offrire una qualche compensazione alla tristezza. Una volta disse che si mise a ridere per non piangere. Una buona storia per lui era meglio di un goccio di whiskey. Le sue capacità narrative furono riconosciute, per la prima volta, quando era nella corte distrettuale dell'Illinois. Gli avvocati e i giudici si spostavano dalla corte di un distretto alla corte di un altro e, quando qualcuno sapeva che Lincoln era in città, arrivavano da lontano per sentirlo raccontare le sue storie. Lui rimaneva in piedi, con la schiena rivolta verso il caminetto, e intratteneva la gente per ore con i suoi coinvolgenti racconti. E queste storie divennero parte del suo bagaglio personale, così che potesse attingervi ogni volta che voleva. E non erano proprio quello che vi aspettereste vedendo il monumento di marmo.
Una delle sue storie preferite, per esempio, aveva a che fare con l'eroe rivoluzionario Ethan Allen. Così come Lincoln la raccontava, Allen andò in Inghilterra dopo la guerra. Gli inglesi erano piuttosto arrabbiati per aver perso la rivoluzione, così decisero di metterlo in un po' in imbarazzo mettendo un gigantesco poster del Generale Washington nell'unica toilette, in modo che non gli potesse sfuggire. Pensavano che si sarebbe irritato per l'accostamento indegno di George Washington a una latrina. Ma uscì dalla toilette per niente offeso. Così loro dissero: "Beh? Hai visto George Washington là dentro?". "Oh, sì," disse, "posto perfettamente appropriato per lui". "In che senso?" dissero. "Beh," disse, "non c'è niente che possa indurre un inglese a farsela sotto più della vista del Generale George Washington". (Risate) (Applausi)
Così, potete immaginare, se sei nel bel mezzo di una tesa riunione di governo – e lui aveva centinaia di queste storie – avresti di che rilassarti. Così tra le sue scappate notturne al teatro, le sue narrazioni, il suo straordinario senso dell'ironia e il suo amore per le citazioni poetiche e di Shakespeare, trovò quella forma di svago che gli permise di andare avanti nei suoi giorni. Nella mia vita, sarò sempre grata per aver trovato una forma di svago nel mio irrazionale amore per il baseball. Che mi permette dall'inizio degli allenamenti di primavera alla fine dell'autunno di aver qualcosa con cui occupare la mente e il cuore che non sia il mio lavoro.
Tutto cominciò quando avevo solo sei anni e mio padre mi insegnò quella misteriosa arte del tenere i punti, ascoltando le partite di baseball. Così quando durante il giorno andava a lavorare a New York, potevo preparargli la cronistoria della partita dei Brooklyn Dodgers, di quel pomeriggio. Ora, quando hai solo sei anni e tuo padre rientra a casa ogni singola sera e ti ascolta – mi ricordo che riferivo, con maniacale precisione, ogni singola giocata di ogni ripresa della partita che si era appena giocata nel pomeriggio. Ma mi faceva sentire come se gli stessi raccontando una storia favolosa. Ti fa pensare che ci sia qualcosa di magico nella storia tanto da mantenere l'attenzione di tuo padre.
Infatti, sono convinta che ho imparato l'arte narrativa da quelle sessioni serali con mio padre. Perché, all'inizio, ero così entusiasta che spiattellavo subito: "I Dodgers hanno vinto!" oppure "I Dodgers hanno perso!". Cosa che toglieva la drammaticità delle due ore di racconto. (Risate) Così alla fine imparai che devi raccontare una storia dall'inizio alla metà alla fine. Devo dire che a quei tempi era così intensa la mia passione per i vecchi Brooklyn Dodgers che dovetti confessare, alla mia prima confessione, due peccati che riguardavano il baseball.
Il primo fu a causa del ricevitore dei Dodgers, Roy Campanella, il quale venne nella mia città natale a Rockville Centre, Long Island, proprio quando mi stavo preparando per la Prima Comunione. Ed ero così contenta – la prima persona che avrei visto fuori dal Campo Ebbets. Ma capitò che venne a parlare in una chiesa protestante. Quando sei cresciuto come cattolico, pensi che non appena metti piede in una chiesa protestante cadrai morto fulminato sulla soglia. Così andai da mio padre in lacrime: "Che cosa faremo?". Lui disse: "Non ti preoccupare. Parlerà nella sala parrocchiale. Noi saremo seduti su sedie pieghevoli. Lui parlerà di questioni sportive. Non è un peccato". Ma mentre andavamo, quella sera, ero certa che in qualche modo avrei barattato la vita della mia anima eterna per questa serata con Roy Campanella. (Risate) E non c'era perdono che potessi comprare. Così, avevo un peccato sulla mia anima quando andai alla prima confessione. Lo dissi subito al prete. Lui disse: "Nessun problema. Non era un servizio religioso." Ma poi purtroppo disse: "E cos'altro figliola?"
E a quel punto arrivò il mio secondo peccato. Cercai di infilarlo casualmente tra il parlare troppo in chiesa, voler male agli altri, essere scortese con le mie sorelle. E lui disse: "A chi volevi male?" E dovetti dire che volevo che diversi giocatori del New York Yankees si rompessero le braccia, le gambe e le caviglie – (Risate) – così che i Brooklyn Dodgers potessero vincere il loro primo campionato. Lui disse: "Quanto spesso fai questi orribili pensieri?" E dovetti dire, ogni sera durante le preghiere. (Risate) Così lui disse, "Guarda, ti dico una cosa: amo i Brooklyn Dodgers quanto li ami tu, ma ti prometto che un giorno vinceranno per merito e con decisione. Non c'è bisogno di voler male agli altri perché succeda." "Oh si," dissi. Ma per fortuna, la mia prima confessione – con un prete appassionato di baseball! (Risate)
Sebbene mio padre morì improvvisamente di infarto quando avevo ancora più che 20 anni, prima che mi sposassi e che avessi i miei tre figli, ho trasmesso il ricordo di lui ai miei figli così come la sua passione per il baseball. Sebbene quando i Dodgers ci abbandonarono per andare a Los Angeles persi l'interesse per il baseball fino a quando non ci trasferimmo a Boston e divenni una irrazionale tifosa dei Red Socks. E devo dire, ancor oggi, quando mi siedo con i miei figli con il nostri biglietti per il campionato, qualche volta posso chiudere gli occhi contro sole e immaginarmi una ragazza ancora una volta, con mio padre, guardando i giocatori della mia giovinezza sul campo erboso di sotto. Jackie Robinson, Roy Campanella, Pee Wee Reese e Duke Snider.
Devo dire che c'è qualcosa di magico in questi momenti. Quando apro gli occhi e vedo i miei figli là dove mio padre una volta sedeva, sento un legame invisibile di lealtà e amore che unisce i miei figli al loro nonno, la cui faccia non ebbero mai a conoscere, ma il cui cuore e anima sono giunti a conoscere tramite tutte le storie che ho raccontato. Ed è per questo che, alla fine, sarò sempre grata per questo curioso amore per la Storia, che mi ha permesso di trascorrere la vita a guardare indietro nel passato. Che mi ha permesso di imparare da questi grandi personaggi la battaglia per il senso della vita. Che mi ha permesso di credere che nelle nostre famiglie le persone che abbiamo amato e perduto e i personaggi pubblici della nostra Storia, che abbiamo rispettato, così come Abraham Lincoln voleva credere, possono davvero continuare a vivere, se ci impegniamo a raccontare e ri-raccontare le storie delle loro vite. Grazie per avermi dato oggi la possibilità di raccontare queste storie. (Applausi) Grazie.
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Doris Kearns Goodwin, storica, parla di quello che possiamo imparare dai presidenti americani, in particolare Abraham Lincoln e Lyndon Johnson. E infine ci porta un toccante ricordo di suo padre e della loro condivisa passione per il baseball.
Doris Kearns Goodwin writes insightful books on the US Presidency (JFK, LBJ, FDR and Lincoln, so far), telling each president's personal story against the backdrop of history. Full bio »
Translated into Italian by Pierfranco Fasola
Reviewed by Anna Cristiana Minoli
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19:08 Posted: Jan 2008
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18:00 Posted: Jan 2008
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23:05 Posted: Feb 2007
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