Ricerco sempre un modo per raccontare, condividere e documentare storie di persone, persone comuni. Storie che presentano una trasformazione, che tendono alla trascendenza, che non sono mai sentimentali, che non evitano mai il lato oscuro di noi. Perché in realtà credo che non siamo mai così belli ... ...come quando siamo molto brutti. Perché è quello il momento in cui sappiamo davvero come siamo fatti. Come ha detto Chris, sono cresciuto in Nigeria con un’intera generazione di studenti che negli anni Ottanta protestavano contro una dittatura militare che si è finalmente conclusa. Non c’ero solo io, quindi, c’era tutta una generazione.
Ho imparato però che il mondo non si salva mai con grandi gesti messianici, ma semplicemente accumulando atti di compassione gentili, delicati, quasi invisibili, atti di compassione quotidiani. In Sudafrica esiste un'espressione chiamata ubuntu. Ubuntu deriva da una filosofia che recita: l’unico modo che ho per essere umano è che la mia umanità mi venga riflessa. Ma se siete come me, la mia umanità è più simile a un vetro. Non la vedo realmente, non vi presto attenzione finché sopra non c’è un, come dire, un insetto morto. Poi all’improvviso la vedo, e in genere non è mai bella. Di solito mi capita quando nel traffico inveisco contro qualcuno che cerca di guidare, di bere il caffè, di mandare e-mail e di prendere appunti. Quindi ciò che l’ubuntu dice in realtà è che non esiste un modo per essere umani senza altre persone. È molto molto semplice, ma anche molto molto complicato.
Ho pensato che avrei dovuto cominciare con delle storie. Che avrei dovuto raccontarvi storie di gente fuori dall'ordinario, e così ho pensato che avrei potuto iniziare con mia madre. (Risate) Anche lei era scura di pelle. Mia madre era inglese. I miei genitori si sono incontrati a Oxford negli anni Cinquanta, poi mia madre si trasferì in Nigeria e rimase a vivere là. Era un metro e sessanta circa, un tipo energico e molto inglese. Ecco quant'è inglese mia madre, o meglio era, è morta da poco. Venne a trovarmi in California a Los Angeles, andammo a Malibu, molto deludente secondo lei. (Risate) Poi andammo in un ristorante di pesce, ci serviva un certo Chad il surfista, si avvicinò e mia madre chiese: "Avete qualche specialità, giovanotto?" E Chad rispose: "Certo, diciamo, abbiamo questo salmone, diciamo, che è diciamo arrotolato in questa diciamo crosta wasabi, diciamo. È fighissimo". Mia madre si girò verso di me e mi chiese: "Ma che lingua parla?" (Risate) Le risposi: "Inglese, mamma". Ma lei scosse la testa e disse: "Ah, questi americani, abbiamo dato loro una lingua. Perché non la usano?" (Risate)
Questa donna, che da anglicana si era convertita al cattolicesimo quando sposò mio padre, e non c'è peggior fanatico di un cattolico convertito, decise di insegnare nelle zone rurali in Nigeria, in particolare alle donne Ibo, il metodo Billings dell'ovulazione, che era l'unico controllo delle nascite approvato dalla Chiesa cattolica. Ma non parlava un buon ibo. E così mi portava con lei per fare da interprete. Avevo sette anni. (Risate) Allora, ci sono queste donne che non parlano mai delle mestruazioni con i loro mariti, e poi ci sono io che dico loro: "Beh, con che frequenza avete le mestruazioni?" (Risate) E notate qualche perdita vaginale? (Risate) Quanto vi si gonfia la vulva? (Risate) Mia madre non si sarebbe mai immaginata femminista, ma diceva sempre: "A tutto quello che un uomo fa io posso rimediare". (Applauso) E quando mio padre si lamentava di questa situazione, del fatto che portasse un ragazzino di sette anni a insegnare il controllo delle nascite lui diceva: "Ah, lo stai trasformando in, gli stai insegnando a essere una donna". Mia madre rispondeva: "Qualcuno deve pur farlo". (Risate)
Questa donna, durante la guerra del Biafra, fummo colti dalla guerra. C'era mia madre con cinque figli piccoli. Le ci vuole un anno, da un campo profughi all'altro, per arrivare a una pista da cui lasciare il paese in aereo. In ogni singolo campo profughi, deve affrontare i soldati che vogliono prendersi Mark, il mio fratello maggiore, di nove anni, e farlo diventare un bambino soldato. Ve la immaginate questa donna di un metro e sessanta, mentre oppone resistenza a quegli uomini armati che vogliono ammazzarci? Durante tutto quell'anno, mia madre non pianse una volta, neanche una. Ma quando fummo a Lisbona, nell'aeroporto, e stavamo per volare verso l'Inghilterra, c'era una donna che vide mia madre con un vestito lavato così tante volte che in pratica era diventato trasparente, e con cinque bambini dall'aspetto macilento, le si avvicinò per chiederle cosa fosse successo. Mia madre le raccontò tutto. Allora la donna svuotò la valigia e diede a mia madre e a noi tutti i suoi vestiti, e i giocattoli dei suoi figli, che non erano molto felici della cosa, ma... (Risate) quella fu l'unica volta in cui pianse. Ricordo che anni dopo, mentre scrivevo di mia madre, le chiesi: "Perché hai pianto quella volta?" E lei mi rispose: "Beh, puoi indurire il cuore di fronte a qualsiasi difficoltà, a qualsiasi orrore. Ma un semplice atto di gentilezza da parte di un perfetto estraneo riesce a smontarti".
Dopo la guerra le anziane del villaggio di mio padre memorizzarono i nomi di tutti i morti e intonavano canti funebri composti da questi nomi. Canti talmente malinconici da bruciarti dentro. Li cantavano solo mentre piantavano il riso, come se nel riso seminassero i cuori dei morti. Ma quando arrivava il periodo del raccolto, cantavano canzoni gioiose, composte dai nomi di tutti i bambini che erano nati quell'anno. E così nella successiva stagione della semina, quando intonavano i canti funebri, eliminavano i nomi dei morti, tanti quanti erano i bambini nati. In questo modo le donne misero in atto una grande trasformazione, una trasformazione meravigliosa.
Sapevate che in Ruanda prima del genocidio le parole per dire "stupro" e per dire "matrimonio" erano uguali? Oggi però le donne stanno ricostruendo il Ruanda. Sapevate anche che dopo l'apartheid, quando il nuovo governo si insediò nel parlamento, nell'edificio non esistevano i bagni per le donne? Il che sembrerebbe suggerire che l'apartheid fosse una questione prettamente maschile. Tutto questo per dire che nonostante l'orrore, nonostante la morte, le donne non vengono mai considerate realmente. La loro umanità non sembra interessarci mai molto.
Mentre crescevo in Nigeria, e non dovrei dire Nigeria, perché è troppo generico, ma Urhobo, la parte Ibo del paese da cui provengo, c'erano sempre riti di passaggio per i ragazzi. Agli uomini veniva insegnato ad essere uomini in quanto non siamo donne, che in sostanza è quello che è. Molti rituali prevedevano che si uccidesse, che si uccidessero animali piccoli per poi progredire col tempo, e così quando arrivai a tredici anni - in realtà aveva un senso, era una comunità agricola, qualcuno doveva ucciderli gli animali, non c'era nessun Whole Foods dove andare a prendere una bistecca di canguro - quindi quando arrivai a tredici anni toccò a me ammazzare una capra. Ma io ero un ragazzino strano, sensibile, che non poteva fare una cosa del genere, ma dovevo farlo. E dovevo farlo da solo. Ma un mio amico di nome Emmanuel, che era molto molto più grande di me, ed era stato un bambino soldato durante la guerra del Biafra, decise di venire con me. La cosa mi fece sentire abbastanza bene, perché lui aveva visto un sacco di cose. Man mano che crescevo mi raccontava storie di come avesse colpito le persone con la baionetta, di come continuassero a correre con le viscere fuori. Allora questo ragazzo viene con me, non so se abbiate mai sentito o visto una capra - sembrano esseri umani, ecco perché chiamiamo le tragedie "il canto della capra". Il mio amico Brad Kessler dice che siamo diventati umani da quando abbiamo iniziato ad allevare capre. Comunque, gli occhi di una capra sono come gli occhi di un bambino. E così quando cercai di ammazzare la capra e non ci riuscivo, Emmanuel si chinò, le mise una mano sul muso, e le coprì gli occhi in modo che non dovessi fissarli mentre la uccidevo. Non sembrava un granché per un ragazzo che aveva visto così tante cose, - ammazzare una capra doveva essergli sembrata un'esperienza normalissima - eppure ritenne di dovermi proteggere. Ero un fifone. Piansi per moltissimo tempo. Dopo non disse una parola, si sedette e mi guardò piangere per un'ora. E poi mi disse: "Sarà sempre difficile, ma se ogni volta piangi così morirai di crepacuore. Sappi che a volte basta sapere che è difficile". Parlando di capre mi vengono in mente le pecore naturalmente, e non in termini positivi. (Risate)
Dunque, sono nato due giorni dopo Natale. Quando diventai più grande iniziarono a farmi la torta e tutto il resto, mai regali però perché il mio compleanno era due giorni dopo Natale. Allora avevo quasi nove anni e mio zio era appena tornato dalla Germania, invitammo anche il prete, mia madre gli stava offrendo del tè, e mio zio all'improvviso disse: "Dove sono i regali di Chris?" E mia madre rispose: "Non parlarne davanti agli ospiti". Ma lui aveva un bisogno disperato di far vedere che era appena tornato, e allora mi fece avvicinare e mi disse: "Vai in camera, in camera mia. Prendi dalla valigia tutto quello che vuoi. È il tuo regalo di compleanno". Sono sicuro che pensava che avrei preso un libro o una camicia, invece trovai una pecora gonfiabile. (Risate) Allora la gonfiai e corsi in soggiorno, con il dito nel posto dove non avrebbe dovuto essere, agitavo nell'aria questa pecora ronzante, e mia madre sembrava stesse per morire dallo shock. (Risate) Padre McGetrick era tranquillissimo, mescolò il tè, guardò mia madre e disse: "È tutto a posto Daphne, sono scozzese". (Risate) (Applauso)
Durante i miei ultimi giorni di prigione, gli ultimi diciotto mesi, il mio compagno di cella - nell'ultimo anno, i primi dodici degli ultimi diciotto mesi - il mio compagno di cella aveva quattordici anni. Si chiamava John James, a quei tempi se un membro della tua famiglia commetteva un crimine i militari potevano tenerti come ostaggio finché la famiglia non si costituiva. Dunque, c'era questo ragazzo di quattordici anni nel braccio della morte. Non tutti quelli che si trovavano nel braccio della morte erano prigionieri politici - là c'erano anche dei veri delinquenti. Era riuscito a portare dentro di nascosto due fumetti, due libri di fumetti - L'Uomo Ragno e gli X-Men. Era fissato. Quando si stancò di leggerli, cominciò a insegnare agli uomini nel braccio della morte come leggere questi libri di fumetti. E ricordo che notte dopo notte si sentivano tutti questi uomini, dei veri criminali incalliti, che ammucchiati intorno a John James dicevano ad alta voce: "Prendilo, Spider-Man!" (Risate) È incredibile. Ero davvero preoccupato. Lui non sapeva cosa significasse stare nel braccio della morte. Io c'ero stato due volte, e temevo proprio che sarei morto. Lui rideva sempre e diceva: "Coraggio, ce la caveremo". E io allora gli dicevo: "Come fai a saperlo?" E lui rispondeva: "Ah, l'ho sentito dire in giro". Lo ammazzarono. Lo ammanettarono a una sedia, e gli bloccarono il pene a un tavolo con un chiodo di quindici centimetri. Poi lo lasciarono lì a morire dissanguato. Ecco perché mi sono ritrovato solo, perché non nascondo i miei sentimenti. Intorno a noi, dappertutto, ci sono persone così.
Gli Ibo dicevano che creavano i loro stessi dei. Si sarebbero riuniti come una comunità, e avrebbero espresso un desiderio. Il loro desiderio sarebbe stato presentato a un sacerdote che avrebbe trovato un oggetto rituale e sarebbero stati fatti i sacrifici adatti, e per il dio sarebbe stato costruito un tempio. Ma se il dio fosse diventato ribelle e avesse cominciato a chiedere sacrifici umani, gli Ibo lo avrebbero distrutto. Avrebbero abbattuto il tempio e avrebbero smesso di pronunciare il suo nome. Ecco come sono arrivati a rivendicare la loro umanità. Ogni giorno, tutti noi creiamo dei che sono diventati ambiziosi, ed è tempo di iniziare ad abbatterli e a dimenticare i loro nomi. Non richiede uno sforzo tremendo. Tutto ciò che si richiede è riconoscere tra di noi, ogni giorno, quei pochi che riescono a vedere, circondati da persone come quelle di cui vi ho raccontato.
In questa sala ci sono alcuni di voi, persone incredibili, che offrono a tutti noi lo specchio per la nostra stessa umanità. Vorrei chiudere con i versi di una poetessa americana di nome Lucille Clifton. La poesia si intitola "Libagione" e la dedico al mio amico Vusi che è qui da qualche parte tra il pubblico. "Libagione", Carolina del Nord, 1999. "Offro a questa terra questo gin. Immagino qui un vecchio che piange, fuori dalla vista del sorvegliante. Spinge la lingua in un buco dove dovrebbe esserci un dente, se fosse sano. Fa male quel vuoto dove dovrebbe esserci il dente, dove dovrebbe esserci la sua terra, la sua casa, sua moglie, suo figlio, la sua bella figlia. Cancella il dolore dal viso, e mette il dito assetato sulla lingua assetata, e sente il sapore del sale. Grido un nome che potrebbe essere il suo, questo è per te, vecchio. Questo gin, questa terra salata". Grazie. (Applauso)
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Chris Abani racconta storie di persone: persone che resistono ai soldati. Persone compassionevoli. Persone umane, che rivendicano la loro umanità. Si tratta dell’“ubuntu”, dice: l’unico modo che ho per essere umano è che la mia umanità mi venga riflessa.
Imprisoned three times by the Nigerian government, Chris Abani turned his experience into poems that Harold Pinter called "the most naked, harrowing expression of prison life and political torture imaginable." His novels include GraceLand (2004) and The Virgin of Flames (2007). Full bio »
Translated into Italian by Pamela Cologna
Reviewed by Francesca Maternini
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17:36 Posted: Aug 2007
Views 311,730 | Comments 68
20:25 Posted: Sep 2006
Views 485,307 | Comments 102
18:00 Posted: Jan 2008
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